Eravamo rimasti a Marie Kondo e al suo Il magico potere del riordino, un libro diventato un fenomeno prima letterario e poi virale. In questa bibbia del decluttering, l’esperta giapponese di gestione della casa, sostanzialmente consigliava di buttare tutto ciò che sembrava non servire più, ma ci insegnava a farlo con un metodo preciso, noto appunto come metodo Konmari. Per riuscire davvero nel riordino perfetto, secondo la Kondo, bisognava prima di tutto osservare con attenzione tutti gli oggetti presenti in casa procedendo per categorie: prima i vestiti, poi i libri, le carte, gli oggetti misti ed infine i ricordi. Settore per settore, occorreva guardare, toccare ogni cosa singolarmente e poi scegliere se tenerla o buttarla via. Il discrimine consisteva nel valutare se quell’oggetto restituiva o meno gioia. Se la risposta fosse stata no, allora bisognava separarsene senza troppi rimpianti.

Il diktat di Marie Kondo, negli anni, probabilmente non è riuscito a trasformarci in cleaning influencer o comunque non ci ha convinto a perseguire uno stile di vita “minimalista”, ha avuto però perlomeno il merito di indurci a riflettere sulla relazione emotiva che abbiamo con gli oggetti, sul perché li compriamo, li conserviamo anche se ormai non li usiamo più, sul perché le cose sono capaci di darci una sensazione di gioia, consolazione e addirittura potere.

Nel 2023, tuttavia, è accaduto quello che nessuno si aspettava. Dopo la nascita del suo terzo figlio, la celebre guru del riordino ha ammesso di aver abbandonato l’ossessione per l’ordine estremo e, in una sorta di “deriva sciattona”, ha smesso di preoccuparsi del disordine della sua casa per potersi concentrare sul tempo di qualità con la sua famiglia. Una tregua per tutti coloro che avevano sempre provato un senso di inadeguatezza e ansia nel vedere ovunque immagini di cassetti con magliette perfettamente ripiegate e allineate in ordine di colore.

Questa concessione al disordine, tuttavia, ha avuto breve durata, visto che oggi l’idea del decluttering e del riordino come filosofia di vita torna in maniera ancora più pervasiva con un nuovo libro giapponese dal titolo Meno cose, più fortuna di Hideko Yamashita, maestra di danshari.

“Questo libro prende le mosse da un assunto semplice e geniale: la fortuna non è qualcosa di astratto e impalpabile, su cui non abbiamo alcuna possibilità d’intervento, ma è, al contrario, una forza mutevole che può volgere a nostro favore se solo ci poniamo nelle condizioni adatte ad accoglierla e mantenerla. E il metodo più efficace e immediato per aumentare la buona sorte nella nostra vita quotidiana è tanto semplice quanto pratico e ha un nome: danshari.

Danshari significa riordinare la nostra casa, con cura amore e fermezza, sbarazzandoci degli oggetti più superflui”.

Meno cose, più fortuna si propone dunque non come un semplice manuale di decluttering, ma come una riflessione più profonda sul rapporto tra cose, quotidianità e possibilità di vita. Hideko Yamashita, infatti, parte da una constatazione semplice ma importante: gli oggetti non sono mai neutrali e ogni cosa che scegliamo di possedere di fatto definisce chi siamo e quali sono le nostre priorità. Gli oggetti sono presenze che abitano lo spazio domestico e ne raccontano la storia. Una sedia non è solo una sedia, ma il luogo dove si legge, si aspetta, si pensa. Una lampada non illumina soltanto, ma costruisce atmosfere e definisce stati d’animo.

“A essere fondamentale è la salvaguardia degli oggetti, la cura e l’attenzione che si dedica ad essi, perché occupandovi della vostra casa in realtà vi state prendendo cura della vostra fortuna”.

In effetti, nella nostra cultura occidentale, il concetto di “fortuna” risulta piuttosto astratto se non addirittura datato, ma l’argomentazione di Yamashita assume un significato diverso se si pensa alla fortuna come a quella condizione che si crea quando si liberano spazio, tempo e attenzione. Una condizione che inevitabilmente permette di accogliere altro, non tanto in termini di oggetti, ma di esperienze, relazioni, persone e possibilità. “Quando diciamo di volere più fortuna, in realtà quello che desideriamo è maggiore libertà”.

Il danshari diventa così un metodo per interrompere l’accumulo di cose inutili, gettare ciò che non serve e imparare a distaccarsi dal bisogno di possedere oggetti. L’obiettivo è sottrarre invece che aggiungere, scegliere non ciò che ci impressiona, ma ciò che accompagna, liberare spazio per far posto alla vita. “Lo spazio libero” infatti “è come un margine vuoto a lato della pagina di un libro che riempiamo con la nostra creatività. E da questo stimolo nasce l’energia per vivere meglio”.

E così dall’ingresso alla cucina, dalla camera da letto al bagno, ogni cosa viene presa in esame attraverso un dialogo con sé stessi, al fine di ritrovare aspettative, desideri, spazi di gioia e conforto. Neppure i libri passano indenni, ma se Mari Kondo suggeriva di disfarsene una volta letti, Hideko Yamashita in questo caso è più indulgente. “Posizionandomi davanti agli scaffali traboccanti della libreria ho sempre l’impressione che sia possibile fare una selezione. Mi è successo tante volte e in ogni occasione ho pensato: ti piace proprio comprare libri? Ti piace tenerli sullo scaffale? Vuoi conservarli tutti? La risposta è sempre sì. Io sono convinta che anche solo possedere libri renda felici.”

Meno cose, più fortuna è quindi un racconto che apparentemente parla delle cose e di un loro uso più razionale, ma che di fatto parla delle persone e di come queste abitano gli spazi, costruiscono significati, stabiliscono valori. Un manualetto che ci insegna a pulire la nostra casa, ma che soprattutto ci ricorda che ogni oggetto è, in fondo, una piccola narrazione. E che scegliere quali storie tenere accanto è forse una delle operazioni di design più importanti che possiamo fare.

Loredana La Fortuna

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