Il saggio che Rachel Bespaloff dedica all’Iliade nasce all’interno di una costellazione biografica e storica che ne costituisce la segreta architettura. Sebbene venga pubblicato negli Stati Uniti negli anni dell’esilio, appartiene interamente alla stagione francese della sua riflessione, a quel momento sospeso in cui la coscienza europea avverte già l’approssimarsi della catastrofe senza poterne ancora misurare fino in fondo la portata. Non si tratta di semplice circostanza editoriale ma di una decisiva chiave interpretativa. Il poema omerico non è per Bespaloff un oggetto di studio né un’occasione filologica, viene piuttosto interrogato mentre la storia precipita verso una nuova forma della distruzione.

In questa prospettiva il ritorno al classico assume il valore di un gesto conoscitivo. L’autrice non cerca nell’Iliade una distanza protettiva rispetto agli eventi del presente, vi rintraccia piuttosto una misura capace di renderli intelligibili. Quando la storia si manifesta come potenza devastatrice, l’èpos appare come uno dei luoghi in cui quella stessa potenza è stata osservata nella sua nudità originaria. La guerra emerge così come un terremoto che attraversa gli uomini, dissolve le gerarchie, espone vincitori e vinti alla medesima vulnerabilità. Ne consegue che Omero si configuri così come il testimone di una verità antropologica che le epoche successive non hanno mai cessato di riconoscere.

Non sorprende allora che i testi che accompagnano la pubblicazione del saggio ne colgano immediatamente la singolarità. Jean Wahl, nell’edizione francese del 1943, osserva come nella riflessione di Bespaloff le tradizionali divisioni tra filosofia, poesia, etica ed estetica sembrino perdere consistenza. Hermann Broch, introducendo l’edizione americana del 1947, riconosce invece nell’Iliade una delle soglie decisive della coscienza occidentale là dove il mito continua a vivere trasfigurato nella poesia. Entrambi individuano un tratto essenziale del libro: Omero non viene interpretato dall’esterno ma abitato dall’interno, come se il tempo che separa il poeta dai suoi lettori si fosse improvvisamente contratto.

È da questa prossimità che nasce la centralità della coppia Achille-Ettore. Nella lettura di Bespaloff, i due eroi perdono la fissità delle categorie epiche per diventare figure complementari di una tensione inscritta nella condizione umana stessa. Achille appare come l’incarnazione di una potenza che eccede ogni misura. La sua energia lo innalza al di sopra degli uomini ma, nello stesso tempo, lo separa da essi. L’ira che lo domina non è solo un sentimento, è una modalità dell’essere, una forza che interrompe il circuito delle relazioni e lo consegna a una solitudine quasi sovrumana. In lui l’eccellenza eroica coincide paradossalmente con un progressivo svuotamento di tutto ciò che rende la vita abitabile.

A questa figura estrema si contrappone Ettore nel quale Bespaloff riconosce un’altra possibilità dell’esistenza. La sua grandezza nasce dai legami che lo costituiscono: la città, la famiglia e la continuità fragile di una comunità umana assediata da un potere rapace. Qui emerge uno degli aspetti più originali della sua interpretazione dell’eroismo omerico. Ettore non combatte gli invasori perché disprezza la vita ma perché ne conosce il valore. La paura non è cancellata né sublimata in virtù ma attraversa l’eroe e ne misura l’umanità. Persino l’iniziale fuga davanti ad Achille assume un significato nuovo. Non rappresenta una caduta ma l’emersione improvvisa di quell’attaccamento alla vita che precede ogni codice eroico e che rende l’eroismo stesso qualcosa di tragicamente prezioso.

Quando Ettore, ormai morente, guarda Achille con lucida disillusione, il pensiero della scrittrice corre al principe Andrej di Guerra e pace. Come sotto il cielo immenso di Austerlitz, anche qui la gloria militare perde la propria pretesa assolutezza e lascia emergere qualcosa di più essenziale: la fragilità della vita umana e il suo valore irriducibile.

Attraverso queste due figure la guerra rivela il proprio significato più profondo. Non produce soltanto imprese memorabili o destini eccezionali, agisce come una forza di disvelamento. Le costruzioni simboliche che organizzano la vita vengono erose e gli uomini si ritrovano esposti alla propria condizione elementare. Achille rappresenta la forza sciolta da ogni limite umano, Ettore la dignità, fragile ma tenace, di chi continua ad amare la vita anche mentre la perde. Nessuno dei due può essere ridotto a una semplice figura morale, o a una semplificazione in cattivo e buono, poiché sono possibilità costitutive dell’umano.

E tuttavia l’Iliade non coincide interamente con la forza che la attraversa. La sua verità più profonda emerge nei momenti in cui il corso della violenza si interrompe e gli uomini tornano a riconoscersi. Bespaloff insiste su queste scene con viva sensibilità: Elena e Priamo che osservano insieme dalle mura la pianura troiana; guerrieri nemici che scoprono una comune genealogia; Achille che, nella sua tenda, suona la cetra sottraendosi per un istante al frastuono della guerra; il pasto condiviso tra Priamo e l’uccisore di suo figlio.

In questi episodi la violenza non viene negata ma decentrata. Per un momento cessa di essere l’unico principio che governa il mondo. Affiora allora qualcosa di più tenace della guerra stessa: il legame che unisce gli uomini anche quando il destino li ha collocati su fronti opposti. La poesia non attenua l’orrore del conflitto né lo trasfigura ma mostra tuttavia che esiste una dimensione dell’esperienza umana che la forza non riesce a conquistare interamente. È proprio in questo scarto, in questa sospensione della logica della distruzione, che alcuni istanti acquistano una densità particolare, una pienezza che non si lascia ridurre al semplice scorrere del tempo storico.

Vi è qui l’idea, che attraversa anche la ricezione moderna del poema, di un’intensificazione assoluta del presente, di un tempo che sembra addensarsi fino a contenere l’intera esperienza del vivere. È ciò che il titolo scelto dall’editore Castelvecchi per il volume dedicato agli anni parigini della scrittrice, in cui è inserito Sull’Iliade, suggerisce con felice precisione: un’eternità dell’istante che non rimanda a un aldilà metafisico ma alla capacità di alcuni momenti di contenere tutta l’intensità del vivere. Sono attimi in cui, per riprendere Rilke, il visibile sembra raggiungere la sua massima pienezza: «qui è il tempo del dicibile» prima che quello stesso tempo torni a disperdere ogni cosa nel non detto.

La figura di Elena appartiene a questa regione intermedia. Nella lettura di Bespaloff non è soltanto la donna all’origine della guerra ma la figura tragica di una fatalità in cui innocenza e colpa si confondono. Desiderio, destino e responsabilità si intrecciano in modo tale da rendere inadeguate le tradizionali interpretazioni. Elena appare straniera a sé stessa, esiliata dalla propria vita prima ancora che dalla propria patria. Anche l’amore per Paride, che doveva essere il compimento di una promessa assoluta, si rivela una nuova forma di dipendenza da forze più antiche e impersonali. La sua vicenda richiama quella di Anna Karenina: il sogno di una felicità assoluta che finisce per diventare nuova servitù.

Eppure è proprio questa distanza da sé a conferirle una particolare profondità di sguardo. Elena contempla la guerra sapendo di esserne parte e la sua parola custodisce una memoria che resiste alla devastazione. Fra coloro che la circondano, Priamo ed Ettore, la vecchia e la nuova generazione troiana, sono gli unici a guardarla senza ridurla a simbolo. La scena in cui Elena e il vecchio re osservano insieme la pianura troiana invasa dagli eserciti nemici assume allora un significato esemplare. Bespaloff vi scorge qualcosa che avvicina Omero a Nietzsche: il dialogo tra bellezza e saggezza sopra il tumulto della vita. Il sovrano della città assediata e la donna considerata causa dell’assedio sembrano sospesi fuori dall’azione e proprio per questo immersi fino in fondo nella sua amara verità.

Il vertice spirituale del poema coincide tuttavia con l’incontro tra Priamo e Achille. In questa scena la forza non viene smentita ma attraversata fino al punto in cui rivela il proprio limite. Priamo affronta l’umiliazione senza esserne annientato; Achille, di fronte al dolore del vecchio re, ritrova la memoria del padre e con essa la consapevolezza della propria mortalità. Ciò che si produce fra i due uomini non è una riconciliazione ma il riconoscimento improvviso di una comune condizione, mentre le loro mani si sfiorano.

È qui che emerge con maggiore nettezza la distanza da Simone Weil. Se per la filosofa la forza è il vero soggetto dell’Iliade, il principio che riduce uomini e cose a oggetti del proprio dominio, Bespaloff concentra invece lo sguardo sui punti in cui tale dominio incontra un limite. Non un potere contrapposto alla forza ma qualcosa di più fragile e insieme più tenace: la persistenza dell’umano.

La guerra governa il mondo del poema ma non riesce mai a possederlo interamente. Restano la memoria, il riconoscimento reciproco, la capacità di vedere nell’altro non un nemico o un simbolo ma un uomo. È in questa luce che anche la figura di Achille si trasforma. La sua grandezza non culmina nell’ebbrezza della distruzione, bensì nell’istante in cui la furia si placa e lascia spazio alla comprensione. La forza raggiunge il proprio limite quando incontra il dolore dell’altro e vi si riconosce. Perché anche l’uomo più irretito dalla sete di vendetta finisce per cedere di fronte a un padre che reclama il corpo del proprio figlio non per salvarlo dalla morte ma per restituirgli la sola forma di dignità che ancora gli appartiene: sottrarlo almeno all’ultima umiliazione.

In questa soglia estrema in cui la violenza si interrompe e l’umano riemerge, la lettura di Bespaloff trova il suo nucleo più profondo. Ed è una convinzione che non resta confinata al piano dell’interpretazione del poema ma si intreccia indissolubilmente con il tempo in cui il saggio viene concepito. Mentre l’Europa scivola verso la notte più buia, la scrittrice comprende che la cultura non è un patrimonio da custodire inerte ma una risorsa spirituale attraverso cui continuare a pensare dentro la catastrofe. L’Iliade cessa così di apparire come testo remoto di una civiltà perduta e diventa una riserva di lucidità, un esercizio dello sguardo capace di sottrarsi alla logica della distruzione senza negarne la realtà.

Vi è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che Bespaloff ritorni a Omero accompagnando la figlia nei suoi studi e leggendo insieme a lei il poema epico. In quel gesto quotidiano, quasi domestico, si condensa il significato più autentico della tradizione: non la conservazione di un passato morto ma la trasmissione di una parola che continua a illuminare il presente. Mentre il nazismo tenta di cancellare l’eredità culturale europea, una madre continua a consegnarla alla generazione successiva, la sua eredità nel futuro.

Alla fine del poema non rimangono la vittoria o la sconfitta, la gloria o il lutto. Rimane ciò che sopravvive alla loro consumazione. L’uomo non coincide né con la forza che esercita né con quella che subisce. La sua verità si manifesta nei momenti in cui, esposto alla perdita, continua a custodire un legame con ciò che ama, con ciò che ricorda, con ciò che riconosce come degno di essere salvato dall’oblio. È qui che la poesia omerica raggiunge, nella lettura di Bespaloff, il suo punto più alto: non celebrazione della guerra ma custodia di ciò che la guerra non riesce a distruggere. Per questo, mentre si prepara a lasciare una Francia travolta dall’invasione e da Vichy e a intraprendere un nuovo esilio, Bespaloff trova nell’Iliade non una consolazione e nemmeno una promessa di salvezza bensì una disciplina dello sguardo. La guerra tende a trasformare gli uomini in astrazioni, vincitori, vinti, eroi, nemici, la letteratura restituisce invece loro un volto, questa è la più autentica resistenza.

Claudio Musso

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