Forse la tua missione è questa: raccogliere le ossa di quelle ragazze, ricomporle, dar loro voce e poi lasciarle correre liberamente, dovunque debbano andare…

Tre casi di femminicidio rimasti impuniti nell’Argentina degli anni ‘80 servono come punto di partenza per un libro che combina l’indagine giornalistica e la narrazione emotivamente coinvolgente. Avvenuti nelle piccole e remote cittadine dell’entroterra spesso dimenticate dalle istituzioni, questi delitti sono solamente alcuni esempi della violenza endemica e sistemica che ha caratterizzato la società argentina degli anni ’80. L’autrice di Ragazze morte, Selva Almada, è lei stessa originaria di una di queste comunità argentine e quindi conosce molto bene il contesto storico, culturale e sociale in cui si svolgono i fatti su cui riflette.

Aveva solo tredici anni quando sente alla radio la notizia dell’assassinio di Andrea, una ragazza di 19 anni uccisa con una pugnalata al cuore in una cittadina poco lontana. La storia rimane impressa nella mente di Almada per anni, a tal punto che decide di mettersi alla ricerca della verità per poter denunciare il problema della violenza di genere e le sue cause profondamente radicate nel contesto culturale e politico del paese. Non si limita però solamente a raccontare questa tragica piaga e a fare chiarezza sulla morte di queste giovani donne, ma denuncia anche l’indifferenza generale e la normalizzazione di questi crimini terribili. Il libro non parla quindi solo di vite spezzate ma anche di un’intera società che spesso ha preferito, forse per interesse forse per negligenza, stare in silenzio e lasciare che questi fatti succedessero senza preoccuparsi di trovare i responsabili.

Almada riflette infatti su un periodo storico in cui il termine ‘femminicidio’ non veniva ancora usato ma in cui era frequente che giovani ragazze fossero abusate e uccise solo per il fatto di essere donne, spesso da persone di fiducia che appartenevano alla loro famiglia o al loro circolo di conoscenze. L’autrice fa il ritratto di una società dove la gente vive in una situazione di estrema povertà e la misoginia è un sentimento molto comune. Non solo la violenza contro le donne veniva percepita come qualcosa di quasi “naturale”, ma si arrivava spesso al punto in cui la prostituzione fosse normalizzata come mezzo di sussistenza e per questo incentivata da mariti, fratelli e genitori.

Crescendo impreparate ad affrontare i pericoli e le minacce che le circondavano e non sapendo a chi chiedere aiuto, né dentro né fuori le mura di casa, le ragazze erano vulnerabili e sole di fronte al loro destino crudele. All’interno di queste comunità, c’era infatti una profonda sfiducia nelle istituzioni e nella polizia locale, a causa della corruzione diffusissima e del fatto che la giustizia fosse spesso sottomessa al potere economico. Le difficoltà nel trovare la verità non erano infatti solo dovute a incompetenza ma anche al fatto che la polizia e il sistema giudiziario erano corrotti e inaffidabili. Non era un mistero che i colpevoli riuscissero a comprare testimoni, avvocati e pubblici ufficiali, creando un senso di impunità cronica e di indifferenza verso le vittime.

Attraverso una scrittura che fonde realtà e sensibilità letteraria, Almada esplora i luoghi in cui vivevano le ragazze, parla con i loro parenti e amici, intervista i testimoni e analizza le relazioni giudiziarie e gli articoli dell’epoca per trovare dettagli e indizi che erano sfuggiti o intenzionalmente ignorati al momento delle indagini. La narrazione alterna fatti di cronaca con ricordi dell’autrice bambina e adolescente, e ne risulta un intreccio frammentario ma coinvolgente delle vite e delle storie di queste donne che trasmette un messaggio di grande impatto emotivo.

Nonostante il libro parli di fatti avvenuti in un’altra nazione decenni fa, il lettore non può non pensare alla rilevanza di questa narrazione nella nostra società attuale in cui la misoginia e la violenza purtroppo fanno ancora notizia. Almada riesce nel suo intento di puntare il riflettore sui brutali femminicidi che sono una delle piaghe sociali irrisolte del nostro tempo. Nonostante con il passare degli anni le cose siano in parte cambiate, le donne continuano ad essere vittime di crimini orribili che spesso rimangono impuniti e segnano profondamente non solo le persone direttamente coinvolte ma anche le comunità in cui avvengono. Le riflessioni di Almada sono anche un monito contro il silenzio, l’indifferenza e l’accettazione passiva di questi fenomeni da parte di chi ne è testimone – cosa può fare ognuno di noi per assicurarsi che queste donne abbiano giustizia e le loro storie servano affinché le prossime generazioni di donne trovino un mondo migliore?

Valentina Lorenzon