Ora va fatta una premessa al lettore, perché non si può pretendere che tutti conoscano la storia editoriale dei libri di Kafka, delle sue traduzioni e delle diverse edizioni nelle lingue europee. D’altronde neanche Cristina ne sapeva granché prima di quell’assiduo sforzo, di quel costante impegno quotidiano. Adesso poteva fare la spavalda e dire a chiunque, anche solo lontanamente interessato all’argomento della sua tesi, che di Kafka non c’era traccia in Italia fino ad almeno il 1928, anno in cui uno scrittore triestino, ebreo, di origine turca e amico di Svevo, tale Giuseppe Menassè, aveva tradotto per una rivista letteraria quattro racconti. A dire il vero c’era stata una fine traduttrice milanese, una germanista, un mito per Cristina, che già nel 1927 aveva scritto per una rivista la prima recensione italiana de Il processo. Insomma, in Italia a quel tempo c’era voglia di leggere Kafka, ma pochi avevano gli strumenti per farlo. Tanti ne parlavano e pochissimi lo avevano letto davvero.”

È così che il giallo filologico L’ombra di Kafka di Andrea Alba, edito da Arkadia, entra nel magma letterario novecentesco di uno degli autori che hanno maggiormente influenzato il secolo breve con temi come l’alienazione sociale, l’assurdo quotidiano, la burocrazia mortificante. Come avrebbe scritto Borges se non avesse tradotto Kafka in spagnolo? Il romanzo distopico di Orwell sarebbe stato lo stesso senza l’autore boemo? E Camus? E Sartre?

Tutto nasce in una casa nel quartiere di San Lorenzo a Roma, nel 1999, quando i prezzi delle case erano ancora accessibili e l’attesa del Millennium Bug incombeva sulle teste di noialtri già calati in una realtà digitale totalizzante (anche se non aveva ancora mostrato fino in fondo i suoi effetti di portata epocale).

Cristina, Fabio e Giulia si trovano a condividere un appartamento e i sogni e le possibilità infinite che il futuro dei vent’anni sono in grado di dare, in un’età di prime volte che non è replicabile nel corso della vita. Fabio, indolente, cinefilo e pigro fino al midollo, riesce a trovare impiego in una videoteca. Giulia trova un compromesso con la famiglia altoborghese e frequenta la facoltà di Architettura. Cristina studia Letteratura e sta per laurearsi con una tesi su chi abbia tradotto per primo Kafka in Italia. Quest’ultimo aspetto e il rapporto tra Cristina e la conoscenza sono il motore che muove la narrazione, al di là degli intrecci e delle relazioni amorose che a vario titolo entrano in una storia che ha come protagonisti tre ventenni.

Non aveva con sé nulla: non uno zaino, una borsa, una matita o altro. Solo quel libro che stava distruggendo man mano che lo leggeva. Le sembrava un po’ una metafora della conoscenza, un simbolo del rapporto tra l’oggetto del sapere e il sapere stesso, l’allegoria di chissà quale bislacca teoria filosofica sul rapporto tra esperienza e mondo, una dimostrazione empirica del rapporto tra l’immanenza e la trascendenza, o forse si trattava solo dell’effetto che le facevano quegli enormi libri di fronte  a lei su cui avrebbe dovuto concentrarsi di più, con più ostinazione, mentre invece continuava a osservare la fauna della biblioteca, senza cacciare un ragno  dal buco”.

Cristina si imbatte nelle sue ricerche in un misterioso intellettuale ed editore sui generis, Gregorio Boemo, che, nella sua ricerca ossessiva per la parola e la riscrittura letteraria, è un doppio omaggio, come lo stesso Alba ci dice. Il suo nome evoca direttamente Gregor Samsa, protagonista de La metamorfosi. Al contempo, la sua figura si ispira a Silvestro Ferrauto, l’intellettuale e tipografo del celebre romanzo Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini.

Attraverso uno stile volutamente giovanile, questo romanzo mostra un equilibrio tra fluidità narrativa e complessità intellettuale, mescolando la freschezza del romanzo di formazione con la precisione del giallo filologico.

Questo originale lavoro di Alba, proposto al Premio Strega da Claudio Strinati, storico dell’arte e conduttore televisivo, è entrato nella longlist con questa motivazione: «Il testo non è leggero come appare, ma si compone di diversi strati narrativi. L’opera è concepita come un “labirinto borgesiano” dove finzione e realtà si confondono. Il gioco stilistico è così marcato che l’apertura e la chiusura del libro sono strutturate sotto forma di recensioni del romanzo stesso».

La struttura metanarrativa e labirintica è l’aspetto più interessante della storia. Il narratore, da esterno e onnisciente, diventa interno.

Oscar, si chiama Oscar.

“Non succede spesso, ma è potenzialmente possibile. Non rientra nelle casistiche, ma non è detto che non possa accadere. Certo, strano è strano. Ma può capitare che il narratore di una storia, solido e affidabile fino a metà del racconto che ordinatamente sta mettendo in fila da ore, giorni o addirittura settimane, entri nella vicenda con una bella invasione di campo. E lo faccia senza chiedere il permesso, trasformandosi in narratore interno alla storia, come è appena successo a me che racconto queste vicende. Buttiamo giù le carte: mi chiamo Oscar e sono un appassionato di libri”.

Ma chi sia veramente Oscar e che ruolo o “forma” abbia lo scoprirà solo il lettore regalandosi questa bella storia.

Angela Vecchione

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