Di sé stessa disse: «io che mi considero un eterno naufrago»; da Pietro Citati fu definita la «zingara sognante». Con la sua opera, Anna Maria Ortese ha descritto una realtà accorata e dolente, in cui sonno e veglia si sovrappongono, ricreando in una prosa estremamente letteraria scenari vividi e immaginifici, travolti da uno sguardo obliquo e visionario.

L’attenzione al diverso, al conturbante, all’ignoto, si rivela in Ortese abbastanza presto. Sovrastata da un’esistenza che non le risparmiò mai dolori profondi, a partire dalla morte di uno dei suoi fratelli nel 1933, nella scrittrice germinano già alcune delle tematiche che ne caratterizzeranno gli scritti in età matura. Radicata alla città di Napoli per tutta la vita, nonostante i numerosi trasferimenti che si susseguiranno fino all’ultimo, la città risuona tra le sue pagine, portando con sé alcune delle sue più folkloristiche tradizioni, di cui Ortese si appropria.

Poco più che venticinquenne, si dedica alla scrittura di due brevi racconti, Il monaciello di Napoli e Il fantasma, che usciranno su riviste dalla scarsa circolazione, rispettivamente l’«Ateneo Veneto» nel 1940 e il «Nove maggio» tra il 1941 e il 1942. Ripubblicati nel 2001 da Adelphi, i racconti sono rivelatori di qualcosa che è «incantato e spaventoso» e che esploderà, in tutta la sua bellezza, nel Cardillo addolorato. Nel primo racconto, che dà il nome alla raccolta, con l’intento di raccontare la vita di sua nonna, la napoletana Margherita di Gasparre, il giovane narratore fa da tramite fra lei e il lettore, e ne riporta le storie e gli aneddoti ascoltati nell’infanzia. Il monaciello è, come da tradizione, un figurino insulso, di aspetto trasandato, talvolta sporco, che era solito trovarsi a servizio nelle barocche abitazioni di famiglie ricchissime. Quello cresciuto nella casa della piccola Margherita, all’epoca dei fatti di dieci anni, si chiamava Nicola ed era diventato, a tutti gli effetti, la sua unica ragione di vita. Talvolta maltrattato, più in generale ignorato dagli altri della famiglia, con un armadio (quello della defunta zia di Margherita) come unica dimora, è un essere incompreso, diverso, in grado di ispirare in Margherita un senso di maternità inaudito.

«Compresi solo allora la portata della mia tenerezza, della mia inquietudine per Nicola. Egli, di cinque anni maggiore di me, era per me come un figlio, e tutta l’anima mia s’era volta e curvata con interesse profondo, ansioso, verso la di lui personalità. Io mi dimenticavo di me, la solitaria e semplice bambina di un tempo moriva in me, per lasciar posto unicamente alla madre.»

Per Ortese, ciò che è invisibile non è, parimenti, inesistente. È anzi negli spazi in cui l’Altro può manifestarsi che la realtà assume connotati più significativi. Allo stesso modo del primo, ma dallo scenario più onirico, è il secondo racconto, Il fantasma. Qui, la giovane protagonista, in procinto dei festeggiamenti del suo compleanno (malinconici perché è lo stesso giorno in cui sua madre perse il fratello Alberto, musicista morto in guerra), si ritrova, incredula, ad assistere alla rievocazione, davanti ai suoi occhi nel suo salotto, di un ricordo, che si manifesta attraverso le figure di Amore e Morte, coi volti dei suoi «bellissimi parenti».

«In questa vita, il cui corso prosegue con una uniformità – per chi guardi dall’alto –, una tristezza, un’assenza di fantasia addirittura allarmante, accadono talora, quanto più l’anima sembra immersa nello spasimo e nella stupidità della noia, cose che sanno d’arcano; apparizioni, luci e suoni che non procedono da questa terra.»

Il senso di sventura incombente da una parte, lo smarrimento davanti a un evento incomprensibile dall’altra, ma anche quel languore che nasce di fronte alla soavità della morte: Ortese, pur giovanissima, imbastisce scenari narrativi portentosi, che troveranno ampio sviluppo nell’opera successiva. Il cardillo addolorato, pubblicato nel 1993, fa parte di quella che è stata definita la trilogia fantastica di Anna Maria Ortese (in cui rientrano, nell’ordine, L’iguana del 1986 e Alonso e i visionari del 1996). Torna, ancora, Napoli: se l’incantatio dello spazio domestico era stata caratteristica precipua dei racconti, in cui un armadio può diventare un luogo di gentilezza ospitale e il salotto la scena evocatrice di anime perdute, nel Cardillo addolorato è la città tutta a farsi onirica; una Napoli trasfigurata che sembra voler celare agli uomini la verità della storia.

Siamo a fine Settecento, nel pieno secolo dei Lumi, e dal nord Europa il principe Neville e l’artista Albert si recano, per accompagnare l’amico mercante Nodier a Napoli, «città strana, misera e insieme ricca, soavemente colorata», in particolare presso l’abitazione di un famoso guantaio con cui Nodier intende fare affari. Sono giovani, ricchi e pieni d’entusiasmo: davanti a loro si prospetta un viaggio incredibile all’insegna delle bellezze che la città sembra promettere. Gli entusiasmi giovanili devono però arrestarsi per mutare forma, soprattutto a causa dell’incontro con Elmina, giovane figlia del guantaio don Mariano Civile. Quello che al principio sembra essere un affascinamento sottopelle per la ragazza sta per tramutarsi in qualcosa di più oscuro, meno definito: durante le chiacchiere da salotto in quella casa, la seconda delle figlie di Civile paragona Albert al loro «vecchio cardillo», lasciato morire per incuria e disinteresse. Nella cattiveria gratuita che trapela dal breve racconto, inframezzato da risolini crudeli e bambineschi, si insinua nei giovani un sentire che esploderà, più avanti, guidandone azioni e pensieri: come possono, entrambe le ragazze, essere così indifferenti davanti alla «vita come crudeltà»?

Il primo evento rivelatore aprirà le porte a un progressivo incupimento, favorito dal sospetto sempre più forte che Elmina e, in generale, quella casa, nascondano un segreto. Un segreto che in tanti tenteranno di svelare: ma la verità è fugace e cangiante, e ogni tentativo di impossessarsene non fa che allontanare il traguardo.

In questo Ortese è maestra: si appropria dell’impalcatura romanzesca e la dilata all’infinito, la esaspera fino all’inverosimile servendosi di una padronanza della materia letteraria senza eguali. A partire dalla rottura della quarta parete: di frequente la voce narrante interviene con commenti di varia natura, che se al principio sembrano voler intrattenere una sbrigativa chiacchiera di costume, sono in realtà uno dei ganci narrativi che consentono all’autrice di garantirsi il controllo sulla veridicità dei fatti. Nel Cardillo, infatti, ciò che è dato è pronto a essere smentito, la mano che ha lanciato il sasso già nascosta. Quando si crede di aver individuato la verità, essa fugge.

In questa deliberata (e ben orchestrata) rinuncia alla razionalità, Ortese ha preparato il terreno perché l’indefinito, la premonizione sibillina abbiano il sopravvento. Voci di corridoio, che si passano di bocca in bocca, non fanno che impregnare la storia, contaminandola di chiacchiere che pure si trasformano nel motore dell’azione dei personaggi. Ma non solo. Alcuni sono dotati di poteri premonitivi, come il principe-mago Neville di Liegi, che a lungo si interrogherà su ciò che crede di aver compreso di quella famiglia. È intenzionato a scoprire a tutti i costi cosa si nasconde in «quelle povere mura, dimora di inquietudini e giusti sospetti», dovesse impiegarci la sua intera esistenza.

Ma cos’è, o chi è davvero il cardillo? Mentre il narratore si diverte a confondere le idee con la sua inaffidabilità, è chiaro che un legame ne unisce il destino con quello di Elmina, donna indecifrabile e muta nel suo dolore. Sembra aver messo al bando ogni sentimento puerile, via la bontà o la ragione: tanto più si fa ostinata la sua chiusura verso l’esterno, tanto più Neville cercherà di appropriarsene.

Nell’allegoria di quel cardillo indifeso, e nelle forme che di volta in volta assumerà, si racchiudono i grandi temi cari a Ortese. L’eco del dolore può manifestarsi e adattarsi agli spazi di una casa senziente dove un cardillo vive e soffre e canta.

«Ma vi è un dolore, nel cuore di certuni… un pianto che non si acquieta così presto… anzi mai, credetemi; e così vi dico: separare donna Elmina dal suo dolore è cosa quasi impossibile. Non lo tentate. Potrebbe venirne gran male. Ah, comincio a credere anch’io, uomo di pandette, incredulo circa la bontà della natura umana, alla verità di un Cardillo nascosto in questo mondo; e che la voce, e il pianto, di un Cardillo non tace mai.»

La vita è vulnerabilità, e il dolore muto e arcaico affonda le sue radici negli abissi dell’esistenza. I fugaci attimi consapevolezza devono piegarsi davanti all’immensità dell’ignoto, imperscrutabile e meraviglioso.

Giovanna Nappi

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