Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Nicoletta Verna, Il valore affettivo, Einaudi 2021

Bianca aveva sette anni quando un incidente dai contorni incerti ha innescato nella sua vita una reazione a catena, che non ha risparmiato nulla. Oggi sta con Carlo, cardiochirurgo di fama internazionale, e all’apparenza lo venera. Ma tanta devozione, in realtà, nasconde un piano macchinoso, folle: un progetto di rinascita in cui l’uomo è un mero strumento. Nel percorso che intraprenderà per realizzarlo, Bianca scoprirà una verità che nessuno avrebbe mai potuto sospettare.
L’esistenza di Bianca si è sbriciolata il giorno in cui, da bambina, ha perduto sua sorella. Stella era pura, onesta, e manteneva le promesse. Ecco perché la sua scomparsa ha macchiato il mondo di colpa.
https://www.einaudi.it/


Lezione n. 33

Quegli oscuri oggetti del desiderio narrativo

Ho un’attrazione innata per la necessità dell’uomo di espellere resti, scarti, avanzi, emissioni.

Bianca Lombardi ha conosciuto la perdita e l’unica cosa che sa fare è ricostruirla, tenere a galla quella mancanza primaria. Per questo motivo cataloga, accumula e si disfa dei rifiuti. I suoi, quegli degli altri, i rifiuti occasionali. La conosciamo bambina e la incrociamo ragazza, ne seguiamo le vicende da donna divorata da un antico senso di colpa e incapace di farsi amare a cominciare da sua madre. È lei l’ipnotica voce narrante e protagonista de Il valore affettivo, opera prima di Nicoletta Verna, libro che è diventato già un piccolo culto, menzionato al Premio Calvino, pubblicato pochi mesi fa da Einaudi Stile Libero. Tiriamo subito un sospiro di sollievo per dire che sì: è vero quest’opera prima la aspettavano tutti (come recita in rosso la bandella che avvolge il libro). 

L’aspettavano tutti quelli che hanno smesso di aspettarsi qualcosa dai romanzi pluridecorati al valore fin prima di arrivare in libreria. L’aspettavano i lettori e le lettrici che alla letteratura non assegnano un ruolo consolatorio ma la capacità di mostrare l’ignoto dell’essere umano in forme così note che spesso nella vita vera diventano invisibili. Le piccole grandi nevrosi quotidiane sono l’elemento letterario che rende la storia di Bianca una storia compiuta, fatta di una solitudine e di una sofferenza mai fini a se stesse. Per questo, Bianca l’aspettavamo.

Stendo un telo di plastica sul ripiano prima di depositarvi sopra i rifiuti, uno a uno, ben separati. Decido che la cosa migliore è catalogarli a seconda dell’odore, ovvero dello stato di decomposizione. Li avvicino al naso e li annuso… È l’odore della vita quando la spogliamo del maquillage che le spalmiamo addosso per edulcorarla”.

La scrittura di Verna infilza il lettore con un gioco al rialzo di sentimenti ambigui e per questo umanissimi, lasciando l’esperienza di lettura a scongelarsi da sola dopo essere stata ghiacciata da uno stile feroce, affidato totalmente allo sguardo implacabile di una donna dai mille volti, tutti rivolti verso il sentimento prevalente del romanzo che è il senso di colpa. Se un personaggio soffre non fargli dire ‘sto male’, piuttosto cerca di dare al personaggio gli strumenti necessari per farsi male. Bianca lo fa  Il suo corpo per esempio, specchio riflesso di storture e traumi, è perfetto. Eppure non basta.

“Il mio corpo è come il mio cuore: riesce ad abituarsi a qualunque dolore.”

Una preoccupazione frequente da parte di chi lavora al proprio manoscritto, in particolare se si tratta di una storia legata ai sentimenti, è: ‘ho paura di scrivere qualcosa di banale, che non interessa a nessuno’.
Paura decisamente plausibile.

La maggior parte dei sentimenti che abbiamo provato nella vita non interessano a nessuno, o comunque a pochissime persone. Per quanto riguarda la letteratura le questioni cambiano. Ai lettori non interessa leggere un sentimento che non sa ricondurre alla propria esperienza oppure a una situazione che ha già vissuto oppure a implicazioni personali che potrebbe vivere. Ai lettori interessa speculare sul male dei personaggi, non dare loro tregua, gioire della felicità conquistata. Tra gli strumenti che abbiamo a disposizione per scrivere attraverso un sentimento, io consiglio gli oggetti. Scrivetelo con un oggetto. Pensate agli oggetti di scena in un dramma teatrale. Con quanta cura si scelgono.

Sono cose materiali sì, eppure dentro una narrazione  diventano prove e testimonianze dei sentimenti che raccontiamo. Simboli ma anche portatori sani di passaggi narrativi. Gli oggetti in una storia servono a renderla reale e non realistica dal momento che, più di una volta abbiamo detto: le storie sono finzioni. Più si allontanano dalla realtà e più saranno credibili e autentiche. Evitiamo quindi espressioni di plastica, poco autentiche o falsamente arzigogolate. Usiamo parole nude, parole che vogliono dire solo una cosa e proprio per questo ne diranno un’altra, forse tante. Per farlo, usiamo gli oggetti. Più sono quotidiani, più valore avranno.

Dopo aver letto il romanzo di Nicoletta Verna e non riuscirete per un po’ di giorni a guardare con la semplicità di una volta una Barbie Magia nei Capelli, un tavolino, una sedia.

Continuo a pensare a chi se ne va e a chi resta e al loro trait d’union più evidente: gli oggetti. L’immagine più nitida della morte sono gli oggetti che le persone lasciano, con quello che chiamano valore affettivo. Oggetti comprati nella convinzione che si sarebbero usati. Oggetti che restano mentre tu te ne sei andato, beffardi inutili oggetti crudeli che ti sopravvivono e ricordano la tua vita a chi resta, stabili oggetti nel magma incomprensibile della memoria: per questo li amiamo e insieme ne siamo atterriti.

Per atmosfere narrative e implicazioni psicologiche, per un certo gusto morboso verso l’indagine dei legami madre e figlia, il romanzo di Verna è una lettura che piacerà a chi ha apprezzato la Joyce Carol Oates di Sorella, mio unico amore, oppure le madri dal cuore dissanguato dei romanzi di Tiffany McDaniel (Sul lato selvaggio, in particolare). In parte anche La straniera di Claudia Durastanti e Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong possono essere accostati alla lettura de Il valore affettivo. Sono tutte storie in cui il legame di sangue è malattia e guarigione, vita e morte, sonno e veglia, verità e bugia. Uno sguardo che ricorda molto, volendo essere simbolici, il legame tra chi scrive e la scrittura: dove comincia la felicità e quando finisce la sofferenza quando si scrive una storia?

Come al solito non provo niente. Credevo che la delusione fosse un’onda che ti si infrange addosso e tutto intorno si infrange con lei, mentre non è che una piccola lametta infilata fra le tue convinzioni, che bene o male trova il suo posto e smette quasi subito di fare male. E non sapevo che fossero così facili a crollare, le convinzioni. Non credevo potesse essere così ininfluente, la delusione.

Bianca si sbarazza di tutto perché così non perde niente. Non ha niente. Gli oggetti per lei sono un peso. Vanno a male, sono rotti hanno scadenze, non servono più, sono ingombranti come i sentimenti che si provano quando non si prova più niente. Quando ogni emozione è rottamata da un senso di colpa indelebile, una macchia che preesiste all’alternarsi naturale del giorno e della notte.

Non so se nelle circostanze della vita c’è un momento esatto in cui qualcosa diventa inevitabile; il punto di stallo fra il prima e il dopo in cui puoi dire ecco, fin qui sarei potuto intervenire per cambiare il corso degli eventi, e da qui in poi non più. So però che la ‘disgrazia’ ebbe un insieme di prodromi complessi, in apparenza scollegati eppure perfettamente conseguenti l’uno all’altro, come una catena, come i rifiuti che ogni giorno catalogo con cura.

La disgrazia, come la chiama Bianca, ci conduce verso un finale perfetto, così inatteso eppure così chiaro. In una scena memorabile in cui gli oggetti, ancora una volta, sono il contrappasso emotivo che, per la bravura della scrittrice, ci aspettiamo di vedere in casa nostra non appena terminato il libro.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere


Joyce Carol Oates, Sorella, mio unico amore, Mondadori 2009
Tiffany McDaniel, Sul lato selvaggio, Atlantide 2020
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo 2019
Ocean Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra, La nave di Teseo 2020
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