Mi inserisco nell’interessante dialogo sulla crisi della narrazione, avviato tra Humanist ed exlibris20, partendo da alcune precisazioni e da fonti un po’ datate, ma a mio parere ancora valide.

Non ho letto il libro di Byung-Chul-Han e ringrazio Silvia Acierno e Francesco Gavatorta per averne riportato le tesi salienti. Dai loro interventi e da quello di Claudio Musso, mi è sembrato però che si debba fare ancora una volta chiarezza nei termini di accesso alla questione della narrazione.

La parola narrazione nell’ambito delle scienze cognitive indica la pratica di «raccontare una storia -oralmente o per iscritto-[…] un atto linguistico che può assumere significati diversi a seconda dei contesti […] ma è anche uno strumento cognitivo che si applica a pratiche molto diverse (la letteratura, il cinema, la storiografia, i fumetti)»[1] Potremmo aggiungere che si applica ai videogames, ai video di tik tok e a tutte le forme di comunicazione e narrazione che la tecnologia mediatica oggi ci offre? In genere, no, perché, come scriveva Francesco, mancano l’esperienza e il tempo, ingredienti fondamentali per definire narrazione un atto linguistico. Per questo si può affermare che la narrazione è in crisi?

Come atto linguistico, la narrazione non è in crisi. Tutti continuiamo a raccontare storie nella vita quotidiana sia in modo orale diretto che scritto o mediato dai canali tecnologici. Storie che riguardano quel che ci è accaduto, le raccontiamo agli amici, chiacchierando di persona o chattando. Si tratta di brevi resoconti, minimamente strutturati, ma efficaci per raccontare fatti, ricordi ed emozioni immediate. Origliando le chiacchiere dei ragazzini, in molti casi la loro narrazione ha come referente film o serie viste, il videogame preferito, lo sport, la scuola, i social e le/i ragazze/i.

Nel lontano 2000 Paolo Jedlowski pubblicava il suo Storie comuni, la narrazione nella vita quotidiana[2],(riedito nel 2022) in cui delineava le differenze e i punti di contatto tra la pratica quotidiana della narrazione e la narrazione letteraria o artistica. Oltre all’esperienza e al tempo, parlava del desiderio e del senso prodotto dalla narrazione diretta e mediata, dell’orizzonte postumo e della vita aumentata che la narrazione offre per trascendere i confini limitati della nostra esistenza.

Come strumento cognitivo, sì, la narrazione è in crisi. Nella mia lunga esperienza di insegnante, ho potuto constatare negli ultimi venticinque anni che la pratica di raccontare storie ai bambini da parte degli adulti è quasi scomparsa. La maggior parte dei bambini viene messa a letto senza una fiaba per dormire, né letta né raccontata a voce. In media su una classe di venti adolescenti solo due o tre conoscono fiabe, favole o storie, ascoltate da nonni o genitori.

La maggior parte dichiara di non leggere libri di nessun genere. Sono tuttavia molto esposti alla narrazione mediata dei cartoons, delle web serie, dei film commerciali, dei social media.

Questi stessi ragazzi hanno enormi difficoltà a esprimere le proprie idee, le proprie emozioni, a strutturare un testo orale o scritto; hanno difficoltà logico-matematiche, soffrono di ansia cronica. Sono arrivata alla conclusione che privare l’umanità della narrazione diretta di storie o mediata dai libri, impedisca il completo sviluppo neuronale e cognitivo della nostra mente. Con il mancato sviluppo cognitivo ho notato anche un abbassamento del senso etico, una incapacità a distinguere il bene dal male, a provare solidarietà ed empatia.

Accade quindi che neuropsichiatri infantili e psicoterapeuti usino l’arte della narrazione come cura dei loro giovani pazienti. Formidabile il caso delle giovani autrici del libro Il muro di latta[3], scritto da ragazze in cura al Regina Margherita di Torino e considerevole l’impegno per la scrittura adolescente di Tito Baldini sul portale Psicoanalisi e sociale, che crede e dimostra che la scrittura letteraria sia una forma di cura.

Niente di nuovo, l’aveva ben dimostrato Jerome Bruner, nel suo La mente a più dimensioni[4], opera in cuispiegava ampiamente perché la narrazione letteraria o la comunicazione narrativa di qualità sviluppino le capacità mentali e morali degli esseri umani, a partire dalla fondamentale capacità transazionale, perché educano alla complessità e all’empatia.

In quanto alla parola narrativa, può indicare la narrazione scritta di genere o di consumo, la testimonianza scritta, l’autobiografia, insomma la narrazione di intrattenimento, perché la narrazione ha anche questa importante funzione.

La narrazione letteraria, quella che chiamiamo letteratura, è invece «una pratica socioculturale. […] è un’azione che trae una parte del suo significato dal contesto in cui si situa e appartiene a un insieme di altre pratiche che si possono definire artistiche». La letteratura nasce da una cultura e produce cultura.[5] La narrativa di intrattenimento produce evasione e svago. I pochi miei studenti -o meglio studentesse -che leggono ancora nonostante o grazie i social media, leggono romance, fantasy su libri cartacei o attingono a storie di coetanei pubblicate su Wattpad; scrivono e leggono funfiction, riguardanti i loro idoli K-pop. Narrazione di evasione, come quella di cui si nutrivano Madame Bovary e Don Chisciotte. Letture che in niente li avevano migliorati, a dire dei loro stessi autori.

Il termine narrativa, come calco dall’inglese narrative, di cui abusano i media tradizionali e i social media, credo non meriti il nostro tempo e le nostre energie, tanto è grossolano come errore linguistico e semantico. Altri usi del termine narrativa che mi vengono in mente sono: la narrativa intesa come antologia di brani nei manuali scolastici, comprensibile solo a chi è devoto allo scuolese; il rapporto stilato dalle forze dell’ordine durante una denuncia che si chiama narrativa, in burocratese.

Infine, ho notato che il nostro dialogo si riferisce solo alla realtà occidentale, ma esiste il resto del mondo, dove si raccontano ancora storie, dove i bambini vengono educati con le favole e i miti tradizionali delle infinite culture umane. Da lì stanno emergendo e rivivendo la letteratura e il cinema, l’arte, come narrazioni autentiche, nuove e antiche al tempo stesso.

Usciamo dal punto di vista eurocentrico e ritroveremo il senso della narrazione e la narrazione che produce senso, conoscenza e cultura. Forse ancora per un po’, chissà.

Maria Antonietta Nigro


[1] M. Bernini-M. Caracciolo, Letteratura e scienze cognitive, Carocci editore, 2013
[2] P.Jedlowski, Storie comuni, La narrazione nella vita quotidiana, Bruno Mondadori 2000
[3] Giulia Mazzone (a cura di), Il muro di latta: tra ostacoli e baluardi. Storie che meritano di esser ascoltate, Vecchiarelli Editore, 2025
[4] Jerome Bruner, La mente a più dimensioni, Laterza 1993
[5] Bernini-Caracciolo, idem

Dialoghi è il viaggio condiviso con Humanist.life per indagare il presente e il futuro della narrazione.
Insieme alle contributor e ai contributor del magazine fondato Francesco Gavatorta pubblichiamo un articolo che sviluppa un rimbalzo ideale di stimoli, riflessioni, proiezioni e teorie sul come il raccontare stia mutando sotto i nostri occhi.
Prima puntataLa forza e la crisi della narrazione
Seconda puntataIl fulcro rimane l’esperienza
Terza puntata: La narrazione si fa ancora più viva!