“Questa era una pagina meravigliosa di Melville, qui Achab si tocca la sua gamba di osso di balena e forse comprendiamo che quel suo corpo e la balena sono una sola cosa. Questo ci fa pensare oggi la lettura di Mobydick, e io ora vi domando: se vi toccate le vostre gambe le sentite le ossa all’interno che vi reggono in piedi e portano nel mondo? E che pensate quando le percepite? Vi sentite più vivi e legati alla vostra storia personale?”
(Marosia Castaldi, Scuola Holden Torino 2004, appunto dal mio diario personale di quei giorni

Nel mio ordinario e meraviglioso vivere quotidiano, come talvolta nel mio stesso umile agire professionale, ho nel cuore alcuni narratori di storie che mi fanno da bussola nel mio esercizio di ricerca personale della decifrazione del senso del reale, anche attraverso questo mio corpo che affronta il mondo, e si mette in ascolto di quanto raccontato da quei corpi narranti altri che attraverso un linguaggio, ora la parola ora un’immagine, danno statuto al mio percepire il sistema “definito” di questo sistema sociale (anche societario, aggiungo provocatoriamente!) che tiene in piedi il mondo come luogo politico poco libero (a discapito del pianeta vivente naturale, che di sicuro sarebbe libero con tutte le sue creature a prescindere dei molti umani che lo popolano senza rispetto alcuno) e che in me produce domande ogni giorno (per le risposte, per fortuna, non è dato sapere, ed è questa la bellezza incredibile del viaggio chiamato vita!). Questo mio inventario annuale dei libri preziosi che mi accompagnano fin da ragazzo contiene un elenco minimo di alcuni pensatori-scrittori-compagni di viaggio umano che considero famiglia elettiva, e con i quali – quasi ogni giorno, da oltre venti anni – sento uno stretto e prezioso legame emotivo, una connessione che mi indirizza nel mio agire, in primo luogo umano e poi talvolta anche professionale. Una di queste figure e mentori per me totalizzanti, fin dalla sua prima lezione al Master biennale della Scuola Holden di Torino nel 2004, è stata l’immensa Artista Marosia Castaldi. Le lezioni dal vivo di Marosia erano così travolgenti che non potevo fare a meno di continuare ad ascoltarla, ponendo altre domande, anche quando terminata la lezione in classe, tutti noi studenti in pausa nello spazione della scuola di Corso Dante. Avevo ventidue anni, venivo da un’edicola di paese dove ero stato collaboratore estivo e mille altri lavori autunnali utili a sbarcare il lunario, perché il quotidiano cartaceo di Salerno per cui scrivevo a distanza come aspirante pubblicista non mi offriva neanche un rimborso spese di un solo euro mensile, e così (letti i libri del pirata Luciano Bianciardi che avevo scoperto tempo prima grazie allo storico libraio Ernesto Rascato) mi ero messo in testa che sarei andato altrove, pur di scoprire quali altri autori leggere, se davvero scrivere potesse piacermi, a che serviva in fondo leggere e scrivere. In quei giorni alla Scuola Holden coraggiosamente avvicinavo Marosia Castaldi per farle domande sulle sue pagine impressionanti, (era da poco apparso in libreria Dava fine alla tremenda notte) e ritrovare il piacere di ascoltarla mentre lei con leggerezza parlando dell’ordinario e dello straordinario attorno a noi, frammenti di mondo che lei percepiva in ogni atomo di materia e restituiva producendo suggestioni artistiche ora di materia fisica ora di linguaggio verbale ora di parola scritta, e che ci restituiva con quella sua voce flebile e dolce, a tratti ironica e fragile. Marosia era corpo narrante vivente che portava a lezione letture estratte dai suoi autori classici immortali di riferimento, e umile – ma abilissima – artista che inseguiva una ricerca personale che agli occhi di chi la seguiva si faceva materia viva incandescente attraverso le sue letture dei Maestri Classici, perché lei raramente leggeva i suoi scritti e quasi sempre parlava di lettura e scrittura portando agli incontri con altri le pagine su cui si era formata nel suo apprendistato alla vita.

“Siamo vivi, umani, poi dopo facciamo altro Mario, non dimenticarlo mai, io sono Marosia, ora esco da qui e torno a casa a cucinare per le mie figlie piccole, vedi che pure questa è vita, prima di tutto, sai?”- mi disse nel corridoio della scuola il giorno che le domandai come potevo capire se la scrittura facesse o meno per me che venivo da lontano con il mio carico di dubbi e incertezze, paure e desideri. E dopo la sua risposta rimasi fermo, in silenzio, e lei tornò dietro e aggiunse solo: “dai, leggi e vivi, il resto accadrà sei giovane, non avere paura di nulla, potresti essermi nipote sono vecchia sai e rompiscatole, ma resto napoletana pur vivendo a Milano, e mi fai sempre ridere con questo tuo parlare e fare!”. La fissai in silenzio ancora, con un inutile (dico a me stesso oggi) senso di colpa fuori dall’ordinario e mi passò quello straniamento il mattino dopo, quando rivedendola, mi avvicinò e invece della stretta di mano con sorriso mi accolse con un abbraccio spontaneo e intenso introdotto da una risata e una sola parola “eccoti, sei venuto a lezione anche se piove forte!”).

La materia viva di Marosia, ma io questo l’ho capito almeno dieci anni dopo le sue lezioni e solo rileggendo fino allo sfinimento le sue meravigliose pagine e dialogando con lei via mail e a telefono da amici di penna, diventava (e diventa ancora per i pochi che la leggono oggi, e che io mi auguro un giorno diventino tantissimi) azione fisica vissuta, che si fa portatrice di un bagaglio personale di visioni filosofiche (nel linguaggio, in quanto pensatrice e scrittrice) e materiche (per i colori e le tele e i tavoli  e gli altri strumenti del mestiere utilizzati della pittrice e scrittrice) di un vissuto autobiografico universale reinventato in forma espressiva e  mai ostentato per mendicare attenzione o visibilità. Marosia se ne fregava bellamente del domani e della definizione di artista, si lanciava a capofitto nella ricerca sottraendo tempo alla vita quotidiana per rimodulare giorno dopo giorno la sua ricerca. Lo diceva con discrezione anche a telefono negli ultimi anni quando parlando del blog che avevamo costruito assieme e del quale mi occupavo per gli aggiornamenti  e la manutenzione, mi raccontava che usciva sempre meno in pubblico, per motivi di salute sui quali non ho mai osato chiedere nulla nel rispetto della persona e della famiglia, se non quando richiesto esplicitamente per le inaugurazioni delle piccole mostre all’estero dei suoi lavori o per temere i suoi seminari di cui davamo notizia attraverso il blog. Attraverso le parole impresse su carta per ogni suo romanzo, ma anche attraverso i colpi di sgorbia su un ceppo di legno da lei scolpito nel suo laboratorio o di una tela su cui i colori delle tempere si schiantavano prendendo vita sotto forme che lei percepiva prima di altri mentalmente, e poi restituiva a noi fruitori. Eppure, nel fare arte di Marosia, non c’era l’intenzione di dimostrare qualcosa a qualcuno o di scandire un tema (o un ricordo) ultrapersonali per lei, che pure aveva viaggiato e studiato e svolto tanti lavori nel suo apprendistato di donna libera nel mondo (come amava ribadire spesso a voce), in primo luogo, e poi di artista. Non so perché accade a me, e se accade ad altri, che hanno a che fare con gli autori di storie amate, ma questa forma di telepatia che pone in dialogo quotidiano chi ama le storie qui e ora, in questo tempo, e chi le ha scritte in un altro momento storico, ammesso che questo sia possibile ancora oggi in questa epoca colma di distrazioni costanti, trovo che nella mia vita di lettore-libraio-scrittore, come in quella di umano vivente, il mio sereno “verbigerare” mentale a perdere, quando penso agli autori cari e alle storie, al netto del mistero in cui è racchiusa la vita e il cammino artistico di Marosia, poco consapevole e molto struggente mi viene da pensare di getto, riconosco che sono stato estremamente fortunato ad averla avuta prima come docente e poi come amica di penna a distanza, proprio perché accaduto incidentalmente e senza aspettativa alcuna come avviene solo nei legami e dialoghi umani spontanei e sinceri. Nei giorni in cui fra traslochi e lavori precari cercavo di costruire un mio percorso umano e professionale in modo libero e autonomo, rileggevo le pagine di Per quante vite e mi sentivo anche io, a mio modo e molto umilmente, una Dora Spengel che assembla mappe mentali e fisiche con cui muoversi prima nel suo monolocale e poi per le vie del mondo, giorno dopo giorno. E in ogni altro libro di Marosia riletto o consigliato negli anni ad amici lettori o scrittori (e talvolta pure donato spontaneamente attingendo dalla mia segreta e ormai esaurita piccola scorta di copie di emergenza, quando era necessario per sostenere qualcuno in un momento difficile) mi bastava rileggere una sua frase o un periodo per sentirmi prima di tutto un apprendista della vita fortunato e grato per il dono ricevuto di giorno in giorno e poi anche un cercatore di storie lette attraverso i libri classici e talvolta raccontate anche da me quando provo ad affrontare la pagina bianca mettendomi alla prova ogni volta. Questo metodo mi permette di restare curioso nei confronti del mondo, e di perdermi ancora di più tra le pagine oniriche di Dava fine alla tremenda notte.  Un capolavoro di romanzo (mastodontico e potentissimo e profondo per stile e contenuto, storia e linguaggio che andrebbe letto ovunque, nelle case di cura come nelle scuole superiori come in ogni luogo popolato da anime umane inclini al pensare cosa accade all’umanità e dove esiste, se esiste, una speranza possibile per l’agire individuale nel pieno del burrascoso vivere questo tempo di passaggio antropologicamente indefinibile eppure tumultuoso) nel quale la voce narrante ci accompagna in un viaggio prima intimo e solitario, e poi collettivo, attraverso lo sguardo di una piccola combriccola di personaggi bizzarri e imprevedibili, mostruosi eppure umani che si muovono nel mondo, e sulla pagina,  attraverso una prosa magnifica e ponderata, ma del tutto prive di una struttura narratologica calcata su modelli riconoscibili. Perché Marosia inventava tutto a ogni storia, nel tentativo di reinventare il (suo e quello nostro) mondo escludendo ogni narcisismo autocelebrativo e liberandosi dalle pressioni dell’inconscio pur potentissimo che percepiamo nei dialoghi e nelle immagini estramamente evocative messe in campo sulla pagina, col fine suo ultimo – o forse uno scopo mancato che torna al punto di partenza e dà nuovo inizio a un ciclo narrativo perpetuo e meraviglioso dal piglio quasi ergodico –  pur di restituire ai lettori un gesto artistico intriso di vita morte guerra: l’umanità allo stato puro che ci tiene in piedi e ci ricorda che Per quante vite avremmo potuto immaginare o vivere ritrovarci in questa, con autrici del calibro di Marosia nel nostro pantheon degli artisti del cuore è una vera fortuna per tutti: esseri umani in toto, lettori, librai, scrittori e altri possibili scopritori di suggestioni artistiche pure. Grazie Marosia, e buona lettura di cuore a tutti quelli che prenderanno d’assalto librerie e biblioteche e altri luoghi in cui i suoi libri cartacei continuano ad esistere. Bisogna solo cercarli, spegnere ogni distrazione e poi aprire il cuore alla vita e tuffarsi in quelle pagine. La letteratura di Marosia Castaldi, come ogni suo gesto artistico, è immortale  e universale, non ha scadenza. Siamo persona fortunate nell’averla incrociata lungo il cammino umano, non dimentichiamola, leggiamo e divulghiamola ovunque, ora e sempre.

Mario Schiavone

Mario Schiavone è libraio, scrittore e formatore. È stato allievo di Marosia Castaldi alla Scuola Holden e in seguito l’ha supportata con amicizia nella creazione e gestione del suo blog personale. Diffonde da anni le opere della scrittrice in scuole e librerie, attraverso corsi e laboratori di lettura e scrittura. Oggi continua a portare storie e libri in giro, coltivando una ricerca personale fondata sulla gioia e sull’amore per la vita.

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