Un’estate passata con i nonni: un ricordo che, con ogni probabilità, la maggior parte di chi sta leggendo può rievocare con dolcezza e nostalgia. Un’esperienza comune, che appartiene a una memoria collettiva fatta di giornate lente, di silenzi interrotti solo dal canto delle cicale o dal rintocco lontano delle campane.

In Complice l’estate, il romanzo di Mavi Pendibene, una nonna che vive in solitudine sull’Appennino ligure accoglie per l’estate il nipotino Mattia, che normalmente abita nella luminosa e assolata Sardegna. In apparenza, la trama si muove entro coordinate familiari e rassicuranti: l’incontro tra due generazioni, la riscoperta del legame affettivo, la dimensione intima del tempo condiviso. Tuttavia, ciò che avrebbe potuto tradursi in un racconto eccessivamente sentimentale o autoreferenziale – tanto più che la narrazione è affidata alla voce in prima persona della protagonista, che inserisce nel testo pagine tratte dal proprio diario e che lascia intravedere un sottile riflesso autobiografico – qui trova una misura impeccabile e una profondità inattesa.

L’Autrice si tiene elegantemente ben lontana della trappola dell’autocompiacimento emotivo. Pur senza sottrarre alla protagonista, Mavi anch’ella, i suoi tratti di nonna amorevole e premurosa, e senza rinunciare a quell’aura di meraviglia quasi fiabesca che pervade e rappresenta vividamente il paesaggio – tra caprioli e galline, ruscelli limpidi, boschi ombrosi e antichi castelli che si stagliano contro la luna piena – Pendibene riesce ad andare ben oltre.

Accogliere il piccolo Mattia significa, per la nonna, non soltanto fargli spazio nella propria casa, ma anche e soprattutto nella propria storia, nella propria interiorità, nel proprio tempo. Nel farlo si aprono varchi inattesi attraverso i quali riaffiorano ricordi d’infanzia, frammenti di un passato custodito nelle pagine di un diario che si intrecciano con il racconto dell’estate trascorsa nella cascina in riva al Borio. Così, il romanzo diventa un dialogo continuo tra passato e presente, tra memoria e quotidianità, tra la solitudine scelta e la condivisione necessaria.

La prosa di Mavi Pendibene, che non temiamo di definire leggiadra e delicata – nel senso migliore dei termini – si distingue per la sua compostezza e per l’assenza di leziosità. Con gusto e misura, l’autrice affronta temi tutt’altro che scontati, che emergono con naturalezza dalla trama: la bellezza e la gioia di una solitudine non subita ma consapevolmente scelta, e dunque amata; la difficoltà di far posto a un altro essere umano, pur caro, all’interno di una quotidianità costruita su equilibri silenziosi ma saldi; la fatica sottile ma costante dell’accoglienza, che richiede di modificare ritmi, abitudini, perfino il respiro del proprio tempo.

Il romanzo si offre anche come una riflessione sulla reciprocità e sulla capacità di rimodellare sé stessi per aprirsi all’altro. È un esercizio di empatia e di ascolto, che Pendibene descrive senza enfasi ma con limpidezza, facendo emergere la complessità del vivere attraverso piccoli gesti, dialoghi brevi, sguardi e silenzi (sempre meno di quanti ne desidererebbe nonna Mavi) condivisi.

E poi c’è la natura, presenza costante e viva, che attraversa ogni pagina. Non è solo sfondo, ma personaggio silenzioso e necessario: la montagna, il vento, il canto degli uccelli, la luce che cambia, con le ore e le stagioni, nella casa sulle colline, diventano parte integrante del racconto, specchio degli stati d’animo e custodi di un equilibrio profondo tra uomo e mondo. L’amore per la propria terra, per la sua rudezza e la sua grazia, emerge con discrezione ma con forza, filtrando tra le righe di ogni capitolo e legando insieme, come un filo invisibile, i temi dell’opera.

Con questo romanzo breve e soave, ma densissimo di sfumature, Mavi Pendibene riesce, in punta di penna, a toccare questioni esistenziali – il tempo, la memoria, la cura, la libertà della solitudine – con una delicatezza e una fermezza rare, restituendo al lettore la bellezza di una scrittura che non impone, ma suggerisce; che non dichiara, ma lascia affiorare; che non insegna, ma accompagna.

Vera Alemanno