Una delle penne più interessanti del secondo Novecento letterario italiano ci consegna la voce intensa e lacerata di Albino Saluggia, un uomo che vive, nel secondo dopoguerra, la fabbrica non solo come luogo di lavoro ma come specchio deformante della propria vita. L’opera, pubblicata nel 1962 con una prefazione di Pasolini, non è una denuncia sociale in senso tradizionale, è piuttosto uno studio penetrante dello sguardo, della percezione e della sofferenza di un individuo segnato dalla guerra, dalla malattia e dalla solitudine.

All’inizio la fabbrica nel Canavese appare ad Albino come la possibilità di una rinascita, un luogo in cui ricominciare con dignità e dedizione. Ma questa illusione si dissolve presto: il sistema industriale emerge ai suoi occhi come rigido e impersonale dove l’operaio è ridotto a pedina di interessi più grandi di lui. L’osservazione di Volponi è lucidissima e, al tempo stesso, dolente: frasi come «tutta l’industria deve essere controllata, o invece di essere un mezzo per stare bene su questa terra potrà essere il fine di starci male o il mezzo di uscirne» evocano una tensione tra necessità di ordine e oppressione inesorabile, ma vanno lette nel contesto storico della fine degli anni Quaranta quando l’industria italiana cercava ancora una struttura chiara e una valorizzazione equa della forza lavoro.

Il romanzo costruisce la psicologia di Albino attorno a una doppia alienazione, sociale e interiore. La fabbrica diventa il teatro di paranoie e sospetti: il protagonista si isola, sabota il lavoro, rifiuta legami e subisce pressioni per fare la spia. Ogni gesto dei colleghi, ogni regola della produzione seriale diventa segno di un potere incomprensibile e pervasivo, che «non perdona gli ultimi». In questa dinamica la percezione soggettiva di Albino si intreccia con le condizioni oggettive del sistema industriale: il risultato è una narrazione in cui l’alienazione esterna e quella interna si riflettono e si amplificano a vicenda.

Due presenze immaginarie emergono come pilastri della sua interiorità: uno scarpone e un indiano che stazionano nella sua casa. Il primo, consumato e concreto, è il corpo stesso del lavoro, la materialità pesante che lo lega alla fabbrica e alla fatica quotidiana. Parlare con lo scarpone significa confrontarsi con la parte di sé più ferita, più aderente alla terra, più umile e vulnerabile. Il secondo, al contrario, evoca una dimensione mitica e spirituale: è libertà, alterità, saggezza originaria, un occhio che osserva dall’esterno e che offre ad Albino una possibilità di fuga e di visione simbolica. A ben guardare, scarpone e indiano rifrangono polarità fondamentali della sua identità fratturata: materia e spirito, peso e leggerezza, reclusione e immaginazione, condizione operaia e sogno di un altrove.

Il rapporto con le donne che Albino intercetta è altrettanto significativo e complesso. La madre, anziana e distante, è vincolo e protezione insieme, mentre le altre figure femminili, infermiere, compagne di viaggio, fattucchiere, sono mediatiche, talvolta minacciose. La distanza che Albino mantiene con loro non è freddo disprezzo ma difesa, pudore, paura di abbandonarsi e di perdere il controllo per poi non ritrovarsi. Con gli uomini invece, in particolare con due compagni di fabbrica, peraltro molto diversi, emerge un desiderio ambivalente di riconoscimento che non sfiora solo una larvata attrazione sessuale ma anche una più enfatica ammirazione per ciò che costoro sono. Albino osserva in loro una forma di corporeità integra, sicura, socialmente riconosciuta, ciò che egli non possiede.

La malattia, reale o percepita, gioca un ruolo cruciale in queste pagine. Per Albino la tubercolosi è linguaggio del corpo, autopunizione, autodifesa e regressione infantile. Essere malato significa sottrarsi a un mondo che non lo accoglie e, allo stesso tempo, attirare cura e attenzione, non per manipolazione ma per bisogno profondo di essere visto. La sua identità, già ferita dalla guerra e dalla solitudine, si cristallizza nella categoria sociale più comoda per chi lo osserva, quella del malato. Albino non è solo un individuo fragile, è un corpo e un’identità definiti da chi lo circonda e la sua voce nel Memoriale cerca disperatamente di affermare che lui non è soltanto ciò che gli altri vedono.

L’elemento simbolico più suggestivo emerge anche dal nome e cognome del protagonista in cui, in qualche modo, è già iscritto il suo destino. Albino, come è chi chiaro di pelle, bianchiccio, fragile, porta con sé la condizione di diverso, osservato e guardato come tale. Saluggia, paese del vercellese, richiama nella sua possibile etimologia i salici piangenti, radice e metafora di un’esistenza piegata ma presente. In questo senso Albino è l’albino universale, il diverso, lo sguardo che oggi dovremmo considerare con attenzione non come limite ma come possibilità di osservare la marginalità e la complessità dell’umano.

Il Memoriale è così un romanzo di introspezione radicale e di simbolismo potente. La fabbrica, i compagni, le figure femminili, lo scarpone e l’indiano non sono semplici dettagli narrativi, sono strumenti attraverso cui Albino costruisce un senso di sé, resiste al mondo e insieme ne denuncia le ingiustizie. La voce di Volponi ci costringe a camminare dentro la psiche di un uomo fragile, a respirarne paure, fantasie e distorsioni e, insieme, ci mostra le crepe profonde di una modernità che pretende di renderci efficienti, visibili e produttivi ma che rischia di schiacciare chiunque non si conformi. Anche gli albini, portatori di chiarore.

Claudio Musso

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