Tra il 1995 e il 1998 Isabella Santacroce decise di riscrivere Wonderland mentre ansimava per la fine di un millennio che aveva spaventato tutti. E non si era trattato solo di un sogno: di certi risvegli molti avrebbero fatto a meno, ad altri non furono nemmeno concessi. Tane romagnole e londinesi di Bianconigli avevano bisogno di una nuova letteratura, non semplicemente dissacratoria o scandalosa, che comunque negli anni Novanta andava già di moda. È che certi Paesi delle Meraviglie contengono già in sé tutto il buio che si finge di non vedere, Lewis Carroll probabilmente lo sapeva, la Santacroce, fuori da qualsiasi ribalta letteraria, ne ha creati da incubo (che sempre sogno è), decidendo consapevolmente il destino dei suoi romanzi e di chi l’avrebbe letta. Nei quali non esistono toni pastello ma solo vernici dai contrasti violenti, che evidenziano in modo ridondante personaggi e scene: la sua meraviglia prevede anche i mostri, e lo scrive con la consapevolezza di quel potere assoluto che abbiamo di sollevare pietre per svelare mondi brulicanti di vermi. Il mostruoso possiede un’eccezionalità intorno alla quale ci si aggira con interesse circospetto, un misto di riverenza, curiosa morbosità e rispettoso terrore, e può rivelarsi tra le pieghe purulente del reale, aprendo porte scrostate, nascoste dietro un armadio o semplicemente captando con la coda dell’occhio un’ombra nel quotidiano. È scoprire che i genitori sono Stregatti, essere sedotti da Brucaliffi che ci annebbiano la mente con i fumi di una vita fuori controllo. Non si tratta soltanto del passaggio dall’infanzia alla presunta età della ragione: è temere la Regina di Cuori e quindi diventarlo, allenarsi ad esercitare quella autorità tirannica che si scopre sfogo della rabbia repressa del mondo adulto.
Fluo, Luminal, Destroy sono i tre romanzi che compongono la Trilogia dello Spavento.
In Fluo l’esperienza di lettura simula il cedimento del terreno sotto i piedi, la caduta nel rabbit hole che non è solo imprudenza o immaturità, poiché la scelta di quale pillola ingoiare è pur sempre questione che riguarda quella libertà che abbiamo tutti e che può essere, non solo durante l’adolescenza, perniciosa.
Starlet cresce a velocità innaturale, sbocconcellando il fungo che fa crescere o rimpicciolire come Alice, tra le luci al neon di un’estate sulla riviera e la foga di trasformarsi a qualunque costo per sfuggire ad una promessa di un mondo adulto piccoloborghese che è noia e trasgressione a buon mercato. Un ardito romanzo di formazione, una vena di lirismo, nonostante tutto, e qualche cartello che fa sperare in una uscita.
“Il supermercato è la disco delle casalinghe.”
Luminal è la tavolata del Cappellaio Matto dove qualcuno versa continuamente il tè e sono sempre le cinque; l’atmosfera del romanzo è di una ferocia folle, al limite dell’assurdo. Demon e Davi vivono in un loop spazio-temporale tra Zurigo e Berlino in modo non soltanto irrazionale ma crudele, senza alcuna traccia di sviluppo né esistenziale né letterario: incontrano una Regina di Cuori manipolatrice, si invischiano in una distruttiva amicizia che in realtà è vampirismo reciproco. Non c’è modo di tornare indietro, il tasto Rewind è bloccato come le lancette dell’orologio su flussi di coscienza senza punteggiatura. Disturba, tocca le viscere, in recensioni ultime per la ripubblicazione (allora non si usava) è stato definito “divisivo”, “perversione” non rende nemmeno lontanamente l’idea di quello che si legge, Easton Ellis è più vicino della sua stessa citazione.
“E sono pensieri di farfalle che si posano e mordono nel prato alle 16 da bambina ci sono stata al parco prima che la realtà-luminal mi facesse sua tutto vedevo senza bisogno di luce a incandescenza e il reale mi appariva senza trucco ed erano poche le difese anche allora, ma non cercavo rifugio, sbagliando mi intestardivo credendo che poi sarebbe mutato il mio sensibile che rendeva tutto troppo esistente”
Infine, Destroy. Misty ha vent’anni e vive in una Londra destrutturata in ottantadue paragrafi e ambienti estremi: appartamenti, ristoranti, ascensori dove si incontrano prostitute, spacciatori e poliziotti in una perenne nebbia sintetica in cui tutto appare e scompare sotto forma di oggetto, canzone, film, manga. Come fossero esplosi tutti i riferimenti e vagassero senza atmosfera nel grigio indefinito, frammenti da toccare ogni tanto senza riuscire a rimetterli insieme. In questo caos disperato, Misty usa morbosamente i corpi per orientarsi, l’eros per provare a riempire il vuoto allucinato che la circonda, libidine senza alcuna direzione. La realtà è proprio questa, non si distingue dall’incubo: è (auto)distruttiva. E non c’è nessun risveglio che liberi.
“Non posso che sentirmi impotente, chiudermi nel silenzio cercare il vuoto, se questo fosse possibile. Questione di pratica.”
Sono passati trent’anni dalla Trilogia: il periodo pulp della letteratura anni Novanta è finito, il paese non meraviglia più. Alice senza il lieto fine urta: il grembiule sporco di sangue la trasforma in una Harley Quinn che va bene solo come personaggio del cinema fumettistico. Non si vendono storie in cui le ragazze non escono integre da nessuna parte, difficile leggere chi non s’inventa un’uscita che non esiste. Si sono rimessi tutti i massi sulle buche in modo da coprire i vermi. Eppure, qui siamo ancora tutti matti.
Emma Cannavale
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