Parlando di sé, nel suo Manteblog, Massimo Mantellini scrive: “Ho scritto di cultura digitale un po’ ovunque: ora molto meno. Del resto, schiodarsi di dosso l’etichetta di esperto di qualcosa è sempre difficile. Parafrasando N.G. anche l’esperto, prima o poi, si annoia.”
E forse quasi a dispetto di questa noia da cultura tecnologica, nel 2020 è nato Dieci splendidi oggetti morti (Einaudi, 2020).
“Ci sono dieci splendidi oggetti morti nascosti da qualche parte qui intorno. Questo libro parla di loro e parla quindi di noi. Dice cose di me, di com’ero e di come sono diventato. Racconta di voi, di dov’eravate ieri, di dove siete oggi”.
In realtà però, nonostante il titolo sembri suggerire un ambito di riflessione che poco avrebbe a che fare con la rete e il mondo digitale, è esattamente da queste rivoluzioni tecnologiche che lo scrittore parte per raccontare la storia di alcune cose, un tempo tanto comuni e quotidiane, oggi ormai superate, abbandonate al disuso, appunto “morte”. Mappe stradali, telefono fisso, penna, lettera, macchina fotografica, giornali, dischi, fili/cavi, silenzio, cielo.
Il GPS ha reso ormai superflue le ingombranti e impiegabili mappe stradali, il telefono fisso è stato sostituito con un oggetto decisamente più comodo e performante, la scrittura preferisce una tastiera alla penna, le lettere con i loro tempi d’attesa non hanno più ragion d’essere in un mondo fatto di chat e così per ogni singola cosa presa in esame, inevitabilmente “uccisa” da una più nuova e tecnologicamente più evoluta.
Ad ognuno di questi oggetti è dedicato un capitolo, un ricordo personale, una riflessione antropologica, sociologica ma anche affettiva e poetica. Tuttavia, lo scopo del racconto non è né di natura didascalica, né retorica. Non siamo di fronte ad un semplice inventario nostalgico, ma dinanzi ad una riflessione profonda su cosa significa perdere gli oggetti, sostituirli, renderli obsoleti, su quale impatto tutto ciò ha sulla vita umana.
“La tecnologia brutalizza gli oggetti morti, li sostituisce senza ripensamenti, scioglie ogni poesia che li avvolge. Sposta le cose della nostra vita dall’ingresso di casa alla cantina, e poi dalla cantina alle aste di modernariato su eBay o alle teche di qualche museo del design. E in questo processo di rapida sostituzione anche una parte della nostra umanità rischia di essere cancellata”.
Cosa perdiamo quando un oggetto muore non solo in termini d’uso, ma anche in termini simbolici? Cosa succede alla memoria, all’identità, al rapporto tra generazioni, quando le cose più consuete scompaiono? Come cambia il nostro modo di pensare e di fare le cose?
Un caso emblematico è sicuramente quello della penna e della scrittura. “La penna a sfera è diventata ciò che la ceralacca era ai tempi dello Stato pontificio. Serve a vidimare qualcosa, a fornirgli una traccia umana richiesta dalla norma. […] Per il resto la penna è morta e noi, come si confà agli oggetti defunti, e visto che si trattava di una tecnologia complessa e raffinata, non sappiamo più utilizzarla a dovere”. Dalla penna, alla tastiera, agli schermi touch fino agli assistenti vocali il passaggio è stato brevissimo, talmente breve che stiamo perdendo “la maggior parte delle parole, nella loro cruda essenza di simboli e spazi”. Nell’epoca dell’oralità di ritorno in cui viviamo, le parole intese come registrazione, come segno, come simbolo, come estensione grafica del pensiero e delle emozioni stanno scomparendo a favore di una o più voci sintetiche. È tutto sicuramente più veloce, ma anche più povero. E decisamente più triste.
Eppure, se gli altri nove oggetti morti, oltre alla penna, non sono al centro di storie meno drammatiche, esiste un oggetto antichissimo, decisamente obsoleto, di cui tante volte si è preannunciata la scomparsa e che invece persiste, nella sua forma immutata e immutabile: il libro.
“Intermezzo. Uno splendido oggetto vivo: il libro” è il titolo del capitolo più emozionante di questo saggio. Si racconta di un incontro con Umberto Eco avvenuto all’università di Milano nel 2014. “Affermava che i libri di carta portano le tracce di chi li legge e le conservano nel tempo. Un’orecchietta in una pagina, una macchia di marmellata, qualche briciola rimasta incastrata qua e là, sono il segno tangibile di una relazione affettiva che nessun oggetto elettronico potrà mai offrire”. Ma soprattutto – siamo nel 2020- Massimo Mantellini scrive:
“Alla mostra internazionale d’arte dOCUMENTA di Kassel, Emily Jacir ha esposto nel 2012 una serie di fotografie di pagine di libri, in una installazione artistica che ha chiamato Ex libris. Sono pagine particolari di libri particolari. Le foto sono state scattate con il cellulare dall’artista palestinese alla Jewish National and University Library a Gerusalemme; i libri fotografati sono quelli della sezione AP (abandoned properties), acronimo leggermente obliquo che indica i testi di privati proprietari, ora raccolti in una sezione della biblioteca, che furono «asportati» dalle case abbandonate dai palestinesi dopo la guerra del 1948. Jacir racconta la vita intellettuale di un popolo che è stato allontanato dalle proprie case attraverso i segni minimi che quelle persone hanno lasciato sui loro libri”.
Dalla mostra in questione sono passati tredici anni, dal racconto di Mantellini ne sono passati cinque. Eppure, questi oggetti “morti” non sono mai stati così vivi. Così significativi. Così vibranti ed eloquenti. Perché le cose muoiono, ma esattamente come per le persone, non scompaiono mai davvero. Gli oggetti mutano, si trasformano, acquisiscono nuovi significati e noi mutiamo con loro. E in molti casi proprio quella morte coincide con la loro stessa rinascita. Cosa significa oggi ricevere un biglietto scritto a penna, ascoltare musica da un vinile, scattare una foto con una reflex? C’è qualcosa di speciale in questi gesti un tempo tanto comuni. E di certo, oggi più che allora, quegli Ex libris hanno un valore speciale. Perché i libri possono anche morire, ma le storie no. Quelle restano splendide per sempre.
Loredana La Fortuna
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