“[…] Non c’era un secondo da perdere. Per le tombe già sommerse non potevo fare più nulla, ma dovevo spostare almeno i resti sepolti in alto. Prima che il mare li raggiungesse. Adesso, subito! Ma come? Senza l’aiuto di nessuno! Senza neppure una pala! Come salvarli tutti? Correvo incerta tra gli alberi neri, fendendo l’acqua che ormai mi era arrivata alle ginocchia.”
È con una disperata richiesta di aiuto che si apre Non dico addio, ottavo romanzo del premio Nobel per la letteratura 2024 Han Kang, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2024. La narrazione apre sul terreno incerto del sogno: Gyeong-ha, la protagonista, è sola su una terreno brullo punteggiato di alberi neri dalle cime recise, ognuno davanti a un tumulo, effige spezzata di chi non c’è più. L’acqua del mare invade il terreno e sommerge le ossa che – Gyeong-ha lo sa – non possono riposare. Ma cosa può fare lei, sola e senza mezzi, contro la marea che sale? Ecco il sentimento che riverbera lungo tutta la storia: quello di fragilità e di impotenza.
Rintanata da lungo tempo nel suo appartamento di Seoul, dal quale esce a fatica solo per procurarsi cibo, Gyeong-ha appare immobilizzata in una stasi che la priva di ogni stimolo vitale. In un altro tempo deve aver avuto una famiglia della quale occuparsi, capiamo, pranzi e cene da cucinare, vestiti da stirare, un ruolo di madre da ricoprire. Questa realtà appare però lontanissima dalla Gyeong-ha accasciata sul pavimento del monolocale dal quale non esce mai, inerte davanti al condizionatore rotto, che si nutre di Juk comprato al piccolo negozio di quartiere, come un malato che esce da una lunga convalescenza, senza una collocazione certa nel corso della vita. Una febbre sembra averla consumata, prostrandola in una spossatezza che non riesce a non vedere ovunque intorno a sé:
“[…] Guardavo i passanti oltre la vetrata: i loro corpi sembravano fragilissimi, quasi dovessero andare in frantumi da un momento all’altro. E allora mi sono resa conto di quanto l’esistenza stessa sia precaria. Di quanto quella carne, quegli organi, quelle ossa quelle vite contenessero il potenziale di spezzarsi e finire, con una facilità estrema.”
È una richiesta singolare, quella che la tira fuori da questo stato di letargia: una cara amica, In-seon, costretta nel letto di un ospedale per un incidente con una motosega che le ha reciso i polpastrelli, le chiede di andare a casa sua a Jeju, per dar da mangiare al suo uccellino che non viene nutrito da quando lei è stata ricoverata. Durante il loro incontro in ospedale, Gyeong-ha capisce che il lavoro di falegnameria che è costato le dita a In-seon è il progetto di memoriale che volevano portare a compimento insieme, il progetto nato dal sogno dei tumuli di Gyeong-ha: un’installazione da impiantare sul terreno di famiglia a Jeju di In-seon, una foresta di pali neri che svettano sulla cima di una collina, 99 pali per le migliaia di corpi massacri di Gwangju, 99 legni bruciati che ricordino le sue vittime, alle quali la protagonista – come l’autrice stessa – aveva dedicato un romanzo. Gyeong-ha cede alla richiesta dell’amica e intraprende il viaggio per Jeju, sfidando la bufera di neve che squassa l’isola e rende impraticabili i collegamenti.
Quando arriva a casa di In-seon vede i pali già approntati, lunghi pali verniciati di nero. Gyeong-ha li aveva sognati ricoperti di neve, assopiti del sonno profondo in cui il candore puro e silenzioso della neve li avrebbe fatti riposare, ma questi son nudi, sembrano alla protagonista piuttosto “persone che si dibattono in un incubo”, “inclinati e storti, [i pali neri] sembravano migliaia di uomini, donne e bambini emaciati”, scossi da brividi di terrore. Una analogia che ritorna, di notte, con le sagome scure degli alberi frustate dalla tempesta:
“Il movimento delle palme, che agitano le fronde simili a lunghe braccia, appare ancora più violento. Le foglie lustre, gli steli, i rami, ogni singola parte di ogni singolo albero si dibatte come un’entità a sé che cerca disperatamente di sfuggire alla tempesta.”
Ma non sono i morti di Gwangyu a attendere la protagonista in questa casa, sono i 30.000 cadaveri di un secondo massacro, quello di Jeju, che gridano il proprio dolore dalla loro tomba nel mare.
È ancora il tema dell’impotenza quello che colpisce il lettore, nessuno può sfuggire alla violenza e al dolore di questa storia: come gli alberi non possono fuggire alla furia della tormenta, così Gyeong-ha deve restare e attraversare i tormenti del passato che ha coivolto la sua famiglia e quella della sua amica.
Inizia così, mentre fuori imperversa la bufera di neve, una lunga discesa nel doloroso passato famigliare di In-seon. I confini tra realtà e sogno si confondono, che sia la febbre della protagonista, rimasta priva di sensi nella neve per una caduta, o l’anima di In-seon lontana dal corpo che dorme sedato in sala operatoria a Seoul, le due amiche si ritrovano a condividere una lunga notte nella casa di famiglia di In-seon, ripercorrendo la storia di sua madre sfuggita al massacro, quella del villaggio bruciato e dei suoi abitanti fucilati alle spalle dai soldati sulla spiaggia, vicino a questa stessa casa, le vicissitudini di suo padre incarcerato e torturato a Daegu prima, a Busan poi.
È un conto tremendo, quello dei trentamila corpi straziati che cadono davanti ai nostri occhi, corpi che Han Kang dissemina per tutto il libro, in gruppi di decine per non perderne le identità, perché non siano solo un numero – spaventosamente alto e orrorifico – ma diano l’impressione di intravvederne i volti straziati, le mani dietro alla schiena prima del tonfo sulla sabbia. È una vista terribile, alla quale Gyeong-ha vorrebbe sottrarsi; ma come lei stessa ci dice, non è possibile, “[…] non l’ avevo capito già prima, nell’atrio, che quelle cose più le guardavi e più facevano male?”
Come le acque scure e fangose del suo sogno, Gyeong-ha non ha altra scelta che immergersi in questo terribile passato, trovarne il fondo limaccioso cosparso di ossa bianche spolpate dai pesci, e scoprire che la distanza tra l’essere vivi e l’essere morti, anche per chi non appartiene ancora al mondo delle ombre, è brevissima; e lo spazio che separa le persone, le une dalle altre e dalle proprie difficili emozioni, è invece vasto e incomunicabile.
C’è un respiro ampio, tra queste pagine, che sembra spingersi oltre il massacro di Jeju e le vittime di Gwangyu, verso la sofferenza di tutte le vittime di atrocità nella storia, fin nel cuore di quel senso di fragilità e impotenza insito nell’uomo, nella sua mortalità. E allo stesso tempo profondamente legato alla storia dell’individuo, alle ferite e cicatrici familiari che vengono passate anche alla generazione che questi eventi li ha vissuti solo come una sospensione, un vuoto nel racconto, come ciò che non può essere narrato:
“Ora non lo trovo più assurdo […] che per quindici anni papà sia stato sia in prigione che laggiù, sull’altra sponda. Che io stessi sotto la mia scrivania con le ginocchia raccolte al petto, e al tempo stesso nella fossa sotto la pista d’atterraggio.”
La continuità del tempo è uno dei limiti che si sfalda, allora, prosegue in maniera altalenante per tutta la narrazione; solo il racconto della notte condivisa dalle due amiche vede il tempo ritrovare un’andamento ordinato. L’orrendo massacro si dipana davanti agli occhi della protagonista in un istante dilatato in cui passato e presente convivono, perché gli effetti delle atrocità compiute nel 1948 sono tangibili e terribili anche per chi abita il 2018. I morti sono accanto ai vivi perché non dimenticati, l’angoscia dei sopravvissuti spinge i vivi sul confine della morte. È il compagno di Gyeong-ha a esplicitare, durante la rottura della loro relazione, questa condizione di paralisi della protagonista:
“Non voglio più vivere come un mezzo morto, come te. Me ne vado perché voglio vivere.”
Vita e morte si toccano, in un abbraccio che drena Gyeong-ha dell’energia vitale. Il tema risuona in un’immagine di delicata bellezza: i fiocchi di neve che in diversi momenti della storia si posano sui visi dei personaggi, quelli vivi e quelli morti. È solo lo sciogliersi della neve, in acqua che bagna le palpebre come lacrime sui visi ancora caldi di vita, a rendere manifesta la differenza tra loro, un altro confine sfumato:
“[…] Stesso discorso per il passato: non mi ha mai spiegato come avessero fatto lei e la zia a seppellire i corpi ritrovati dei famigliari, né quale tenacia o fortuna avesse permesso loro di sopravvivere dopo. Mi parlò solo e soltanto di quella neve. Come se il nesso tra i fiocchi che non si scioglievano visti decenni prima nella realtà e quelli del suo sogno recente fosse la logica più terrificante che attraversa la sua esistenza.”
Confine sfumato anche quello tra realtà e sogno, tema caro a Kang, che fa dell’elemento onirico uno dei meccanismi narrativi ricorrenti dei propri romanzi. In La Vegetariana, però, troviamo la crudezza del sangue manifesto, il colore rosso che riverbera in tutte le immagini “I miei vestiti sono ancora bagnati di sangue. Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovàcciati, non farti vedere da nessuno. Le mie mani insanguinate. La mia bocca insanguinata. Che cosa ho fatto in quel granaio? Mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato, molle e scivolosa di sangue cremisi.”(un’immagine rievocata anche ne L’ora di greco) Qui invece sono il bianco e il nero a pennellare le pagine, quello delle memorie passate e delle foto trovate dalla protagonista nella casa di Jeju.
Il nero invade l’acqua che tutto sommerge, eppure, nonostante il terrore che non molla la presa, Gyeong-ha realizza che la sola strada percorribile è quella che va avanti. Se rimanere fermi nell’impotenza è farsi sommergere dalla marea del dolore e dell’angoscia, l’unica salvezza è cercare di continuare a vivere:
“Devo fendere l’acqua livida che mi è salita alle ginocchia e dirigermi verso la sommità della montagna prima che sia troppo tardi. […] Lassù, dove si vedono i cristalli bianchi disfarsi sui tronchi degli alberi pinatati nel punto più alto. Perché non c’è più tempo. Non c’è altro modo, se voglio andare avanti. Vivere ancora”.
Anja Widmann
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