Per quanto occorrerebbe quasi sempre resistere alla tentazione di identificare il protagonista di una narrazione con chi la narrazione l’ha scritta, non si corre il rischio di sbagliare quando ad autorizzarci in questo senso è l’autore medesimo.

Così ha fatto Alcide Pierantozzi riguardo al suo romanzo Lo sbilico (uscito per Einaudi nel maggio del 2025) sia in una serie di interviste che hanno accompagnato l’uscita dell’opera, sia nella nota conclusiva: “Questo libro è stato scritto in presa diretta, quasi come un diario di bordo della malattia, e racconta una verità molto spesso alterata dai farmaci e dai miei scompensi emotivi” (p. 227).

Per cui, a meno che non si tratti di una strategia promozionale raffinatissima e ai limiti del diabolico, Lo sbilico dà conto del disagio psichico di Pierantozzi, cercando di adottare la più impervia delle prospettive, quella dell’onestà. Sin dalle primissime righe: “A quarant’anni dormo ancora con mia madre.

Sento che deve incominciare da lei questa storia, da quando sono andato in Svizzera, nel 2012, a ritirare il vetrino del suo tumore.

All’epoca non ero ancora impazzito del tutto” (p. 3).

La restituzione al lettore della malattia psichiatrica passa, anzitutto, per la rassegna posologica dei farmaci assunti. E non solo, come leggiamo in questo passaggio: “Dal 2020 prendo sette pasticche al giorno per sopravvivere, cinque la mattina e due dopo cena. Dopamina-noradrenalina, paroxetina, antipsicotici e antiepilettici, in due uniche indigeribili razioni.

Dal 2020 mi alleno fino a tre ore al giorno, sei giorni su sette, e ho cambiato del tutto fisionomia: ho trenta chili di muscoli in più e la pelle luccicante di un ventenne. Se ricorro al reagente della sauna non è per vanità; farmi colare il corpo addosso è diventata una liturgia quotidiana di svelenimento” (p. 16).

Rassegna posologica e non solo, dicevamo, perché ben più insidioso della mera elencazione dei farmaci è il ragguaglio sugli effetti che la malattia produce nell’autore. Le difficoltà, qui, di mantenere l’onestà del compilatore di un diario di bordo sono due, e ciascuna di esse merita un ragionamento autonomo.

La prima è, potremmo dire, una sorta di gestione del paradosso: riuscire a dar conto di situazioni governate dal malessere psichico con la massima fedeltà, e dunque lucidità, possibile. Nel passo appena proposto, Pierantozzi si limita a collegare la robusta assunzione di medicinali alla necessità di depurare il corpo attraverso l’intensa attività fisica. Altrove, e sono forse i momenti più suggestivi dell’opera, l’insorgenza e lo sviluppo delle crisi ci vengono raccontati con dovizia di particolari: basti pensare che il secondo capitolo della seconda parte si intitola Come funziona una crisi psicotica; sono dodici pagine in cui si illustrano le conseguenze psicologiche del fatto che il medico di famiglia, durante una visita, dice che il protagonista potrebbe avere avuto l’helicobacter (che, per intendersi, dà un’infezione con sintomi da nulli a lievi): “Ormai lui la parola disgraziata l’aveva detta e mi aveva frastornato il battito cardiaco. Quella parola spiraleggiante – helicobacter –, con la sua tenacia, avrebbe mandato in apnea la mia intelligenza per i mesi a venire. L’eventualità, il forse, l’incertezza: parole che sarebbero rimaste tutte qui, attaccate alla mia lingua, a smaniare e a squittire muovendo la coda sulla trappola adesiva” (p. 61).

Sono proprio le parole a condurci nel più complesso e delicato aspetto della malattia e della sua descrizione: e siamo così alla seconda difficoltà. Lo sbilico, va detto, è attraversato dal narcisismo dell’autore-personaggio, consapevole delle difficoltà sociali derivate dalla propria condizione, ma altrettanto sicuro di possedere una spiccata intelligenza e acute capacità intellettuali. Che si mostrano, ad esempio, attraverso digressioni all’insegna di ironia e autoironia, ora più bonaria ora più feroce (“Al San Raffaele sono seguito da uno degli psichiatri più famosi d’Italia, eppure ogni giorno devo sentirmi dire che ho bisogno di uno bravo”, p. 24); e che hanno la loro più interessante e ambigua declinazione nell’atteggiamento maniacale nei confronti, appunto, delle parole: “Le parole, per i matti, sono feconde. Io ne conosco tantissime, perché sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione degli eventi fededegna. Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella scompagine che ho in testa. Ogni giorno le cerco nei dizionari, nei libri antichi, nelle traduzioni, e ne faccio dispensa” (p. 24).

Dove sta l’ambiguità cui abbiamo fatto cenno? Certo, il ricorso alla parola assoluta come conseguenza della malattia, argine al naufragio, appiglio di oggettività in un universo che traballa, sarebbe una difesa non solo legittima, ma anche nobile, perfino commovente. Tuttavia potrebbe venire il sospetto che proprio il narcisismo, l’autocompiacimento, trovino nel rapporto ossessivo col linguaggio (che ne Lo sbilico affiora in diversi modi, dall’utilizzo – a volte un po’ forzoso – di termini desueti o rari, a un certo gusto per la presentazione di sé come genio autodidatta) un terreno assai fertile, col rischio di un incrudimento del problema stesso.

Ci spieghiamo meglio, distaccandoci – per pudore, e per una troppo superficiale conoscenza del caso specifico – dall’aspetto medico, e concentrandoci su Alice Pierantozzi narratore.

Pierantozzi, autore senza dubbio di notevole bravura, dà la sensazione di appartenere a quella categoria di scrittori che ambisce, attraverso la parola, a fagocitare la realtà: a conoscerla il più profondamente possibile, chissà se nella speranza di amministrarla o di neutralizzarla. Ma la realtà resiste alle interpretazioni, non è replicabile né riassumibile attraverso la parola, per quanto usata con perizia; e così, lanciati in questa impresa impossibile, autori anche talentosi sono destinati come minimo allo scorno. Come minimo, perché leggendo Lo sbilico si può essere presi da un dubbio, che se fondato porterebbe a un clamoroso ribaltamento di causa ed effetto. Potrebbe cioè darsi che l’ostinata ricerca di senso attraverso la parola produca, a un certo punto, un corto circuito, come se la vita non solo fosse impermeabile alle definizioni ma, in alcuni casi, più severamente colpisse chi con maggiore ostinazione ha ricercato in essa ciò che essa non porta in sé.

Viene alla mente una luminosa pagina di prosa di Cesare Viviani, contenuta in Non date le parole ai porci (il melangolo, 2014), che qui riportiamo parzialmente: “Quando si scopre che tutto il lavoro umano, materiale e intellettuale, tutte le costruzioni di ogni genere altro non sono che un tentativo illusorio di dare un senso alla vita; quando si scopre che tutto ciò che distingue l’uomo dall’animale (ovvero il più di valori rispetto al comune mantenimento della specie) è l’illusione di senso, ovvero le tante risposte di senso messe in atto per coprire l’insensatezza del vivere, ma tutte le elaborazioni umane, dalle più semplici alle più sofisticate, non ce la fanno a nascondere l’agghiacciante scoperta dell’insensatezza; allora si può ipotizzare che ci siano individui che per questo trauma si bloccano, non vogliono più procedere, camminare, si paralizzano, come avviene nel morbo di Parkinson, così come ce ne siano altri che abbandonano i collegamenti tra parola e cosa, le regole della lingua, la fiducia nei significati come avviene nelle cosiddette demenze” (p. 53, corsivo nel testo).

Chissà, dunque, se Lo sbilico sia da leggere – tenendo fede alla nota di Alcide Pierantozzi – come il “diario di bordo” di un malato psichiatrico, o come quello di uno scrittore che ha riposto una fiducia eccessiva nella parola; e, forse, nella vita.

Claudio Bagnasco