Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema,1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.
Alessandra Minervini tiene corsi di scrittura, scrive e legge molto. Il suo sito è alessandraminervini.info.

Un romanzo di formazione intimo e corrosivo, che racconta con grazia e ferocia il confine sottile tra elaborazione e fuga. Il protagonista ha 27 anni, vive in provincia, convive con l’ombra del lutto e una salute mentale fragile. In bilico tra un padre assente, una madre iperprotettiva e un amore interrotto, decide di partire. Lo seguiamo in un giorno solo, ma in quel giorno si addensa un’intera vita: incontri, memorie, fantasmi, demo musicali, lasagne, silenzi, e un tempo che pare sempre sul punto di collassare.
hacca.it
Lezione n. 71
Scrivere fuori dalla norma
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«Una persona la riconosci dal modo in cui
nonfa la guerra ai ricordi.»
Mi piacciono gli esordi quando hanno un sottofondo di meraviglia incomprensibile. Non incompresa. Intendo, una pagina sgraziata. Una frattura silente. Può essere lo stile, la voce, la trama, la storia, il finale. Il personaggio, il tempo, lo spazio. Basta un elemento che si distacca dalla consapevolezza narrativa tradizionale e si prende il diritto sacrosanto di mostrarsi diverso. Non minore e non imperfetto. Eccezionalmente fuori dalla norma. Un romanzo d’esordio così, che capiremo fino in fondo tra qualche anno e che forse anni fa avremmo capito prima, abituati ora come siamo alla norma, l’ha scritto Matteo Paoloni, si chiama Le impercettibili oscillazioni. Spoiler: nel titolo c’è condensato quel senso di piacevole combutta tra norma e indisciplina letteraria.
Pur essendo un romanzo intimo e delicato ha una voce corrosiva che si rivolge direttamente al lettore, immaginario, con il tu vocativo. Pur essendo un romanzo che narra il legame spezzato con un padre, è la storia di un figlio e di sua madre; di un ragazzo e una ragazza; di una famiglia e la necessaria fuga. Personaggio sconcertante e fuori norma più di tutti è la figura materna. Il protagonista, a un giorno da una improvvisa disperata partenza anzi fuga o meglio abbandono del tetto matriarcale, dialoga senza ragione con una madre assente e opprimente. Una madre che potrebbe tranquillamente aver filiato, trent’anni fa, Starlet, la reginetta delle figlie di madri che mancano, protagonista dello psichedelico Fluo, esordio di Isabella Santacroce.
«Una famiglia la riconosci dal modo in cui
nonnasconde i propri segreti.»
Mi piace l’idea antiletteraria di elaborare un lutto, in questo caso paterno, senza nominarlo veramente. Il romanzo, attraverso i ricordi del protagonista, mostra la vita invece che la morte toccandone con dolce sconforto l’impercettibile differenza tra l’una e l’altra. Cos’è la vita senza la morte e viceversa? Ecco la domanda a cui Paoloni non ha risposto, perché non gliel’ho chiesta, perché sarebbe scontato e inutile, perché la risposta l’ha scritto nel suo romanzo senza mai scriverla. Preferisco invece fare qualche domanda all’autore sulla genesi dell’opera, sui moti e le motivazioni, spesso estreme, che portano uno scrittore a imbastire una storia così dolente, come una canzone che ti tormenta la testa e non ricordi nemmeno il titolo.
Dove nasce la scintilla primaria della storia e quando l’hai riconosciuta come quella giusta per raccontare questa storia?
Il libro nasce da due urgenze molto precise, che si sono incrociate nello stesso momento.
La prima è emotiva. Viene da un’esperienza personale che mi ha messo faccia a faccia con le conseguenze più estreme di un disagio psichico. Da lì è nata un’ossessione per la mente e le sue derive, che ho capito di poter attenuare soltanto scrivendone. La seconda invece riguarda il tempo, inteso proprio come “il tempo a disposizione per la scrittura”. Era appena nato mio figlio e le notti erano completamente sfasate, passate in bianco o quasi. Così a un certo punto ho iniziato a percepire quello spazio sospeso come utilizzabile, come se fosse stato aperto apposta. Ma allo stesso tempo la stanchezza si andava accumulando molto velocemente (direi quasi in maniera supersonica), e così ho capito anche che dovevo fare in fretta, prima di perdere quel minimo di lucidità che serve per produrre un testo letterario. In altre parole, il libro mi stava chiedendo di essere scritto.
Chi sono i personaggi e che rapporto hai con loro a livello creativo e umano, chi è il protagonista e come vive in questa storia?
I personaggi, in generale nel mio approccio alla scrittura, e in particolare in questa storia che potrebbe considerarsi un inventario affettivo, non li ho mai considerati come archetipi da rappresentare, ma piuttosto come campi di tensione. In questo caso la madre, il padre, gli amici, i meno amici, l’ex-fidanzata eccetera… ecco, ognuno di loro è attraversato da qualcosa che non riesce a risolversi. Il protagonista, per esempio, che nella storia è senza nome, è qualcuno che non è più capace di filtrare la realtà. Una persona estremamente complessa, fragile, confusa, eppure a suo modo iper-lucida, ma nella forma sbagliata. Lo vediamo per tutto il tempo registrare troppo, collegare troppo, ricordare troppo, e questa eccedenza lo mette fuori asse. E poi c’è l’altro protagonista, Massi, che è il centro gravitazionale del romanzo pur essendo assente. Se il primo è la materia, il secondo è l’antimateria, il vuoto che risucchia tutto. Ecco, Massi è senza dubbio l’entità del romanzo alla quale sono più legato.
«La fine
nonesiste.»
Lo consideri un romanzo di famiglia, di formazione, un testo individualista, cosa sono per te Le impercettibili oscillazioni?
A essere sincero non ho mai pensato molto a cosa fosse mentre lo scrivevo. Non nel senso di collocarlo. Mi interessava stare dentro una certa condizione e vedere fin dove reggeva. Se devo guardarlo adesso, però, mi sembra un libro in cui le relazioni contano più delle categorie. La famiglia c’è, per esempio, e in questo senso potrebbe essere un romanzo di famiglia, ma non come centro. È qualcosa che rimane sullo sfondo e ogni tanto torna a farsi sentire, anche in modo violento, senza però occupare tutto lo spazio. Mentre la crescita tipica del romanzo di formazione, se c’è, non è qualcosa che si conquista tramite un arco narrativo evidente. Non c’è un punto in cui puoi dire ok, da qui in poi le cose sono più chiare. Anzi, spesso succede il contrario. Più si va avanti, più alcuni nodi diventano troppo grandi e difficili da sciogliere. Forse è un romanzo di anti-formazione?
E poi c’è questa specie di isolamento (potrebbe benissimo essere anche un romanzo individualista, a pensarci meglio) che però non è mai totale. Il protagonista è chiuso dentro la sua testa, ma quella testa è piena di altri: di voci, di ricordi, di persone che continuano a entrare anche quando non sono più lì.
Insomma non saprei proprio come definirlo. Forse è un po’ tutte queste cose insieme, o forse, proprio per questo suo essere un po’ tutto, e per questo suo, concedimi il giochino, oscillare impercettibilmente, alla fine non è assolutamente niente.
Cosa e come le parole e i silenzi e la musica determinano l’atmosfera della storia, quanto indice il non detto nella tua creatività?
Nella mia scrittura cerco sempre di fare in modo che il non detto sia parte integrante della struttura narrativa. Anche in maniera più ampia. In questo caso per esempio il romanzo si svolge in un giorno solo, ma la storia vera, quella che genera tutte le tensioni e gli strappi e i disastri eccetera, avviene al di fuori di quanto scritto. E così ecco che le parole spesso servono soltanto a evitare il nucleo del discorso. Ci girano attorno, lo sfiorano, ma non lo trattano mai di forma frontale. I dialoghi sono spezzati, incompleti, laterali, perché le persone raramente dicono ciò che conta davvero. I silenzi invece sono pieni. Sono il luogo in cui qualcosa emerge senza essere nominato.
Mentre la musica è un’altra cosa ancora, a mio avviso. Il suo fine non è quello di spiegare qualcosa, ma quello di sostenere (e forse perfino generare) le maglie della tessitura emotiva. Ossia è il punto in cui un’emozione arriva, o dovrebbe arrivare, senza mediazioni.
«Il contrario di andarsene è impazzire.»
Come hai combinato i diversi piani narrativi del romanzo sia a livello creativo che tecnico?
Non ho lavorato per piani narrativi separati, ma per continuità percettiva. Se un ricordo, un’immagine o una deviazione mentale erano coerenti con lo stato del protagonista, allora entravano nel flusso. Dal punto di vista tecnico il lavoro è stato soprattutto di sottrazione: togliere spiegazioni, evitare raccordi troppo espliciti, lasciare che gli elementi si incastrassero per prossimità emotiva, e soprattutto sfuggire come la peste a qualsiasi cosa che potesse ricondurre la malattia mentale del protagonista a una cartella clinica. Ecco, quella cosa lì, il paternalismo clinico di certi testi che trattano di salute mentale (e che spesso e volentieri sfocia nell’ancor peggiore pietismo), è una cosa che proprio non sopporto.
Ci sono romanzi, film, serie a incastro che ti hanno ispirato o comunque suggeriresti ai tuoi lettori una narrazione che hai amato e che consideri fondamentale e perché?
Più che parlare di ispirazioni dirette, mi viene da pensare a delle presenze essenziali (e spesso catartiche) che hanno lavorato sottotraccia mentre scrivevo.
Per la letteratura/teatro/prosa, cito sicuramente Sarah Kane, per quella sua capacità magistrale di stare dentro al disagio senza filtri, senza mediazioni, e soprattutto senza cercare di renderlo più leggibile o più accettabile. Oppure Bret Easton Ellis, in particolare con Meno di zero, per quel modo quasi anestetizzato di raccontare il vuoto del suo protagonista e della sua generazione. E poi Isabella Santacroce con Fluo, che nel romanzo è citato non a caso, per il lavoro sulla lingua e per quel tipo di sensibilità anch’essa generazionale che sta sempre sul punto di deragliare. O Guido Morselli, naturalmente, con Dissipatio H.G., anche lui citato nel romanzo, per quell’idea di un’assenza che non è mai solo assenza, ma qualcosa che continua a produrre effetti, a modificare lo sguardo su tutto il resto.
Per quanto riguarda il cinema invece mi hanno sempre colpito certe atmosfere sospese, quasi immobili, dove senti che qualcosa sta per succedere ma non sai quando né come. Penso a Lars von Trier, in particolare Melancholia, per quella sensazione di fine che incombe senza bisogno di essere spiegata. Oppure Memento di Nolan, citato spesso nelle presentazioni da chi già aveva letto il libro, per il modo in cui lavora sulla percezione e sulla memoria, e su quello che resta e su quello che si perde mentre cerchi di mettere insieme i pezzi. La lista potrebbe continuare all’infinito.
«Di notte ho pensato che fosse ancora vivo. L’ho sentito camminare per la stanza, i passi felpati, traditori, e a un certo punto ho creduto perfino che mi stesse annusando il volto come i gatti.»
Come e perché scrivi?
Da quando è nato mio figlio scrivo di notte, direi per forza di cose, e correggo di giorno. Vantaggi. La notte ha dalla sua il silenzio, la calma, l’estetica della sospensione, e quel senso di libertà (anche espressiva) che si prova soltanto mentre tutti gli altri dormono. Svantaggi. La brutale stanchezza che continua ad accumularsi e un conseguente difetto di lucidità, a volte importante. Ecco perché le correzioni e le riscritture cerco di farle sempre di giorno, dove come e quando posso (va anche detto che considero questa fase il vero lavoro di scrittura!). Sul perché scrivo, invece, la risposta è più complessa. Sicuramente c’è una componente di ego da soddisfare, ma ridurre la mia aspirazione alla prosa soltanto a questo è, almeno spero, un po’ riduttivo. Scrivo perché ho letto troppo, probabilmente, anche per lavoro, e a un certo punto trattenere tutto quanto mi è diventato impossibile. A mia discolpa, a ogni modo, va detto che all’inizio ho provato a fare il musicista (per via della soggezione che mi incuteva la letteratura eccetera), ma con gli strumenti purtroppo sono sempre stato una schiappa. Così alla fine ho ripiegato sulla scrittura per assenza di alternative (suppongo), senza sapere che questa scelta si sarebbe convertita in una vera e propria ossessione, della quale ancora sono totalmente schiavo.
Lasciaci una citazione del tuo libro che ci dovremmo tatuare.
La mia editrice/editor/persona del cuore Francesca Chiappa ha definito il mio testo “un romanzo disperato” (definizione che adoro), per cui non mi rimane che chiudere questa bella intervista con una citazione altrettanto disperata. “Una persona la riconosci dal modo in cui non impazzisce.” (Nel libro, il “non” è sbarrato).
Grazie a tutte e a tutti per aver letto fin qui.
Piccola bibliografia
Bret Easton Ellis, Meno di zero
Isabella Santacroce, Fluo
Guido Morselli, Dissipatio H.G
Sarah Kane, Tutto il teatro
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