Vorrei che il design fosse considerato un fatto culturale e non un segno che molte persone usano come un brand. La maledizione del design sta in questo paradosso: nel brand che è più forte del valore del prodotto dal punto di vista sia dell’estetica sia della qualità realizzativa”. Sono le parole dell’architetto Antonio Citterio che l’autrice del libro Maledetto design (Gallucci Centauria 2019) riporta in apertura.

Un po’ saggio, un po’ catalogo, un po’ raccolta di interviste, Maledetto design è un libro e tanti libri insieme. Se però le forme di scrittura sono diverse, il tema è uno solo, ed è forse uno dei più centrali nella percezione del design contemporaneo, ossia la trasformazione degli oggetti progettati in icone pop e oggetti di culto.

Alessandra Coppa, storica dell’architettura e del design riflette e scrive su di un “design” che da un lato è celebrato, mitizzato e continuamente evocato come simbolo di innovazione, dall’altro invece è schematizzato a decoro, appiattito a modernità a tutti i costi, male interpretato o frainteso. Lo fa costruendo un ragionamento visivo e discorsivo insieme, partendo dall’analisi di alcuni degli oggetti più iconici e in particolare da quegli oggetti particolarmente provocatori, la cui funzione non è facilmente intuibile o è addirittura discutibile.

Tra questi c’è ad esempio la serie “Gun Lamp” progettata da Philippe Starck per Flos.

“Questa collezione di lampade, in forma di arma, manifesta la posizione politica di Starck sul tema della guerra e della pace utilizzando un oggetto d’uso quotidiano per suscitare riflessioni ed esprimendo la sua visione cruda della realtà umana. Il pensiero di Starck è dichiarato con una scritta alla base di ogni lampada: “Happiness is a hot gun”, citando un brano dei Beatles. Il design è utilizzato come un’arma per suscitare discussioni”.

Quelle progettate da Starck sono tre lampade, una da lettura, una di medie dimensioni e l’altra da pavimento, il cui sostegno realizzato in alluminio pressofuso dorato è a forma di arma. La lampada più piccola ha la forma di una Beretta per indicare le armi di provenienza europea, la media è il Kalashnikov AK-47 per alludere alle armi di fabbricazione sovietica, la più grande ha invece le sembianze di un Rifle M-16 in riferimento alle armi statunitensi.

“La finitura oro delle armi” scrive Alessandra Coppa “intende esprimere la relazione tra guerra e denaro, il paralume nero dal quale non filtra la luce rappresenta la morte, mentre le crocette, incise all’interno del diffusore nero, rimandano alla memoria dei defunti in guerra”.

Detto ciò, l’autrice si chiede: Maledetto perché? Perché questo design è tanto disturbante quanto voluttuoso? Si tratta davvero di un manifesto contro la guerra o di un’inutile provocazione?

Di certo il valore etico e simbolico di queste lampade è controverso e ci invita a riflettere sulla spettacolarizzazione del design, sulla trasformazione dei suoi oggetti in icone mediatiche. Perché in fondo molti progetti diventano famosi soprattutto per la loro capacità simbolica e narrativa e, lungi dall’essere brillanti soluzioni formali a problemi quotidiani, funzionano sempre più come segni culturali, simboli di status ed elementi di spettacolarizzazione estetica.

Questa constatazione però nasconde in sé una domanda, forse la più importante. Se è davvero solo di questo che si tratta, solo di estetica estrema, il design può ancora essere uno strumento di innovazione sociale?

Il design è un sistema complesso in cui sono coinvolti ovviamente gli oggetti, ma anche i soggetti, gli usi, i meccanismi di produzione e di circolazione, le pubblicità, i racconti e tutte quelle pratiche culturali che interpretano gli oggetti stessi. Sono tutti questi elementi a far sì che un oggetto serva a un certo scopo e rappresenti qualcosa per determinate persone in un determinato tempo e in un determinato luogo. Nonostante tutto.

E allora forse ha ragione Philippe Starck quando proprio a proposito delle Gun Lamp scrive:

“Oggi si uccide religiosamente, militarmente, civilmente – talvolta molto civilmente – per ambizione, per avidità, per il piacere, per lo spettacolo. Create, fabbricate, vendute, sognate, comprate, usate, le nostre nuove icone sono armi. La nostra vita non vale che una cartuccia. La Guns Collection non è che un segno dei tempi. Abbiamo i simboli che ci meritiamo”.

Maledetto design.

Loredana La Fortuna