Nelle foto e nei video del suo profilo Instagram, Orsola de Castro compare spesso con un uncinetto in mano. Questo piccolo ferro uncinato è per lei un oggetto polisemantico: uno strumento creativo, ma anche un mezzo politico e un manifesto di battaglia.
“La mia carriera nella moda ha avuto inizio nel 1997 con un buco, un uncinetto, delle perline e un gomitolo di filato. La mia nonna veneziana Stanilla, mi ha insegnato a lavorare all’uncinetto quando avevo sei anni […] Un giorno, all’inizio del 1997, ero stata invitata al Turner Prize Gala Dinner e come spesso succede, nonostante l’armadio strapieno, avevo l’ansia del «Non ho niente da mettermi!» In realtà ci sarei voluta andare con addosso il mio cardigan preferito, un Benetton arancione, che mi portavo dietro già da quindici anni e ormai era pieno di buchi. All’epoca nonostante fossimo all’apice del Grunge, i buchi erano inaccettabili. Per cui non avevo scelta: o riparavo il maglione, oppure mi sarebbe toccato presentarmi con un vestito che non volevo indossare. Presi il mio uncinetto più fine (0.75 mm) e iniziai a lavorare delicatamente intorno ai buchi, in modo da non disturbarli ma, al contrario, enfatizzarli e farne il punto di forza del mio maglione […] Alla fine della serata avevo raccolto diversi ordini da persone che avevano ciascuna una storia da raccontare sul loro maglione preferito. Nel giro di pochissimo tempo passai da riparare qualche capo a vendere maglioni con buchi lavorati all’uncinetto in boutique esclusive a Londra, New York, Milano e Tokio e a vederli addosso a numerose celebrità degli anni ‘90”.
Questo aneddoto racconta gli inizi di una carriera nella moda, l’avvio di un importante progetto di attivismo e impegno sociale che ha portato l’autrice alla fondazione della “Fashion Revolution” dopo il disastro del Rana Plaza del 2013 in cui morirono 1134 operai tessili, ma è anche una dichiarazione di metodo. L ’originalità del libro “I vestiti che amano durano a lungo” di Orsola de Castro, infatti, rispetto a tanti altri saggi dedicati alla sostenibilità nella moda, sta infatti proprio nell’idea che la vera rivoluzione non inizi con ciò che compriamo, ma con ciò che già possediamo. Per questo motivo, il suo discorso va ben oltre la critica al consumo e allo spreco della fast fashion, di cui pure il libro traccia un quadro dettagliato e ricco di esempi, ma si configura soprattutto come un invito convincete a guardare con maggiore attenzione a quello che già possediamo. A partire dai vestiti.
I nostri abiti, infatti, non sono oggetti “usa e getta”, ma prolungamenti del nostro corpo che nel loro uso raccontano storie, luoghi, emozioni. Ne consegue che, se li percepiamo in questo modo, i nostri armadi cessano di essere contenitori da svuotare, riempire e organizzare per tipologia, peso e colore e diventano archivi di narrazioni, identità e idee sul mondo. E che si fa in genere con le storie? Le si racconta e le si racconta ancora aggiungendoci ogni volta un dettaglio, una parola, un’espressione, un nome che prima non c’era. Le storie, perciò, si ricreano e si ridefiniscono ad ogni narrazione e così dovrebbe essere, secondo Orsola de Castro, per ogni vestito ad ogni uso.
Quasi a voler rassicurare chi non è capace neanche di attaccare un bottone, si chiarisce subito che “le azioni da intraprendere sono facili, niente che ciascuno di noi non possa affrontare, e ripagano ampiamente dell’impegno richiesto. La cosa importante è iniziare subito, ciascuno al proprio ritmo e secondo le proprie capacità a incominciare a sperimentare cosa si prova a vestirsi di idee nuove e abiti vecchi”.
Riparare allora, ma anche manutenere e reinventare, prima che operazioni pratiche, diventano nuovi stili di vita e di moda. Non è dunque di semplici rammendi che parliamo, perché quello a cui l’autrice ci invita è una reinvenzione dei nostri abiti che così, con noi, possano vivere a lungo e con noi attraversare età, momenti speciali di vita, mode, gioie e tristezze.
“Nell’arte del riuso troviamo il sorprendente e quasi magico punto d’incontro tra arti e mestieri, quello in cui un oggetto assume (un’altra) vita propria, il momento in cui esso e chi lo possiede entrano in simbiosi”.
In realtà negli ultimi anni si sta assistendo ad un interessante riscoperta del vintage e di tutto quello che il design definisce “upcycling”, operazioni sempre più virali online sotto l’hashtag #lovedcloteheslast. Il fenomeno del “Craftivismo”, con pagine e pagine social che insegnano a cucire, dipingere, modellare, tagliare, incollare e via dicendo, suggerisce che in fondo quella del riuso è nell’ambito della moda una strategia divenuta oggi di tendenza.
Forse per questo motivo, al momento, a New York sono già tre le “Sewing Center”, scuole di cucito in cui ciascuno può cucire il proprio capo di abbigliamento in un solo giorno, senza necessariamente avere esperienze sartoriali. In fondo si tratta prima di tutto di riacquistare familiarità con stoffe, bottoni, centimetri e soprattutto con il proprio corpo, ed è proprio questo aspetto, così apparentemente banale, che invece nel mondo dei consumi e delle merci occorre senza dubbio recuperare.
Ecco, dunque, le istruzioni per riparare un jeans in stile “boro”, per usare toppe e decorazioni in modo creativo, ma anche alcuni suggerimenti per lavare nella maniera più giusta un capo senza rovinare né quest’ultimo, né il pianeta. (Pochi sicuramente sapranno che è possibile igienizzare e pulire un abito lasciandolo tutta la notte in congelatore. Bene, Orsola de Castro lo sa!). E poi indicazioni sui tessuti e, a conclusione del libro, una sorta di calendario, un suggerimento per ogni mese per trasformare il riuso in un’operazione sociale, collettiva e anche divertente.
Perché l’invito a RIPARARE che Orsola de Castro ci rivolge, in fondo, non è solo operativo, ma è principalmente etico. È un’esortazione a rallentare, a ricoprire il valore delle cose e della loro memoria, ma anche un appello a declinare il semplice ruolo di consumatori in cui la società contemporanea ci ha relegato, per riscoprirci creatori attivi e vivaci. Non solo dei nostri vestiti, ma prima di tutto della nostra vita.
Anche questa, a ben guardare, è una questione di design.
Loredana La Fortuna
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