La classicità come strumento per comprendere il presente.
Rachel Bespaloff sfugge ai libri di storia della filosofia e a quelli di letteratura; questa figura impalpabile, dalla pelle chiara e dai capelli scuri, esile e alta di statura, è costantemente alla ricerca di un mondo perduto.
È quanto accade a chi, come lei, non riesce a sentirsi a casa: è nomade, straniera ovunque, sradicata, ma la sua straordinaria fragilità le concede una sensibilità negata ai più.
Rachel nasce casualmente in Bulgaria da genitori ebrei ucraini; un medico e una filosofa, che si stavano recando a Ginevra in cerca di un ambiente più tollerante. In Svizzera si diploma al Conservatorio; la musica sarà sempre una parte importante della sua vita, anche se successivamente l’incontro con la filosofia finirà per assorbire gran parte dei suoi interessi.
Dopo Ginevra, è il periodo parigino quello per lei più congeniale: solo qui prova il desiderio di fermarsi per sempre, di frequentare i salotti filosofici e culturali della capitale, che la accolgono e alimentano i suoi interessi.
La sua profonda sensibilità musicale la avvicina alla letteratura e alla filosofia: la prima rappresenta il suo sfogo intellettuale, la seconda il suo nutrimento. La folgorazione filosofica arriva a Parigi, dopo l’incontro con Léon Chestov. Pur non possedendo un titolo accademico, Rachel produce scritti sotto forma di lettere: una sorta di dialogo interiore con scrittori e filosofi che mette in luce non solo il loro pensiero, ma anche il suo.
Nel 1930 si trasferisce in provincia, ma la vita diventa pesante, lontana da Parigi.
La situazione diventa insostenibile quando, nel 1941, insieme ai genitori e al marito, anche lui ucraino, Shraga Nissim Bespaloff, attraverso Marsiglia e Casablanca raggiunge gli Stati Uniti.
Occorre allontanarsi ulteriormente da questo mondo capovolto. L’America è un luogo sicuro. Solo per la figlia, la piccola Miette, Rachel accetta un esilio che vive come una lenta erosione di sé.
Avrebbe preferito terminare i propri giorni in Francia, non sotto un cielo estraneo.
Qui avverte più che mai la nostalgia del mondo perduto: perde non solo la tranquillità della Parigi dell’anteguerra, ma anche l’idea stessa di pace che aveva caratterizzato il mondo prima di quel conflitto abominevole. Scrive poco, concentrandosi principalmente sull’Iliade, libro che porterà sempre con sé durante i suoi continui spostamenti dall’Europa orientale alla Francia e poi agli Stati Uniti.
L’Iliade e la Bibbia rappresentano per lei il punto più alto della verità e dell’ispirazione; l’opera di Omero, interpretata alla luce dei drammatici eventi contemporanei, rappresenta per lei il faro che la guida.
Cerca continuamente salotti culturali da cui attingere quella linfa vitale che non trova nella quotidianità; vuole essere permeabile al pensiero, contaminarsi, nutrire il proprio desiderio di conoscenza. Grazie all’incontro, nel 1938, con l’ebreo cosmopolita bilingue inglese e francese Jean Wahl, trova una propria voce poetica e ha la possibilità di sperimentare nuove forme espressive maturando uno stile filosofico e intimista. Scrive di letteratura e arte, principalmente attraverso lettere indirizzate ad amici con i quali condivide sentimenti e riflessioni, successivamente raccolte e pubblicate.
I destinatari – soprattutto letterati, musicologi e filosofi – rappresentano per lei una fonte di nutrimento spirituale, l’unica cosa realmente necessaria alla vita.
Nell’agosto del 1942, Wahl ricostituisce la straordinaria società intellettuale che si rifaceva al suo primo progetto di Pontigny, in Borgogna, ora approdata in America per continuare a discutere di arte, poesia, filosofia e delle sorti del mondo. Nuovamente Rachel si sente al proprio posto, tra scrittori e filosofi, seppure temporaneamente. Qui incontra Hannah Arendt, durante una conferenza legata al progetto di Wahl. Anche Arendt partecipa agli incontri dove parla di Kafka, e racconta il trauma dell’esperienza umana nella vita quotidiana, sia in Europa sia in America. È l’uomo di inizio novecento, che deve smettere di identificarsi esclusivamente con la vittima.
Bespaloff definì il suo saggio sull’Iliade “il mio modo di affrontare la guerra”, riferendosi agli anni della Seconda guerra mondiale e dell’esilio.
Leggere l’Iliade o leggere Kafka rende possibile comprendere meglio il presente, individuando una via d’uscita.
La sua esistenza incompleta sulle sponde dell’Atlantico non attenua il suo male di vivere. Per questo deve recarsi in un sanatorio in Svizzera per tentare di alleviare le proprie sofferenze, già da tempo compromesse da eventi storici come l’annessione dei Sudeti e la Notte dei Cristalli.
Leggendo riesce a pensare; torna ai giorni dell’Esodo e trova conforto nei Profeti. Non bisogna dimenticare che Rachel è sionista.
L’America è un luogo ospitale ma superficiale e individualista: tutto appare standardizzato, nessuno sembra pensare davvero, manca la personalità.
Pur lavorando alle trasmissioni in francese della Voce d’America e insegnando letteratura francese, si sente sempre più sola. È stretta in una morsa formata dalla madre, dal marito e dal lavoro di insegnante, che mantiene economicamente tutti. I suoi cari se la contendono, la reclamano, quasi fosse una terra irredenta: la madre non esita a strapparla al marito e alla nipote per averla accanto a sé; il marito desidera una tranquilla vita coniugale. Rachel non riesce a spezzare i legami che la trattengono e che lentamente la soffocano.
Già nel 1941 scrive all’amico Wahl, che qualcosa la schiaccia, la appesantisce, la umilia, più ancora della stella gialla: una sorta di macigno che la segue ovunque. Prova una continua insoddisfazione nonostante tutto ciò che riesce a fare e a produrre. Come racconterà anni dopo Sylvia Plath nel romanzo La campana di vetro, i legami familiari opprimenti, le relazioni sentimentali tossiche e la frustrazione dell’ambiente universitario possono assorbire ogni energia creativa, fino a soffocarla: sembra di sentire parlare Rachel al posto di Sylvia, eccetto che per le relazioni sentimentali.
Dopo la morte del marito, quando la figlia studia a Harvard, non riesce più a tenere lontano il demone che la perseguita da almeno dieci anni e si toglie la vita il 6 aprile 1949.
Due persone furono particolarmente importanti nella vita di Bespaloff: Jean Wahl, che fece emergere il suo animo poetico e il desiderio di scrivere, e Mary McCarthy, che tradusse gli scritti sull’Iliade di Simone Weil e della stessa Bespaloff.
“Mi sono aggrappata a Omero – è stato il vero, il suono, l’accento, il linguaggio stesso della verità… È stato anche una purificazione, e, nell’oscurità, una luce che non vacilla”. (Simone Weil nel saggio L’Iliade o il problema della forza.)
È questa coincidenza a permetterle di entrare in contatto con Hannah Arendt, profondamente interessata alle loro riflessioni sull’Iliade. Si chiude così un cerchio che parte dall’Europa, si allarga all’America e ritorna alla letteratura e alla filosofia dell’antichità nel tentativo di comprendere la storia contemporanea.
Simone Weil ha un temperamento del tutto diverso: ha un profondo desiderio di scrivere e di combattere la propaganda attraverso la verità. La scrittura è il suo modo di combattere: in modo impersonale, senza cercare riconoscimenti, al servizio di un ideale di giustizia. Si identifica nella figura del giullare, del folle, perché soltanto lui può dire la verità; e, avvicinandosi all’Iliade, si potrebbe individuare in lei qualcosa della figura di Cassandra.
Sono due donne diverse ma sono legate da una coscienza comune: non smettono di attendere, come Penelope, e continuano a custodire la propria casa: il mondo.
Radicalmente diversa da Bespaloff, Simone Weil è un’attivista, una filosofa combattente, una socialista. Si esercita al sacrificio e rifiuta gli agi della propria classe sociale. Santa, eccentrica o outsider? È animata da un profondo bisogno di giustizia e crede che la rivoluzione possa garantire pane e dignità a tutti.
Contraria a ogni ideologia imposta, sociale, politica o religiosa, pur praticando una forma personale di preghiera, affronta la guerra leggendo l’Iliade. Sia lei sia Rachel scrivono sull’opera di Omero mentre si avviano verso l’esilio.
Come tutte le grandi intellettuali, Weil soffre il proprio tempo e trascorre un periodo nel sanatorio di Crans, lo stesso frequentato da Bespaloff. Hanno vissuto gli anni più oscuri del Novecento e cercano sollievo nello stesso luogo di cura. A Ginevra trovano un’altra affinità: l’ammirazione per i dipinti di Goya, esposti in città, dopo essere stati messi in salvo dalla Madrid bombardata.
Goya parla di guerre, quelle napoleoniche, di violenza e della spietata indifferenza della forza. Per questo le due donne si sentono profondamente coinvolte dai suoi dipinti.
Sono ebree, vivono in Francia, emigrano in America nella stessa estate e leggono lo stesso libro. Pur senza incontrarsi mai, finiscono per riconoscersi spiritualmente. Il tramite invisibile che collega i loro pensieri più profondi è l’Iliade, dove trovano se stesse e il proprio tempo; nell’opera di Omero non vi è giudizio: i personaggi lottano e perdono, soffrono, si sacrificano e sono infelici.
La guerra, antica o moderna che sia, genera dolore, amareggia e suscita compassione per tutto ciò che si estingue. Per Simone l’unica salvezza risiede nell’amore per Dio e per il creato; per Rachel nella propria poesia e in quella di Omero, dove ritrova se stessa in Elena, schiacciata dai sentimenti che suscita negli altri, dall’amore del marito e dal possesso soffocante della madre.
Tutto si intreccia: storia, sentimento religioso, vicende personali, filosofia, l’unica che riusciva a placare Rachel nel momento della lettura e dell’interpretazione dell’Iliade.
Dall’esilio Rachel non può combattere, ma la sofferenza di quel luogo la divora fino a condurla alla fine dei suoi giorni. Simone, invece, pensa alla Francia come a una Troia vulnerabile. Si schiera contro la forza disumanizzante descritta nell’Iliade e la paragona al militarismo e alle uniformi tedesche. Nel conflitto non esiste dialogo: ci si uccide in nome di ideali sbagliati. Per questo Simone ritorna e, a suo modo, combatte, fino a soccombere.
Rachel, filosofa autodidatta, poetessa per necessità del cuore e musicista, soffriva profondamente per le sorti del mondo; Simone, attivista e socialista rivoluzionaria, voleva trasformarlo.
Entrambe, grazie alla loro sensibilità, seppero guardare in faccia la distruzione, riconoscere le vittime e individuare nel mondo moderno il carnefice. Sopportarono sul proprio corpo il peso del dolore collettivo, soccombendo a un tragico sconcerto. Pur lontana nel tempo, Bespaloff ci conduce davanti a un’epoca in cui l’essere umano rischia di trasformarsi in un cadavere vivente. Parla di una verità che oggi possiamo comprendere e che riporta davanti ai nostri occhi il buio della guerra e dei totalitarismi.
Simone Weil e Rachel Bespaloff leggono il proprio tempo attraverso l’Iliade, un libro che per loro descrive un mondo che si sta sgretolando. Violenza, potere, assenza di empatia e una ragione che soccombe: ciascuna ritrova questi elementi nel pensiero dell’altra, in un dialogo ideale che continua ancora oggi e che ci parla attraverso i classici antichi.
“Nel cuore del secolo scorso queste tre donne diverse e lontane tra loro si sono arrischiate in una riflessione sulla violenza, sul potere, sulla guerra, di un’altezza abissale.” (Nadia Fusini da Hannah e le altre, Einaudi, 2013)
Manuela Mongiardino
Instagram: manuela_reads_too
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