E se nessuno ti parla, allora ti tocca pensare. E io non facevo altro, allora. Pensavo tanto che mi faceva male la gola, perché è lì che si fermano le tristezze. La grammatica di Dio. Storie di solitudine e allegria Stefano Benni
Da quando sto invecchiando, da quando sono diventata un essere umano anagraficamente adulto, intendo, non sopporto più i coccodrilli e le citazioni.
E quella cosa odiosa dei post sui social che ritraggono il defunto con il proprietario dell’account e che, ovviamente, riporta uno storytelling, una didascalia, di quanto e come quel de cuius abbia inciso in modo stratosferico, con quell’unico incontro ravvicinato testimoniato da diapositiva, sulla vita social e non.
Insegna agli angeli.
RIP.
Qui non farò nulla di tutto ciò, non ho foto, o forse una, ma io se vengo male nella foto, o comunque non più figa dell’altro, non la pubblico neppure se accanto ho Jude Law.
Quindi no.
Però parleremo di libri. Di due.
E non sarà un saluto, un addio, un commiato.
Perché la scrittura è eterna. E lo sono le risate, i ricordi delle stesse, gli istinti che ritornano, le emozioni, l’arte.
E la fame.
Il primo è La Compagnia dei Celestini, uscito nel 1992.
Avevo 10 anni, in edicola da Beppe c’era il Cioè col lucidalabbra gusto mango e nel mio paese tre parrucchiere e neppure una libreria.
A Soverato dovevo andare, per vederne una.
Ben 16 chilometri separavano me e il mio rifugio atomico.
Eppure.
Le parole come spada e come scudo: questo avevo iniziato a capire.
“Poiché una piccola debolezza di quel paese era l’ossequio ai potenti, fossero essi collaudati benefattori statali o grandi famiglie mafiose. E dopo ogni cratere di bomba e spasmo di indignazione si scatenava l’asta per i diritti cinematografici, dopo ogni grido di orrore la corsa per intervistare lo scannatore, e dopo l’abbraccio ai parenti il pensiero più o meno espresso che la vittima se l’era un po’ cercata. E si correva a lavorare per il noto chiacchierato, per il riciclatore, per l’implicato, per l’amico di, e per il mafioso sì, ma tanto popolare”.
Un’oscura e crudele profezia che appare sui muri, scritta da una mano invisibile, incombe sulla ricca e corrotta terra di Gladonia. Anno 1990 e rotti: Memorino, Lucifero a Alì, gli spiriti più ribelli dell’orfanotrofio dei Celestini, fuggono per poter rappresentare Gladonia al Campionato Mondiale di Pallastrada, organizzato dal Grande Bastardo in persona, protettore degli orfani di tutto il mondo. Al loro inseguimento si lanciano Don Biffero, il priore Zopilote dal segreto diabolico, e Don Bracco, il segugio di orfani, nonché il celebre e cinico giornalista Fimicoli con il fedele scudiero-fotografo Rosalino. Nella fuga e nell’inseguimento si incontrano, si perdono e si ritrovano personaggi straordinari, i nove pittori pazzi Pelicorti, la bionda e misteriosa Celeste, i magici gemelli campioni da pallastrada, il re dei famburger Barbablù, il meccanico Finezza, il professor Eraclitus, l’Egoarca Mussolardi, l’uomo più ricco e fetente di Gladonia, e le numerose squadre di pallastrada provenienti da tutto il mondo, leoni africani, sciamani, pivetes e volpette lapponi. Ma dopo l’ultimo scontro tra Celesti e Diavoli la profezia del palazzo sembra prendere forma.
Questo libro mi fa lampeggiare in testa anche una scena del film Santa Maradona, quando Libero de Rienzo spiega ad una avventrice della libreria poco avvezza alla correttezza dei titoli, la differenza tra La Compagnia dei Celestini e La Profezia di Celestino di Redfield (se non avete mai visto Santa Maradona, correte e vi perdonerò).
Il secondo libro che ho scelto senza autorizzazione alcuna è La grammatica di Dio, una raccolta di 25 racconti. Il sottotitolo ci aiuta a comprendere ancora meglio l’impalcatura su cui si installano i racconti racchiusi nell’opera: “storie di solitudine e allegria”. Con La grammatica di Dio, infatti, Stefano Benni intende mostrarci la vita in ogni sua sfaccettatura, misteriosa, divertente, caotica e poi imprevedibilmente ordinata.
Ogni racconto nasce da una trama che è del tutto frutto della fantasia dell’autore, e i protagonisti sono fra i più disparati, non importa che si tratti di persone, animali o cose. Ogni essere, animato o inanimato che sia, nell’opera di Benni acquista personalità, cuore e anima. Così avviene per il protagonista del primo racconto, un cane molto affezionato al suo padrone, o per il frate che ha fatto voto di silenzio ed è finito per innamorarsi di una donna muta.
La vita gioca con noi, prende e dà, ed in nessun caso diventa prevedibile. E questa imprevedibilità, quest’aura di mistero, sono le protagoniste de La grammatica di Dio, insieme ai personaggi che costellano i bellissimi racconti di Benni. Un cane troppo fedele che torna sempre come un boomerang dal padrone che lo vuole abbandonare; un potentissimo manager pronto a tutto pur di riunire i Beatles per un concerto; un terzino fantasioso e romantico su uno spelacchiato campo di periferia; un arrogante e irredimibile uomo d’affari; un frate che sceglie il silenzio per sentirsi più vicino a Dio ma viene vinto dalla bellezza di una muta; una perfida vecchietta divorata dall’invidia e dal livore sono solo alcuni dei protagonisti di questa raccolta di racconti, nella quale Benni mostra il lato più curioso, imprevedibile e misterioso della vita.
Allora ciao Stefano. E perdonami per quei “Sogni trascurati, mai coltivati con cura, mai seguiti con passione. Sogni perduti senza combattere, sogni buttati via”.
Niente foto.
Eccezion fatta per Jude Law.
(Lea sei avvisata).
Natalia Ceravolo
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