Il primo contatto con un libro, come sempre, è la copertina. Potrà sembrare banale, ma per me è importante che sia accattivante e coerente con il contenuto. In questo caso, titolo, tema e quarta di copertina mi sembravano in contrasto con l’immagine scelta, come se promettessero qualcosa di diverso. Oggi, dopo averlo letto, posso dire che la mia perplessità era infondata.
Completando il viaggio che la lettura mi ha offerto, mi sono ritrovata arricchita. Parole che, seppur dolorose e strazianti, mi hanno attraversata donandomi luce e apertura. Come in un caleidoscopio, si sono scomposte e ricomposte in molteplici riflessi, restituendo profondità e colore — proprio come, in fondo, fa la copertina stessa.
Il protagonista, voce narrante, ci conduce in un soggiorno di lavoro a Venezia, dove si trova ad affrontare la recente morte del padre e i sentimenti fino ad allora rimossi. Il tutto si svolge in una città grigia e ovattata, immersa nella nebbia, che a tratti accoglie e a tratti respinge.
L’ospitalità ricevuta, in un edificio storico ricco d’arte e capolavori pittorici, contrasta con la semplicità della vita quotidiana: un caffè condiviso con altri ospiti, gli oggetti carichi di memoria — come una borsa di cuoio — e le lezioni di yoga che scandiscono i giorni. Questo intreccio di presente e passato diventa il filo conduttore dell’intero racconto.
Le descrizioni delle opere d’arte, arricchite dallo sguardo dell’autore, anche critico d’arte, sono talmente suggestive da spingere il lettore — come è accaduto a me — a cercare informazioni, a “googlare”, per comprenderne meglio i significati e le emozioni riflesse nel protagonista.
La famiglia, in particolare la figura del padre, è il fulcro attorno al quale si sviluppa la narrazione. La sua morte genera riflessioni profonde e fa riemergere ricordi dolorosi, come la decisione dei genitori di vivere la malattia in solitudine, in una sorta di bolla fatta di silenzio e riservatezza. Una scelta estrema, che culmina con la dispersione delle ceneri in un luogo comune e non identificabile. Nessuna traccia fisica resta del singolo, se non nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Queste scelte esistenziali vengono analizzate con delicatezza e arricchite da continui spunti di riflessione, attraverso citazioni di filosofi e psicoanalisti — primo fra tutti Freud — che illuminano la lettura e invitano a porsi domande. Temi da esplorare, perché legati alla nostra capacità di affrontare il dolore, accettarlo o fuggirlo.
La prima parte del romanzo, lenta e quasi immobile tra le stanze del palazzo, cede il passo a un movimento esterno: una passeggiata solitaria tra le calli veneziane, ovattate e sospese, fino all’imbarco su un traghetto che attraversa la laguna. Non è la rotta dei turisti, ma quella più intima, verso l’isola di San Michele.
Qui inizia un percorso tra i cimiteri a cielo aperto, ciascuno dedicato a una fede diversa, dove i defunti vengono accolti secondo rituali religiosi specifici: piccole fotografie, statue marmoree, simboli. Il lutto viene definito come un fenomeno prelinguistico, qualcosa di primordiale, vissuto e interpretato da ognuno secondo il proprio credo, per poter essere tollerato — o almeno compreso — nei secoli.
Questo viaggio, personale e universale al tempo stesso, è inevitabile. Ognuno lo affronta a suo modo, con sofferenze proporzionate al proprio vissuto, talvolta esibite, talvolta silenziose. E talvolta rese più sopportabili attraverso oggetti, gesti, rituali.
Infine, un momento di sollievo: l’irruzione della vita che resta, in cui siamo immersi ogni giorno. I piaceri, anche se effimeri, compongono la nostra quotidianità. Ed è qui che scelgo di lasciarvi.
Sono lieta di aver letto, vissuto, sottolineato e fatto mio questo libro. Non lo abbandonerò facilmente. Credo abbia ancora molto da dirmi. Mi ha ricordato che la bellezza — nell’arte, nella parola, nello sguardo — è sempre un soccorso per noi mortali.
Chi cerca di cancellarla, forse, ha solo paura che la nebbia cali sulla propria vita senza che essa sia mai stata toccata — né illuminata.
Paola Torretta

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