Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa, scrivere è (un’ossessione)

Ma è troppo tardi. Il mio corpo, succube, pallido, indifeso, è già colpito dal sole. Mi lascio cadere senza far rumore. L’asfalto è butterato e grigio, immobile. Mi rannicchio come un animale nella sua tana. Chiudo gli occhi e la luce scompare. I diciassette racconti di questa raccolta sono molto brevi, hanno la forma simbolica di singhiozzi imprevedibili con l’aggravante di sembrare terribilmente veri. Non importa quale sia l’ossessione e non importa dove conduca la deviazione dalla realtà, l’attenzione si sposta inevitabilmente su ogni dettaglio maniacale dei personaggi e si finisce per ritrovarsi insieme a loro a mangiarsi le pellicine, leccarsi le ferite, scorticarsi le croste, mettersi lo smalto alle mani e tante altre piccole meravigliose istantanee del male di vivere. Ogni dettaglio antropomorfo o meno dentro queste storie, anche se può ripetersi simbolicamente, è messo dentro la narrazione non per sfoderare una visione del mondo, non per far vedere io sono strano o strana eccomi dunque in un racconto. No, ogni cosa è illuminata dal buio nelle storie di Mattei. Sostanze stupefacenti, abusi, oggetti e particolari orrendi, incontri terrificanti e visioni trascendentali in questi racconti non creano la classica “mostra delle storie trasgressive”. Spesso mi è successo di osservare dentro una storia una trasgressione troppo dall’esterno, e l’ho trovata un pretesto farlocco. Qui invece la trasgressione è vista dall’interno, come la letteratura ci riguarda. Come dice la voce narrante di uno dei racconti “Tutto quello che entra lì dentro rimane lì dentro.” E proprio per questo noi ci stiamo bene.


Non ci capisco niente, caro esordiente ti scrivo

(Scrivere) “è una lotta di tutti i giorni, di tutte le ore contro l’inerzia, lo sconforto, la paura.” Ecco la prima cosa da sigillare nelle nostre sudate carte, questa confessione che il giovanissimo Pavese fa all’amico Mario Sturani. Scrivere è una cosa che ti segue, spesso ti insegue. È una lotta tra il bene e il male, come lo sono le relazioni quotidiane. Quelle a cui si tiene. Un giorno si vince, un giorno si perde. Ma se si ama, non si prova un senso di sconfitta. Solo la necessità di un respiro che ogni volta può cambiare, più corto, più lungo. Ci sono delle storie a perdifiato e delle storie che lentamente si insediano nella nostra vita. La scrittura le contiene entrambe. Quando si scrive la lotta è sempre accesa, che si esordisca a 20 anni o a 60. Non è un caso che qualche riga dopo Pavese scriva: “Un sentimento quando tu lo provi è cosa viva.” Ecco detto cosa succede quando si scrive, si sente una cosa viva. Suggerisce bene, nella sua prefazione, Federico Musardo, raccontando il futuro esordiente Pavese come “un artista della parola che seppe trovare formule nuove per rovelli antichissimi“. Le lettere che compongono il libro cominciano nel 1924 e terminano nel 1936, seguendo il percorso creativo di Pavese che ancora adolescente faceva volentieri a meno di fare i compiti di scuola per scrivere e arrivano fino all’anno del suo esordio che avvenne con la raccolta Lavorare stanca. Questo mestiere, scrivere, è una attitudine, un sobbalzo dello spirito, una prova d’amore prima che una bozza bella e finita in libreria. Non è una garanzia. Leggendo le lettere di Pavese capirete che non siete soli e da qualche parte lo saprà anche lui che solo, in fondo, non lo è da quel 1950, settant’anni fa.


I superflui, imparare a scrivere imparando a leggere

Il destino siamo noi. Per questo non possiamo scamparlo. Quando uno è fatto in quel modo farà sempre in quel modo. I superflui di Dante Arfelli rappresenta per la storia editoriale italiana un esordio straordinario. Fu accolto con entusiasmo in Francia ed ebbe enorme accoglienza negli Stati Uniti dove, pubblicato per Scribner lo stesso editore di Hemingway, riuscì a vendere 800.000 copie. Stiamo parlando del romanzo di esordio di un ragazzo di provincia che all’epoca aveva 28 anni, in apparenza sprovveduto in quanto sognatore e idealista, vincitore nel 1949 del Premio Venezia (precursore dell’attuale Campiello) nella sezione inediti, e che subito dopo ottenne la pubblicazione con Rizzoli. Come scrive nell’appassionata prefazione Gabriele Sabatini, “una forza che è quasi una necessità trascina l’autorea scrivere e la stessa forza necessaria trascina chi legge nel mondo di Arfelli. Un mondo in cui essere giovani, avere sogni, inseguire ideali, amare e perfino lasciarsi è del tutto inutile. Superfluo, appunto. La prima cosa che incanta leggendo il romanzo è che dentro la storia esiste una visione viva e luminosa, una scia che ondeggia e illumina ogni dettaglio, ogni battito di ciglia dei personaggi, ogni angolo urbano, ogni passaggio dalla luce all’ombra. Una visione che tutte le storie dovrebbero avere, una mappa che indica una strada, un modo di vedere le cose, una possibilità di viverle almeno il tempo della lettura insieme con i personaggi e l’autore. Cosa possiamo imparare oggi da questa lettura? Intanto una lezione che non può essere oggetto di spiegazione, ma è un vento, uno spirito che fa parte dell’attitudine di chi scrive e questa lezione concerne la pienezza delle pagine. Ogni pagina è una storia collegata perfettamente all’altra, ci sono annessi e connessi legati insieme dalla naturalezza della prosa di Arfelli che pur essendo densa di significati altri, mai un solo senso nelle frasi – fateci caso soprattutto nei dialoghi che valgono qualsiasi manuale di scrittura sui dialoghi – ma sempre più significati almeno quanti sono i motivi che avranno spinto Arfelli a raccontare. La storia di Luca e di Lidia, la storia di una generazione che è attaccata all’oggi più di quanto ci si possa aspettare.


Il valore affettivo, quegli oscuri oggetti del desiderio narrativo

Ho un’attrazione innata per la necessità dell’uomo di espellere resti, scarti, avanzi, emissioni.” Bianca Lombardi ha conosciuto la perdita e l’unica cosa che sa fare è ricostruirla, tenere a galla quella mancanza primaria. Per questo motivo cataloga,  accumula e si disfa dei rifiuti. I suoi, quegli degli altri, i rifiuti occasionali. La conosciamo bambina e la incrociamo ragazza, ne seguiamo le vicende da donna divorata da un antico senso di colpa e incapace di farsi amare a cominciare da sua madre. È lei l’ipnotica voce narrante e protagonista de “Il valore affettivo”, opera prima di Nicoletta Verna, pubblicato pochi mesi fa da Einaudi Stile Libero. Tiriamo subito un sospiro di sollievo per dire che sì: è vero quest’opera prima la aspettavano tutti (come recita in rosso la bandella che avvolge il libro). L’ aspettavano tutti quelli che hanno smesso di aspettarsi qualcosa dai romanzi pluridecorati al valore fin prima di arrivare in libreria. L’ aspettavano i lettori e le lettrici che alla letteratura non assegnano un ruolo consolatorio ma la capacità di mostrare l’ignoto dell’essere umano in forme così note che spesso nella vita vera diventano invisibili. Le piccole grandi nevrosi quotidiane sono l’elemento letterario che rende la storia di Bianca una storia compiuta, fatta di una solitudine e di una sofferenza mai fini a se stesse. Per questo, Bianca l’aspettavamo. Sono cose materiali sì, eppure dentro una narrazione  diventano prove e testimonianze dei sentimenti che raccontiamo. Simboli ma anche portatori sani di passaggi narrativi. Gli oggetti in una storia servono a renderla reale e non realistica dal momento che, più di una volta abbiamo detto: le storie sono finzioni. Più si allontanano dalla realtà e più saranno credibili e autentiche. Evitiamo quindi espressioni di plastica, poco autentiche o falsamente arzigogolate. Usiamo parole nude, parole che vogliono dire solo una cosa e proprio per questo ne diranno un’altra, forse tante. Per farlo, usiamo gli oggetti. Più sono quotidiani, più valore avranno. Dopo aver letto il romanzo di Nicoletta Verna e non riuscirete per un po’ di giorni a guardare con la semplicità di una volta una Barbie Magia nei Capelli, un tavolino, una sedia.

Alessandra Minervini

Per una lira 2020/2021. Medley summer edition