L’oggetto deve essere distrutto affinché possa essere trovato.” D. Winnicott

Mi sono chiesta come l’ultima Murgia avrebbe presentato e raccontato queste pagine curate da Alessandro Giammei, scritte nell’anno accademico 2012 per l’Università di Aristan. Una malinconia che mi resta addosso dopo la lettura. Come se il libro non mi bastasse (non è retorica), sento la mancanza di Murgia, conservo come una reliquia uno scambio di messaggi che abbiamo avuto in tarda notte, mentre quel festival di Sanremo con Chiara Ferragni scorreva, e ci chiedevamo il perché di quegli abiti Schiaparelli. Mi rivolgo all’IA (in uno strano interfaccia che ovviamente è solo un soliloquio in più) non mi dice molto ma qualcosa, mi confeziona una frase che attribuisce a Murgia: “l’odio non nasce dalla rabbia ma dal confort, è l’odio di chi non vuole essere contraddetto”. Ti odio perché stai mettendo in crisi la mia narrazione. Disturbi dell’autonarrazione, livore da tastiera. Un odio ormai comune che ovviamente non è l’odio di cui vuole parlarci Murgia. Il suo confina con le aree dell’onestà, della rottura, del non addomesticato, dell’imperdonabile e quindi del coraggio. 

C’è qualcosa di vero nella frase che mi riporta l’IA, un’eco di Murgia. Tutto il resto si perde nel tempo e le sue condanne, resta nei libri e nei video. Nelle sue lezioni Murgia ci dice con franchezza e ironia che l’odio è un tabù, forse l’ultimo tabù che va sdoganato. E solo lei poteva dirlo con tanta chiarezza e divertimento. Intanto sono accadute delle cose, quasi una rivoluzione dal tempo in cui Murgia insegnava teologia in Sardegna. Apparentemente ci siamo liberati semanticamente, un non mi piace vale tanto quanto un mi piace, possiamo dire non mi piace, siamo amanti ed haters. Ma a guardare bene abbiamo solo messo un’altra etichetta ancora più pericolosa sull’odio: l’odio travestito da amore perché sia accettabile, l’odio che diventa un sentimento buono, positivo, in famiglia soprattutto con gli adolescenti fra i piedi si litiga, si deve litigare, ci dice Andreoli con la sua voce che recita ed altri paradisi zuccherini e melliflui. Un odio gentile e protettivo. Ancora più ipocrita, le parole dell’odio, quelle che Murgia lega alle maledizioni in dialetto sardo hanno fatto il make-up e sono sostituite da frasi che suonano ragionevoli: al posto di discriminazione libertà di opinione, al posto di privilegio, merito, invece di dire lasciamoli annegare diciamo difendiamo i confini della legalità, invece di dire le donne a casa propagandiamo la valorizzazione della maternità, e così giù di seguito. Solo parole, sempre una questione di parole. L’odio come sedativo, come confort zone.

Di quale odio ci sta allora parlando Murgia? Una forma di resistenza. In un mio articolo a proposito di Elena Ferrante scrivevo che la sorellanza tra Lenù e Lina nell’Amica geniale è una forma di rivalità, una storia di odio, non una storia melensa di amicizia. Una cosa complessa come i sentimenti umani. E cito Ferrante non a caso. L’odio o la rivalità spinge Lenù a studiare, a fuggire dal rione, a scrivere. Senza il desiderio di “superare” o “negare” Lila, Elena resterebbe immobile. L’odio per Lenù è una forma di resistenza alla smarginatura, e quello che esce quando prova a ridelimitarsi. Per Ferrante l’odio è una scoria della prossimità, c’è l’odio per la lingua del rione, per i suoi camorristi, per il corpo materno che zoppica. L’odio non è quello dei cattivi dei romanzi d’appendice, è un sapore in bocca, nausea quando i sentimenti compreso l’amore si sfarinano in bocca. È l’odio che rende l’amore geniale. Solo così l’amore può essere una scelta, come voleva Murgia. Senza il no l’amore è solo obbedienza.

Salto da Ferrante a Lonzi e al suo Sputiamo su Hegel, ma sappiamo che il pensiero critico di Ferrante in Frantumaglia si nutre di Lonzi e della storia del movimento. Per Lonzi l’odio anche intellettuale è necessario per emanciparsi, l’unico modo per rompere l’incantesimo della complementarità, e decostruirsi rispetto al patriarcato. Anche di disinteressarsi; non è una dichiarazione di guerra, io non voglio combattere con te, non ho più bisogno che tu mi guardi: voglio andare altrove.

Ma c’è anche un altro modo per emanciparsi, per uscire dai binari, dal racconto tradizionale: rafforzare l’eros, i canali del desiderio, dell’amore, della cura. È una voce che viene da autrici e pensatrici più giovani. Penso a Sara Torres e alla sua smarginatura felice. E siccome i sentimenti sono complessi, sempre opachi, forse anche la strada da percorre alla ricerca del punto di caduta è doppia, multipla, dialettica.

Nelle sue tre lezioni Murgia svela il tabù, ci insegna espressioni per formularlo e strade per “organizzarlo”. Aggiungo che all’odio bisogna però anche “sopravvivere”, nel senso in cui ne scrive Winnicott (la cui franchezza era controcorrente e disturbante pure). Nel saggio del 1947 L’odio nel controtransfert Winnicott spiega che la madre odia il bambino (perché le stravolge la vita) e il bambino odia la madre. Se la madre “sopravvive” a questo odio senza ritorsioni, senza distruggere il bambino a sua volta o senza crollare psicologicamente, allora il bambino capisce che la madre è l’altro. È dopo aver provato odio (odio della madre per il figlio e odio del figlio per la madre), dopo essere sopravvissuti all’odio che la madre diventa un soggetto reale, degno di amore o di biasimo. Solo dopo l’urto e il no più feroce, le nostre relazioni e le nostre parole possono smettere di essere imposizioni, inerzia e ripetizione. Solo dopo possiamo davvero scegliere. Quello di Murgia è l’odio che ripulisce l’amore dagli obblighi di gratitudine e silenzio.

Silvia Acierno

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