Quando un grande romanziere scompare, il dibattito sul lascito che ha fatto alla letteratura internazionale sboccia quasi automatico. Se si tratta poi di un personaggio che è stato in qualche modo controverso, come è il caso del premio Nobel peruviano Mario Vargas Llosa, è difficile inserirsi con originalità tra i vari e importanti interventi che dopo la sua morte, avvenuta il 13 aprile 2025, hanno popolato pagine di riviste e post sui social.

Cercando una via più soggettiva di attivare un ricordo e una serie di considerazioni sulla scrittura e sull’opera di Llosa, oltre che sul suo modo di tramandare la propria esperienza a chi scrive, ho pensato di parlare con qualcuno che avesse avuto la possibilità di interagire con lui, e mi sono ricordata di un seminario che il grande romanziere offrì in persona alla Scuola Holden. Furono selezionati dalla scuola alcuni partecipanti tra diversi autori già in attività, e questi ebbero così il privilegio di ascoltare direttamente dalla voce dello scrittore alcune riflessioni sul mestiere di scrivere. Ho rivolto una serie di domande a Barbara Del Bono Idda (*), che fu tra i candidati per quella fantastica esperienza.

  • Barbara, a quando risale l’esperienza con Mario Vargas Llosa alla Scuola Holden?
  • Tra la fine del 2000 e il gennaio 2001 tra selezioni e lezioni; inviammo il curriculum e i prescelti furono convocati telefonicamente. I 4-5 giorni di presenza dello scrittore furono molto intensi. Tra i presenti, Enzo Fileno Carabba, che stilò una specie di glossario delle parole chiave di quella che Llosa definì spesso la sua “teoria del romanzo” (**). Io mi ricordo che oltre a basarsi sulla propria opera citò spesso Philip Roth, tra gli esempi contemporanei.
  • Tra i vari argomenti trattati, quale ti è rimasto più impresso o ti è sembrato più importante per la tua scrittura?
  • Mi è rimasto molto impresso il discorso sul narratore. Secondo Vargas Llosa non bisogna mai dimenticarsi di lui, che è come il personaggio principale del racconto. Ha una sua vita, non coincide con l’autore. Le cose che narra devono essere coerenti con il tempo e il punto di vista in cui lo abbiamo collocato. Se ciò cambia, deve cambiare anche lui.
  • Da più parti Mario Vargas Llosa è stato accusato di essere uno “scrittore di destra”. Lo consideri tale, e se no, come è nato secondo te questo equivoco?
  • No, credo che Llosa sia stato un moderato, un liberale, volerlo legare a un bipolarismo politico è senza dubbio forzante. Dopo aver aderito al Partito Comunista in Cile (allora segreto, si nascondeva sotto il movimento Cahuide, ndr) e aver criticato apertamente il regime di Odría, da cui fu perseguitato, visitò Cuba ed espresse simpatia per la rivoluzione, tranne poi, in seguito all’arresto del poeta Heberto Padilla, rompere con Castro in maniera definitiva, e di conseguenza anche con García Márquez, che in maniera quasi iconica, era diventato il riferimento “letterario” della sinistra. Da sempre contro ogni regime autoritario, come ha ampiamente dimostrato scrivendo 🔗Conversazione nella Cattedrale (Feltrinelli, 1971) si è preoccupato della condizione economica del Perù, allorché isolato dai liberi mercati, e ha guardato con sospetto tutti i populismi che trionfavano nell’America del Sud – e non solo lì perché ha sempre osteggiato il populismo di Berlusconi, per esempio – di qualsiasi colore fossero. Quando si presentò come moderato liberale alle elezioni presidenziali in Perù (nel 1990 contro Fujimori, ndr) in opposizione a un candidato sostenuto da forze di sinistra e perse, non ci dimentichiamo che poco dopo (nel 1992, ndr) l’avversario sciolse il parlamento con un colpo di stato divenendo così l’ennesimo dittatore. Leggendo le motivazioni per l’attribuzione del Premio Nobel, si capisce chiaramente quanto più peso abbia avuto il suo impegno contro i regimi rispetto alla sua scelta liberista. Proprio incontrandolo e interagendo con lui, ho portato con me la sensazione di una grandissima apertura mentale, di una straordinaria capacità di essere libero, sia come produttore di scrittura che come intellettuale. Una cosa che per esempio mi ha impressionato positivamente era il suo modo di interagire con la seconda moglie Patricia (Patricia Llosa Urquidi, dalla quale a un certo punto si era anche separato ma che gli è stata vicina fino alla fine ndr), che fu presente tutto il tempo di quel seminario, seduta accanto a lui (la crisi coniugale fu successiva). Le attribuiva pubblicamente il merito di molte aperture mentali che sono state importanti per la sua evoluzione di uomo e scrittore.
  • Qual è il testo di Vargas Llosa che più di tutti è risultato importante per la tua formazione?
  • Sicuramente Conversazione nella Cattedrale per quanto riguarda la fiction; ho molto profittato dalla lettura di 🔗Lettere a un aspirante romanziere (Einaudi, 1996) dal punto di vista tecnico. 🔗La città e i cani (Einaudi, 1967) mi ha illuminato sulla sua esperienza, perché in quell’opera lui parla molto del rapporto con il padre, assai infelice, della paternità rinnegata, e dei difficili anni del collegio militare. Conversazione è un libro davvero unico, quell’incipit memorabile, che tramite l’architettura cittadina ti fa entrare subito nello stato d’animo del protagonista; Zavalita. L’incontro nella “cattedrale”, che è un locale, tra Santiago Zavala e il negro Ambrosio, che era stato l’autista del padre, e che permettere di ripercorrere tutta la vita del protagonista ma anche quella del Perù in quell’epoca, cioè quella del governo militare Odría appunto, è costruito con grande maestria. Si tratta di un romanzo-mondo, scritto con una bravura tecnica che pure scompare per mettere in rilievo la storia. E che conferma quello che lui ha sempre sostenuto, cioè che la letteratura può essere sovversiva.

Ringrazio Barbara della sua testimonianza diretta, e mi soffermo un attimo sul mio “incontro” con Mario Vargas Llosa. Nel 2004 ho avuto modo di assistere a una lettura pubblica a Monaco di Baviera, nella Literaturhaus, lui presente. Si trattava allora del libro 🔗Il paradiso è altrove (Einaudi, 2003) nell’edizione tedesca. Il libro è dedicato a Paul Gaugin e a sua nonna Flora Tristan – una delle antesignane del femminismo – che era di origini peruviane. Ma io sento di aver incontrato per la prima volta Llosa leggendo 🔗La zia Julia e lo scribacchino (Einaudi, 1979). Erano i primi anni Novanta, e frequentavo un gruppo di amici sudamericani che mi parlarono del libro. Fu una specie di folgorazione, e la storia, i cui protagonisti sono Mario, alter ego dello scrittore e la sorella della di lui zia acquisita, Julia (Vargas Llosa si era realmente sposato nel 1955 con la sorella di una zia, Julia Urquidi, più anziana di lui) ha ampi rimandi alla biografia e al periodo di formazione dello scrittore negli anni di studio a Lima e a quelli del suo trasferimento in Europa. La forza del romanzo risiede sicuramente nella caratterizzazione di personaggi e situazioni indimenticabili, primo fra tutti quello di Pedro Camacho, popolarissimo autore boliviano di radio-romanzi, che arriva a Radio Central, facente parte del gruppo di emittenti Panamericana presso la quale il protagonista Mario svolge il suo apprendistato come redattore di bollettini. La storia d’amore tra Julia e Mario, vissuta di nascosto alla famiglia, si intreccia con gli episodi dei radiodrammi, che intessono un affresco della società peruviana. Mentre Camacho inizia a confondere situazioni e personaggi, resuscitandoli e cambiandoli di situazione e capitolo e finendo per questo addirittura in manicomio, la letteratura si intreccia con la realtà e con la vita del protagonista, definendosi come ambiente elettivo in cui è possibile rifugiarsi e sviluppare un cosmo privilegiato di analisi e osservazione dell’umano con le sue incongruenze, ingiustizie e aberrazioni, ma anche con le sue piccole quotidiane bellezze, che nel caso di Llosa sono da ricercare nel reale, e non nel fantastico, nel “magico” a cui ci ha reso avvezzi per esempio García Márquez, insieme a molti altri autori latino-americani. Mi soffermo infine sul il romanzo 🔗La Casa Verde (Einaudi, 1970), che richiese un’ampia ricerca fino alle radici indigene del Perù, e che fu in larga parte ispirato dalla sua personale esperienza di vita a Piura, ma anche da un viaggio di studio nella regione amazonica di Santa Maria de Nieva. Da una parte la selva, dall’altra una città con le sue regole “civili”, ma soprattutto, cosa significa “civilizzare” e cosa invece “snaturare”, quando si tratta di ridurre degli uomini liberi a servi di una società. L’ho letto dopo essermi imbattuta nella trascrizione di una conferenza in inglese che il romanziere tenne alla Washington State University nel 1968. Quel testo per me è un piccolo gioiello, dove Llosa non solo illumina il suo processo creativo del generare quella storia, ma anche la sua lenta trasformazione da aspirante scrittore a romanziere che crede nel proprio lavoro. Da quella lezione ho tratto molti degli insegnamenti e consigli fondamentali per il mio lavoro di scrittura. Uno fra tutti, quello che la bellezza di una storia sta nella sua imperfezione. Il romanzo imperfetto è quello auspicabile, perché ha una sua verità, che non coincide né con quella del reale né con quella dei canoni. E questa, detta da uno dei più grandi romanzieri della contemporaneità, è sicuramente una regola importante.

Anna Bertini

(*) Barbara Del Bono Idda, Drammaturga, poetessa e regista teatrale, diplomata ai corsi di creative writing della New York University presso Scuola Omero; Laboratorio di scrittura e tecniche per il giornalismo con Roberto Cotroneo, Vincenzo Cerami e Andrea Camilleri (CentroLab, Roma).
Vincitrice di premi letterari quali Premio Clio – Gabinetto Viesseux, Firenze; premio Serenissima- Univ. Venezia.

(**) ci si riferisce a questo testo di E. Fileno Carabba: https://share.google/z1YNc1amzxDd0A6ak