Rachel Bespaloff appare, fin dalle prime righe che si leggono di lei, come una di quelle figure che sembrano sottrarsi spontaneamente alle classificazioni. Non appartiene davvero ad una scuola, non si lascia riassorbire dentro una genealogia ordinata dell’esistenzialismo europeo e non edifica sistemi né cerca la stabilità teorica. E forse è proprio questa sua irriducibilità a renderla oggi così necessaria. Ho incontrato la sua voce quasi per caso, non attraverso i grandi testi canonici del Novecento ma dentro le lettere, nei frammenti di una corrispondenza disseminata, febbrile e costantemente aggrappata alle parole, dove il pensiero si presenta subito nella sua nudità più esposta. Nel suo caso infatti l’opera non si apre attraverso una costruzione filosofica compatta ma attraverso una soglia instabile, laterale e quasi vulnerabile. Come se il pensare potesse nascere soltanto da una ferita.
Leggere Bespaloff significa entrare in una coscienza continuamente attraversata da tensioni contrarie: lucidità e smarrimento, disciplina intellettuale e inquietudine metafisica, desiderio di appartenenza e impossibilità di abitare pienamente il mondo. Le sue lettere sembrano scritte sempre sull’orlo di qualcosa, di una catastrofe storica, di una partenza imminente o di una dissoluzione interiore e per questo custodiscono una temperatura rara. In lei la riflessione non osserva la vita da una distanza teoretica ma la attraversa mentre accade. La filosofia dunque coincide con una prova dell’esistenza. Persino le idee sembrano avere un peso fisico, una vibrazione nervosa, quasi musicale. E forse non è un caso che prima della filosofia sia stata proprio la musica sorgente e compagna di vita.
Nata nel 1895 in Bulgaria come Rachel Pasmanik in una famiglia ebraica originaria dell’Ucraina, cresciuta poi a Ginevra in un ambiente cosmopolita e intellettualmente fervido, Rachel porta fin dall’inizio dentro di sé una forma di duplicità originaria. La madre è filosofa, il padre è medico e teorico del sionismo; ma accanto alla speculazione c’è il pianoforte, la danza, l’euritmica insegnata all’Opéra di Parigi. Il ritmo, il corpo, la scansione musicale non rappresentano per lei semplici esperienze estetiche ma diventano una vera struttura del pensiero. Quando scrive che «in ogni metafisico di un certo tipo — poeta, filosofo o romanziere — c’è un compositore che si sforza di strappare alla musica il potere di trarre dal caos una libertà e una legge», non sta formulando soltanto una suggestione critica, sta affermando qualcosa di essenziale sul proprio modo di abitare il reale. Nella donna, che poi sposerà l’imprenditore Bespaloff, il pensiero non nasce mai dall’ordine compiuto ma dalla tensione fra dissonanza e forma, fra caos e necessità. Per questo i suoi testi sembrano procedere spesso per illuminazioni, scarti, frammenti, intuizioni improvvise, non nel cercare la chiusura del sistema ma la verità instabile dell’attraversamento.
Quando arriva a Parigi nel 1917 crede, per un istante, di avere finalmente trovato una patria. «All’improvviso avevo la sensazione di essere finalmente a casa», scriverà. Ma quella sistemazione rimarrà sempre provvisoria. Tutta la sua opera sembra segnata da una impossibilità di radicamento definitivo. Nel trasferimento a Saint-Raphaël, nel 1930, avverte già qualcosa di simile a un esilio interiore e, quando annota che «il bovarismo è un pericolo in esilio», lascia intravedere una delle paure più profonde della sua psicologia: il rischio che la perdita del mondo conduca alla compensazione immaginaria, a una vita sostitutiva e quasi irreale. In Bespaloff l’esilio non è mai soltanto storico o geografico. È una condizione ontologica dacché significa vivere senza possesso definitivo, custodire la verità nella forma stessa dell’instabilità, abitare una soglia senza trasformarla in dimora.
È qui che acquista tutto il suo rilievo la questione della doppia appartenenza. Ebrea per destino storico e spirituale, francese per lingua, cultura e formazione, Rachel rifiuta ogni identità chiusa. La sua opera intera è attraversata dal tentativo di pensare una fedeltà che non coincida mai con il nazionalismo, una patria che non degeneri in appartenenza esclusiva. Forse è anche per questo che, davanti al collasso europeo degli anni Trenta e Quaranta, il suo sguardo assume una lucidità quasi profetica. Comprende molto presto che la crisi in atto non riguarda soltanto la politica ma la struttura spirituale stessa della civiltà occidentale. E, mentre molte filosofie sembrano incapaci di rispondere alla devastazione della Storia, la scrittrice torna ai profeti biblici, gli unici, scrive sostanzialmente, capaci di parlare a un popolo senza trasformarlo in massa, chiedendo non adesione ma giustizia.
L’incontro con Lev Šestov rappresenta, dentro questo percorso di insularità, un vero momento di risveglio. Da lui apprende che il pensiero nasce dal conflitto e dalla frattura dell’esistenza, non dalla riconciliazione astratta. Ma Bespaloff non si lascia mai assorbire interamente da nessuno dei grandi autori con cui entra in dialogo. Attraversa Heidegger, Kierkegaard, Nietzsche, Sartre, ma senza mai stabilirsi veramente in nessuno di loro. Il suo pensiero possiede qualcosa di nomade, nel senso più alto e inquieto del termine. Persino Cammini e crocevia, il libro del 1938 che oggi appare come prefigurazione laterale dell’esistenzialismo europeo, non si presenta come un sistema ma come una costellazione mobile di attraversamenti e incroci. È significativo che Camus lo legga grazie a Jean Grenier durante la gestazione del Mito di Sisifo: in Rachel riconosce infatti una sensibilità capace di sostare nel tragico senza cedere né alla disperazione né alla consolazione.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti della sua scrittura: il pensiero appare sempre inseparabile da una psicologia profondamente esposta. Nelle lettere emerge una coscienza vulnerabile, spesso prossima allo sfinimento, ma incapace di rinunciare del tutto alla ricerca di senso. La scrittrice alterna improvvisi slanci di entusiasmo spirituale a zone di prostrazione quasi assoluta. Talvolta sembra guardare il mondo come qualcosa di irrimediabilmente perduto, altre volte invece basta un dettaglio, un paesaggio, il vento, Bach, la luce mediterranea, perché riemerga l’intuizione che «in ogni oscurità sussiste un punto». La sua scrittura vive continuamente dentro questa oscillazione, tra il desiderio di sottrarsi al mondo e l’impossibilità di smettere di cercarvi ancora una forma di verità.
Uno dei luoghi più intensi di questa ricerca è certamente il confronto con l’Iliade. Per Bespaloff la guerra non è semplicemente un evento storico ma una struttura permanente del tragico umano. Qui il dialogo implicito con Simone Weil si fa particolarmente rivelatore. Se Weil tende verso una necessità quasi assoluta, capace di trasfigurare la forza dentro un ordine superiore, Bespaloff resta invece più esposta alla materia opaca dell’esperienza, alla zona in cui la violenza non trova redenzione definitiva. Anche per questo il frammento assume nella sua opera un valore decisivo. Non è il residuo di un pensiero incompleto ma la forma stessa della verità dopo il collasso delle sintesi. In lei l’istante, la scheggia, l’intuizione isolata possiedono più autenticità di qualsiasi architettura teorica conclusa.
La stessa tensione attraversa il suo rapporto con Dio. Dopo la Shoah, Rachel non riesce più a pensare il divino secondo le immagini tradizionali della provvidenza. «Non dico che Dio sia morto — scrive — dico che è morta l’immagine che mi ero fatta di lui». È una frase che lascia aperta una ferita senza risolverla. Né fede né ateismo ma una sospensione dolorosa in cui il divino continua a sopravvivere come assenza. Nei suoi appunti su Franz Kafka questa intuizione diventa ancora più radicale perché la spinge ad affermare che forse il rapporto con Dio consiste precisamente nel conoscere la sua distanza.
Quando nel 1942 fugge negli Stati Uniti passando per Casablanca insieme alla famiglia e al filosofo francese Jean Wahl, Rachel Bespaloff sperimenta una forma ancora più radicale di sradicamento. L’America le appare insieme generosa e irreale, luminosa e profondamente inabitabile. Scrive di sentirsi «un fantasma». Insegna lingua e letteratura francese al Mount Holyoke College, incontra Hannah Arendt, continua a scrivere; e tuttavia qualcosa sembra lentamente spegnersi. Non tanto un desiderio esplicito di morte quanto una stanchezza ontologica, come se la vita avesse cessato di offrire un luogo davvero abitabile. Eppure, anche dentro questa prostrazione, sopravvive una controforza fragile e tenace: le amicizie custodite nelle lettere, Bach, la poesia, la memoria della luce mediterranea. Nulla, in Bespaloff, redime davvero la storia e tuttavia permane una fedeltà ostinata alla bellezza.
Forse è proprio questa tensione mai pacificata a rendere oggi l’opera di questa figura così necessaria. Per troppo tempo rimasta ai margini del grande racconto filosofico europeo, la sua voce sta finalmente riemergendo grazie al lavoro editoriale di Castelvecchi che negli ultimi anni ha restituito continuità a un itinerario intellettuale disperso tra saggi, lettere e materiali inediti. Ed è proprio entrando in questa costellazione ancora parzialmente inesplorata che si scopre qualcosa di raro, non una filosofa “minore”, ma una delle coscienze più inquietamente lucide del Novecento. Da qui nasce anche una nuova tappa di Dedica: un attraversamento che, a partire da questo testo inaugurale, seguirà il percorso tracciato dalle edizioni Castelvecchi, dagli anni parigini all’esilio americano, tentando soprattutto di restituire Bespaloff nella sua forma più viva e sfuggente, quella di una pensatrice costantemente in dialogo. Dialogo con i filosofi, con i poeti, con la musica, con la parola biblica, con il mito, con la tragedia europea fino agli autori antichi e moderni che la sua scrittura continua incessantemente a interrogare. «Il pensiero non nasce per possedere, ma per restare esposto» — sembra suggerire, in filigrana, Bespaloff. Leggerla significa oggi entrare in un pensiero che non smette di cercare, di contraddirsi, di esporsi.
C’è qualcosa di profondamente novecentesco e insieme inattuale in Rachel Bespaloff. Novecentesco perché attraversa fino in fondo le grandi fratture del secolo, l’esilio, il totalitarismo, il crollo dell’umanesimo europeo, la Shoah; inattuale perché rifiuta ogni pacificazione ideologica. Non costruisce sistemi, non offre formule salvifiche, non addomestica il tragico. Filosofia, Scrittura e musica diventano in lei tre modalità di una stessa esperienza della verità come tensione irrisolta. E forse è proprio qui il suo nucleo più segreto: «intuire gli esseri attraverso i testi è un’impresa dubbia che vale solo per colui che è tentato». In questa tentazione mai risolta, in questo essere esposti al rischio del pensiero senza garanzie, si concentra la sua eredità più viva. Ed è probabilmente questa la sua forza più rara, aver custodito, dentro il collasso del secolo, una forma di vigilanza spirituale capace oggi di interrogarci e costringerci ad abitare le domande fino in fondo.
Claudio Musso
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