“Tante volte mi sono chiesta che senso potesse avere tutto questo per me, una bambina di sette anni. Come potevo capire? Non so come fosse possibile, ma anche se non facevo troppe domande, sapevo che la situazione era complicata. La mamma era dovuta scappare, questo lo avevo capitoMa perché?”

Marco Vichi (Firenze, 1957) è uno dei maestri del noir italiano contemporaneo. Scrittore eclettico, autore di testi teatrali e graphic novel, ha conquistato il grande pubblico grazie al suo personaggio più famoso: il Commissario Bordelli.

Ambientate nella Firenze degli anni Sessanta, le sue storie fondono la trama investigativa con una forte carica di umanità, malinconia, ironia. Più che sul semplice mistero la sua scrittura si concentra sull’esplorazione dell’animo umano, sulla solidarietà degli “ultimi” e sul legame profondo con la memoria storica dell’Italia.

Prima di dedicarsi interamente alla letteratura a quarant’anni, Vichi ha svolto diversi mestieri, accumulando un bagaglio di vita vissuta che si riflette nella sua empatia verso gli emarginati. Un ruolo chiave nella sua formazione lo hanno avuto i racconti di guerra di suo padre, da cui l’autore ha attinto per creare il background storico dei suoi personaggi. L’autore si inserisce nel solco del Noir Mediterraneo, accanto a maestri come Camilleri o Carlotto. In questo genere, il crimine non è un enigma da risolvere, ma un pretesto per esplorare le crepe della società, le ingiustizie sociali e il labile confine tra la legge e la giustizia umana. Il suo stile si distingue per un ritmo volutamente lento e avvolgente. Vichi concede ampio spazio alle pause narrative: le indagini si interrompono spesso per lasciare posto alle cene tra amici, alle riflessioni esistenziali e alle descrizioni sensoriali.

La lingua è piana e accessibile, costantemente alleggerita da una sottile e disincantata ironia toscana. Scegliere gli anni Sessanta non è un operazione nostalgica. Vichi fotografa l’Italia del boom economico, un Paese sospeso tra la corsa alla modernità e i traumi ancora freschi della guerra e del Fascismo, trasformando la ricostruzione storica in uno specchio delle contraddizioni umane.

Il libro racconta la drammatica vicenda reale di Arianna che, nel 1985, a soli sette anni, si ritrova improvvisamente separata dalla madre, costretta alla fuga per ragioni misteriose. Accudita dai nonni in un ambiente apparentemente sereno e protetto, la bambina comincia un’esistenza instabile e tormentata dall’incertezza, senzapoter mai mettere radici e convivendo con il timore costante di dover scappare.

Nonostante si trovi catapultata nei conflitti e nei segreti degli adulti, Arianna riesce a preservare la tipica innocenza della sua età, fatta di giochi, amicizie e scoperte. Attraverso lo sguardo candido della protagonista, il romanzo mette in luce la straordinaria resilienza e la forza d’animo dei bambini nell’affrontare i traumi e le avversità della vita.

Con Occhi di bambina, Marco Vichi propone un romanzo che si distingue all’interno della sua produzione per l’abbandono delle atmosfere tipiche del noir e per l’attenzione rivolta alla dimensione psicologica e memoriale. Il testo si colloca nel solco della narrativa italiana contemporanea che indaga il rapporto tra esperienza individuale e storia collettiva, scegliendo però una prospettiva particolarmente originale: quella di una bambina costretta a confrontarsi con una realtà più grande di lei, senza possedere ancora gli strumenti per comprenderla pienamente.

Uno degli aspetti più rilevanti dell’opera è la costruzione della voce narrativa. Vichi adotta una scrittura apparentemente semplice, caratterizzata da un lessico accessibile e da una sintassi lineare. Tale semplicità, tuttavia, non va interpretata come povertà stilistica; al contrario, rappresenta una precisa scelta poetica. L’autore ricercauna forma espressivacapace di aderire alla percezioneinfantile della protagonista, evitando che la consapevolezza dell’adulto interferisca con la rappresentazione degli eventi. La narrazione si sviluppa così attraverso dettagli, intuizioni e frammenti di realtà che la bambina osserva senza riuscire sempre a interpretarli. Il lettore è chiamato a colmare gli spazi lasciati volutamente aperti dal racconto, in un continuo processo di ricostruzione del significato.

Da un punto di vista strutturale, il romanzo si fonda su una significativa tensione tra conoscenza e ignoranza. La protagonista vive eventi che appartengono pienamente al mondo degli adulti, ma li registra secondo categorie emotive e percettive proprie dell’infanzia. Questa distanza produce uno dei principali effetti narrativi del testo: ciò che per la bambina appare confuso o incomprensibile acquisisce per il lettore una valenza storica, politica e morale più ampia. Vichi utilizza dunque il punto di vista infantile non come semplice espediente narrativo, ma come strumento conoscitivo. La realtà emerge progressivamente attraverso omissioni, silenzi e allusioni, secondo una tecnica che privilegia il non detto rispetto alla spiegazione diretta.

Sul piano tematico, Occhi di bambina affronta questioni centrali della letteratura contemporanea: il rapporto tra memoria e identità, il peso delle scelte degli adulti sulle generazioni successive, la fragilità dell’infanzia di fronte ai conflitti ideologici e sociali. Tuttavia, l’autore evita accuratamente ogni forma di retorica. Il dolore e il trauma non vengono trasformati in spettacolo emotivo; al contrario, sono rappresentati attraverso piccoli gesti quotidiani, paure silenziose e sentimenti spesso inespressi. Questa scelta conferisce al romanzo una notevole autenticità psicologica e impedisce alla narrazione di scivolare nel sentimentalismo.

L’opera si inserisce in una tendenza significativa della narrativa italiana degli ultimi anni, caratterizzata dal recupero dell’infanzia come luogo privilegiato di osservazione del mondo. Diversamente da molta autofiction contemporanea, però, Vichi non costruisce un racconto fondato sull’analisi retrospettiva dell’io adulto. La prospettiva infantile viene mantenuta con coerenza per gran parte del romanzo, consentendo al lettore di sperimentare direttamente l’incertezza e la vulnerabilità della protagonista. In questo senso, il libro si avvicina a una tradizione narrativa che utilizza lo sguardo del bambino per mettere in discussione le certezze del mondo adulto e per evidenziarne le contraddizioni.

Particolarmente efficace è inoltre la rappresentazione dell’infanzia non come età dell’innocenza assoluta, ma come fase dell’esistenza caratterizzata da una peculiare forma di conoscenza. La protagonista non comprende tutto ciò che accade intorno a lei, ma possiede una sensibilità che le permette di cogliere stati d’animo, tensioni e cambiamenti con una profondità spesso superiore a quella degli adulti stessi. Attraverso questo sguardo, Vichi mostra come la realtà possa essere interpretata anche attraverso l’intuizione e l’esperienza emotiva, non soltanto mediante la razionalità. Dal punto di vista letterario, il valore di Occhi di bambina risiede soprattutto nella sua capacità di coniugare accessibilità e complessità. La lettura procede con fluidità, ma sotto la superficie narrativa si sviluppa una riflessione articolata sulla memoria, sulla responsabilità e sulla trasmissione del passato. L’autore dimostra una notevole padronanza nel controllo del punto di vista e nella costruzione dell’empatia, riuscendo a coinvolgere il lettore senza ricorrere a effetti drammatici o a soluzioni narrative artificiose.

È interessante il contrasto cromatico della copertina del libro. C’è una macchia giallo-dorata al centro che illumina la bambina con il giubbottino rosso e la cartella, mentre tutto intorno le figure degli adulti sono ombre scure, cupe, quasi indistinte. Visivamente, la copertina anticipa la tesi del libro: la bambina è l’unico punto di luce e di colore in un mondo di adulti sbiaditi, confusi e nell’ombra. Nella letteratura attuale, la copertina (visual-text) è un’estensione della narrazione stessa.

Arianna non è solo la protagonista, è il vettore etico della storia. Nella letteratura contemporanea, il personaggio del bambino viene spesso usato come uno “specchio pulito” per riflettere le ipocrisie del mondo adulto. La sua funzione: Arianna ha sette anni ed è dotata di una lucidità disarmante. Il suo non è un punto di vista ingenuo nel senso di “stupido”, ma nel senso etimologico del termine: nativo, puro. Non possiede le sovrastrutture politiche o morali per giudicare la madre; registra la realtà per quella che è. C’è un profondo ribaltamento dei ruoli (parentificazione). Arianna, pur essendo la bambina, si trova spesso a dover “proteggere” emotivamente la madre, a modularsi sui suoi umori, a farsi carico del peso del silenzio e della clandestinità. È il simbolo della resilienza silenziosa, un tema centralissimo nella narrativa odierna.

La madre è forse il personaggio più complesso e moderno del romanzo, l’Archetipo dell’Imperfezione e della Fuga. Vichi evita accuratamente il cliché della “madre snaturata” o, al contrario, della “madre eroina”. Rappresenta la complessità ideologica ed esistenziale degli anni ’80. È una donna in fuga, latitante, schiacciata da segreti più grandi di lei e da un passato politico o personale che la rincorre. Questo personaggio si inserisce perfettamente nel trend attuale della “smistificazione della maternità” (molto caro ad autrici come Elena Ferrante o Donatella Di Pietrantonio). La madre non è un porto sicuro, ma un mare in tempesta. Ama la figlia? Sì, disperatamente, ma il suo amore è disfunzionale perché la trascina nel baratro della propria clandestinità. Vive nel cono d’ombra del rimorso e del pericolo, diventando un personaggio tragico e profondamente umano.

Anche se compaiono principalmente all’inizio e come costante punto di riferimento mentale, i nonni paterni nella campagna toscana hanno un peso specifico enorme. Sono l’antitesi della fuga, la stabilità, la terra, il calore della casa, la routine protettiva. In una parola: l’infanzia come avrebbe dovuto essere. Nella letteratura della memoria, lo sradicamento ha bisogno di un termine di paragone. I nonni e la loro casa di campagna fungono da “Itaca” per Arianna. Ogni volta che la bambina si trova in una stanza d’albergo anonima a Parigi o a Barcellona, il ricordo dei nonni diventa un amuleto psicologico per non perdersi. Rappresentano la tradizione contrapposta alla modernità caotica e violenta degli anni ’80.

Come accennato per la copertina, tutti gli altri personaggi secondari che Arianna incontra durante la latitanza (contatti politici, albergatori, passanti) non hanno contorni nitidi. Questo serve a sottolineare l’isolamento della bambina. Il mondo esterno è percepito come un fondale nebbioso, a tratti minaccioso, dove gli adulti parlano a bassa voce e si scambiano sguardi d’intesa che Arianna può solo intuire.

Occhi di bambina rappresenta una delle prove più significative della maturità narrativa di Marco Vichi. Attraverso una scrittura sobria ed essenziale, il romanzo affronta temi di grande rilevanza umana e storica, offrendo una riflessione profonda sul rapporto tra infanzia e memoria. La scelta di affidare il racconto a una voce bambina permette all’autore di osservare il mondo adulto da una prospettiva laterale e disarmante, capace di rivelarne fragilità, incoerenze e responsabilità. Per questi motivi, il romanzo può essere considerato un contributo importante alla narrativa italiana contemporanea, non soltanto per il valore della sua storia, ma anche per la qualità della sua costruzione letteraria.

Assunta Totaro

Se vuoi restare in contatto con le letture di Exlibris20, puoi seguire il nostro canale WhatsApp