Il 1989 è ricordato da molti come un anno spartiacque nella storia europea e mondiale. Per Cecilia è l’anno che fa da spartiacque tra le scuole elementari e le scuole medie.

Quando avevo 8 anni a casa mia si mangiava benissimo: pasta al burro e parmigiano. Mia madre non aveva né i soldi né la fantasia di cucinare qualcos’altro, perché tornava tardi dal lavoro e poi doveva mettersi a studiare per laurearsi. Purtroppo, quando ho iniziato la quinta elementare, abbiamo cambiato casa e dieta. […] Mia madre aveva vinto il concorso per insegnante di ruolo […] Io speravo sempre che avremmo attraversato una nuova fase di povertà per ricominciare a mangiarla.

Cecilia ha 11 anni e vive con la madre “single” e il fratello maggiore a Grosseto: non sono una famiglia benestante, ma vivono in un piccolo appartamento, in cui la madre, insegnante alle scuole medie, tiene lezioni di pianoforte, per arrotondare.

Il padre non è granché pervenuto: ha abbandonato la famiglia quando i figli erano molto piccoli per tentare la carriera di musicista a Roma, ma, dopo varie porte in faccia, si è ritrovato a fare l’impiegato pubblico alla USL di Grosseto, grazie a un amico che lo ha raccomandato. Oltre a una madre e a un fratello, avevo anche un padre. Solo che per diversi anni era scomparso e non se n’era saputo più nulla.

Cecilia, infagottata in abiti maschili di terza o quarta mano, prova una discreta ansia all’idea di iniziare le scuole medie. Per lei, la fine delle elementari rappresenta il dismettere “una divisa color purezza e strozzata dal fiocco rosa”: se per molti è una sensazione di libertà, lei si sente nuda, perché “a me, la libertà, mi ha sempre fatto paura”. Nella nuova scuola, la protagonista si sente smarrita: le compagne sono (quasi) tutte più belle, mentre in lei la pubertà tarda a sbocciare; i maschi sono territorio inesplorato e che potrebbe benissimo rimanere tale; i professori sono tutti “fascisti”. Il destino (o, meglio, la professoressa di italiano, storia e geografia) le affibbia come compagno di banco Antonio: Era un piccoletto che non stava mai zitto e prendeva in giro i compagni con il fiatone: li chiama finocchi, dando a intendere di padroneggiare le tematiche legate all’omosessualità. Si chiamava Antonio, ma tutti lo chiamavano “il napoletano”. Era il nostro extracomunitario. […] Il suo primo compagno di banco, Massimo, aveva subito sessanta giorni di angherie e prese per il culo e aveva cominciato a dare i primi segni di squilibrio.

La sua “prima cotta”, un allievo di pianoforte della madre, che frequenta la terza nello stesso istituto, non la degna di uno sguardo. Il padre piomba di nuovo nella loro vita, tra le diffidenze della madre e l’atteggiamento fin troppo entusiasta del fratello maggiore. La sua migliore amica viene dalla campagna ed è figlia di due radical-chic romani, che soddisfano qualsiasi suo capriccio, pur di non doversi occupare troppo assiduamente di lei. Casa loro è, per Cecilia, un mondo parallelo: Silvia aveva comprato l’Amiga 500. Un oggetto che avevo già intravisto ma mai da vicino, con il quale si potevano fare dei giochi divertentissimi usando un attrezzo avveniristico come il joystick. In pratica era come avere gratis a casa quei videogame che al mare costavano duecento lire a partita. Non vedevo l’ora che mi invitasse a giocarci.

 A tutto ciò si intrecciano la storia d’Italia e quella della caduta del regime comunista, con grande sconforto della madre e della zia di Cecilia.

E una sera qualunque, davanti al solito piatto di pasta al cavolfiore, il conduttore del telegiornale ci disse che stava cadendo il muro di Berlino. […] Insomma, sembrava una cosa bella, di cui tutti erano contenti. Invece mia madre era rimasta imbambolata e non riusciva a muoversi dalla tavola. A guardarla bene, sembrava che avesse anche gli occhi lucidi. […] “Ci sono tanti Paesi come la Russia che in tutti questi anni hanno provato a vivere diversamente da noi, a mettere tutte le ricchezze in comune, a dare a tutti gli stessi diritti e spartire tutto attraverso lo Stato. A mamma e a me questo progetto ci sembrava buono, perché ci piace l’idea di essere tutti uguali di fronte alle autorità, e anche di non farci la guerra tra noi per a vere cinquemila lire in più o un vestito più bello. Ecco, adesso questo progetto è crollato”.

Un grande pregio dell’autrice è la narrazione “spontanea”, in prima persona, di ciò che accade a Cecilia e delle sensazioni che prova. La protagonista racconta, in modo ironico, le sue emozioni nel provare i primi sentimenti per un ragazzo di terza media, inarrivabile ai suoi occhi, per le nuove amicizie, per quanto strampalate (una radical-chic, una “zingara”, un’”ebrea”), per l’arrivo delle mestruazioni e per la scoperta di un ammiratore segreto. Allo stesso modo, si emoziona per alcuni grandi fatti della storia: non comprende bene cosa stia succedendo, quando cade il muro di Berlino, ma si rende conto di essere contraria alla pena di morte, dopo aver assistito in diretta TV al processo a Ceaușescu. Nel romanzo/autobiografia si ritrovano poi molti “tormentoni” (canzoni, cartoni animati, ma anche prodotti di uso quotidiano e videogame) immancabili nelle case della classe “media” e “medio-bassa” tra la fine degli anni’80 e dell’inizio degli anni ‘90, che permettono, per chi quegli anni li ha vissuti, una facile immedesimazione. In conclusione, un pizzico di ironia, una buona dose di nostalgia e un linguaggio semplice che accompagna una scrittura avvincente fanno di questo romanzo “di formazione” una lettura piacevole e divertente.

Anna Realini