Quattro scrittori e quattro storie originali e imprevedibili, ironiche e insolite, con diversi stili narrativi ma tutte stimolanti e suggestive.

C’è La stagione delle nuvole di Franco Faggiani, con il protagonista che si ritrova in un paese tra le colline dell’Alto Monferrato e scopre il piacere del paesaggio, della solitudine ma allo stesso tempo dell’accoglienza.

Segue Storia di una sedia di Alessandro Barbaglia, che racconta di un padre, capostazione ma esperto di antiquariato e interessato a portare il figlio nel suo paese d’origine tra le colline “dolci”, terre del Dolcetto, al Castello, dove i proprietari vogliono disfarsi di oggetti e mobili, una sorta di mercatino delle pulci che riserva sorprese inaspettate.

E ancora Carne di terra di Piera Ventre, la storia di un uomo triste perché rimasto vedovo, che sogna la moglie e per lei decide di trasformarsi e mascherarsi, con un riferimento alla cultura popolare e il desiderio di tornare ai luoghi amati.

Infine Mi scusi brav’uomo, sa se a Ovada ci sono le mucche? di Gian Marco Griffi racconto surreale che parla di un padre visionario e immerso nel proprio mondo, nel tentativo disperato di responsabilizzarsi e tornare alla realtà, per offrire al figlio un’avventura straordinaria e indimenticabile.

I paesi citati sono reali, così come le caratteristiche di quella terra, profumata e succosa grazie ai prodotti tipici coltivati. Si parla di agnolotti con il vino, di tartufi e di funghi, si sentono quei gusti forti e sembra di essere in mezzo al foliage, quella mescolanza di colori autunnali tipici, con la prevalenza del giallo, del rosso e del marrone. Una stagione dove tutto ricomincia, dopo l’estate, luoghi dove gli abitanti rimasti si specializzano e offrono le loro colture con orgoglio e competenza.

Sono brevi esperienze e avventure, ma il filo rosso di tutte le storie è il tempo. Un tempo diverso da quello abituale, un tempo rallentato che aiuta a riflettere, facilita l’alternarsi delle stagioni e l’esplorazione degli spazi. Un tempo che suscita curiosità e ricordi, come se contenesse le memorie di tutti. Inizialmente c’è disorientamento perché ci si allontana dalla realtà quotidiana. Poi però nascono storie impensate e si arriva gradualmente alla consapevolezza, condita dalla nostalgia.

I personaggi descritti sono artigiani di antichi mestieri quasi scomparsi o contadini che diventano imprenditori di agriturismi, mentre i protagonisti sono fuori dal comune e si trasformano, diventano poco per volta qualcos’altro, un altro da sé.

Un senso di smarrimento che ci riporta all’immaginario collettivo, alle memorie  infantili, soprattutto per quelli, come scriveva Umberto Eco, “nati in paesi freddi e brumosi…non solo tra gli irti colli e lo sfumare grigiastro delle colline lontane…senza farsi atterrire dalle ombre vaghe e giganti che sembrano sorgere all’improvviso…in certe serate autunnali o invernali…..i  vuoti scompaiono… scorci bui emergono dal nulla, in un gioco nuovo di forme appena accennate”…  dove anche la nebbia, la pioggia e le nuvole diventano fiabesche. C’è la musica, il bosco, persino il drago. Ci sono il sogno e il silenzio.

Gli autori ci offrono emozioni e magie, atmosfere avvolgenti, un “c’era una volta” da riscoprire e rievocare.

La persistenza del filare, da cui il titolo, è come non andare da nessuna parte se non lì, è malinconia e senso di appartenenza, necessità di ritornare e finalmente ritrovarsi. Forse.

Fulvia Maldini