“[…] «Questi sono tutti gli uccelli che hai visto fino a ora?» gli aveva chiesto. «No, sono quelli vulnerabili». «Perché?» «Perché sono a rischio estinzione. Per colpa del bracconaggio, o per la perdita degli habitat…» Isabel si era guardata intorno, coprendosi gli occhi con una mano. Aveva allungato lo sguardo verso la distesa rossa di sabbia, fino a raggiungere la pozza dove si stavano abbeverando alcuni impala, e Mario si era accorto dei suoi pensieri lunghi quanto la savana. «No, intendo… ma perché?» aveva chiesto lei. «Esiste qualcosa che non sia vulnerabile?» Lui aveva abbassato la testa. In quel momento la colonna delle X che si susseguivano sotto la voce «vulnerabilità» gli era parsa lunghissima, nonostante avesse appena cominciato a censire.
È nella savana che incontriamo Isabel per la prima volta: ha accompagnato i suoi genitori in viaggio e ora si trova, suo malgrado, confinata nell’accampamento, uno spazio tendato che li protegge dalla natura selvaggia intorno, ma non dal senso di urgenza dei suoi diciassette anni. È il desiderio di libertà quello che la anima e, allo stesso tempo, la costringe a fronteggiare il suo contraltare, la vulnerabilità insita nel tentativo di essere liberi. A quella degli animali, che suo padre Mario è venuto a censire per lavoro, si accosta la vulnerabilità del femminino, che Isabel, ora sulla soglia dell’età adulta, scopre essere un territorio pieno di pericoli.
Tocca a suo padre e a Wangari, amica conosciuta al campo, incinta di un incontro occasionale, mostrare a Isabel le conseguenze che inseguire i propri desideri comporta, metterla in guardia dai rischi che si accompagnano al nascere femmina, nel mondo umano come in quello animale.
Il primo desiderio, allora, è salvarsi.
Questa parola, che ricorre declinata in molteplici accezioni, si ripete come trait d’union in tutti i racconti di questa raccolta, scritta da Milone in forma di Short Story Cycle, un romanzo composito, quindi, o in sequenza. Una scelta che permette a ogni racconto di comunicare con gli altri e aggiungere un tassello al mosaico che forma la storia più vasta, che si dipana nello spazio temporale di una vita intera. Letti in sequenza, tra i singoli racconti si crea una tensione e un senso di continuità che conduce il lettore lungo la traiettoria della vita di Isabel, anche dove la sua presenza è rarefatta, perché sfiorata appena lungo la strada da uno dei protagonisti dei sette racconti – su otto che compongono il ciclo -, nei quali Isabel appare, spesso brevemente come ricordo o proiezione di un desiderio. Isabel e la sua fuga. Isabel e il suo non guardare in faccia nessuno. Isabel e il suo imparare a stare al mondo, il coraggio e quello sforzo di equilibrismo tra volere e potere.
Mario, prospettiva d’ingresso del primo racconto Il custode dei randagi e unico personaggio maschile protagonista della raccolta, si sobbarca l’onere di disvelare la crudezza del mondo alla figlia, che ha compiuto il suo primo atto di ribellione – la fuga notturna dall’accampamento per partecipare a una serata tra ragazzi – e con esso, intuendo la pericolosità che si cela dietro il rincorrere i propri desideri, raccontato a suo padre la prima vera bugia.
Mario sceglie di reagire a questa improvvisa rottura del legame di fiducia tra loro con l’atto d’amore più intimo che un padre possa compiere: mostrarsi a un figlio per come è davvero come persona prima che come genitore, senza nascondere le proprie imperfezioni, un aspetto della propria identità – quella maschile, legata al mondo animalesco, al bisogno di soppraffazione insito nel mascolino – tenuto nascosto a tutti.
Questo tema, quello della pericolosità intrinseca dell’uomo per la donna, e della necessità di questa di trovare una “distanza di sicurezza” dagli aspetti predatori del maschile, è un tema che riecheggia sommessamente in tutta la raccolta, sebbene non rappresenti la sola forma di rischio cui tocca esporsi in nome del diritto di scegliere la propria strada raccontata nel libro.
Quella della distanza di sicurezza è una lezione reiterata da Rosa, la colf di famiglia protagonista del quarto racconto, La donna civetta, che per il proprio, di desiderio, rischia di cadere e trascinare con sé tutta la sua famiglia, e solo grazie alla propria intuizione profonda “[…] Una specie di voce, una specie di istinto che non le veniva dal cervello e nemmeno dalla pancia, ma da qualcosa di più profondo e innervato dentro di lei […]” si salva, insegnando a Isabel a non fare affidamento sugli uomini e soprattutto a non cercare la propria definizione attraverso di essi.
Già dal secondo racconto, Animaletti, capiamo che è l’anelito alla libertà, e all’autodeterminazione, che muovono Isabel, il desiderio di uscire dalle narrazioni che gli altri – la provincia, il costrutto sociale napoletano, gli amici e gli amori – le proiettano addosso, e che la porta a scappare dalla sua città natale, Cremano, a lasciarsi alle spalle futuri già scritti, vite già tratteggiate prima ancora di iniziare
“[…] La madre di Cori alza lo sguardo su di lei e dice: “Sono contenta che te ne sei andata”
[…] “Io non me ne sono andata ” le dice. “Mi sono salvata “.”
Ma Milone è qui per ricordarci che il desiderio di libertà, di riscattare le proprie scelte, non è mai privo di conseguenze. È ammirazione, ma anche invidia e risentimento quello che Isabel si lascia dietro, la macchia del rimpianto nelle vite di chi resta, spesso anelando quello che lei ha avuto il coraggio di rincorrere: è il caso di Sandra, costretta dalla malattia a non potersi allontanare dal paese (Istruzioni per te), è il caso di Cori e di Matilde, intrappolati dalla morsa asfittica del quartiere e dei genitori (Animaletti), ed è il caso di Cecilia, la sorella di Cori, che fugge dalla provincia, dai propri errori e soprattutto dal giogo famigliare e sociale, solo per scoprire che i meccanismi di annichilimento del femminino, per chi non si piega al costrutto sociale, sono gli stessi a Cremano come altrove: Per lei, cui è negato il perdono dei propri cari, l’unico modo per salvarsi non è perdonare, è non nascere. (Sabotaggio).
A caro prezzo si paga il divincolarsi dalla realtà che ci ha generati; per ogni Miglio d’oro, per ogni lingua di terra benedetta, di aranceti e limonaie e palazzi maestosi dalle ricche terrazze, ci sono morte e miseria da accettare: “qualsiasi incontro, prima ancora di diventare un ricordo, addestra all’attraversamento.” Alla perdita, quindi, fa notare Milone attraverso Bianca, la figlia di Isabel.
Incontriamo Bianca a casa dei nonni, a Cremano, scissa tra una tesi da scrivere e un lavoro come “molestatrice di serpenti” alla fiera di paese, dove si occupa di un enorme pitone esposto al pubblico nella sua gabbia, con il quale sente di condividere la condizione di cattività. Questo parallelo è una delle molte immagini di rispecchiamento tra il mondo animale e quello umano che si susseguono nel libro, un sistema di immagini che trae forza dall’evocazione del selvaggio, dalla libertà che rappresenta, in contrapposizione alla prigionia dei costrutti sociali. Nel caso di Bianca, la forzata permanenza a Cremano che la tiene in scacco è la richiesta della famiglia di stare accanto a nonno Mario nei suoi ultimi giorni di vita.
“Sa che quando uscirà da quella stanza sarà una persona diversa soltanto per il fatto che suo nonno le sta rivelando la strada su cui tutti camminiamo nella sua spietata linearità, mostrandole quanto sia istintiva e sfiancante la brama di salvezza.” (Miglio d’oro)
Auryn, che è il nome del serpente, è anche il nome del talismano de La storia infinita, dietro il quale capeggiava la scritta: Fa ciò che vuoi. Un invito che si rivela essere un’ingiunzione, un compito difficile da eseguire, perché impone scelte dalle quali derivano conseguenze imprevedibili.
E proprio rispetto a queste scelte emergono le domande che Bianca sembra rivolgere al proprio collega e a se stessa: Cosa succederebbe davvero se ti levassi dal posto in cui sei, dal ruolo che ti definisce, e provassi a seguire quello che vuoi fare?
Nel respiro trattenuto della casa silenziosa, di fronte al corpo immobile infagottato nel letto, tutte le possibilità restano sospese, anche loro, in attesa di risoluzione.
Una sulla soglia dell’età adulta e l’altro morente, Bianca e Mario si toccano dai due estremi della vita, e la ragazza pensa che non sono mai stati così vicini: “Un’intimità così pulita e totale da assomigliare al desiderio prima ancora che all’amore, visto che nell’amore non si muore del tutto, nel desiderio sì.
Bianco chiude la raccolta focalizzando la narrazione su Isabel. La seguiamo in primo piano, non più mediata dall’occhio altrui, giunta alla soglia della vecchiaia della sua vita di sopravvissuta. Ce l’ha fatta, questa ragazza testarda e fiera, è stata fedele alle proprie scelte e integra nel proprio valore, si è levata al luogo, alle norme sociali e alla realtà che l’hanno generata e si è azzardata a fare proprio quello: fà ciò che vuoi.
L’autrice non ci dice quasi nulla della vita che Isabel ha avuto, ne intravvediamo qualche scorcio, ma non è “cosa si ottiene rincorrendo i propri desideri?”, la domanda alla quale Milone cerca una risposta. Di quello che è stata la parabola della vita di Isabel, vediamo solo il tratto finale, e ora la troviamo alle porte della pensione, ne incontriamo di nuovo il coraggio, le scelte lontane dal dualismo giusto/sbagliato. Ce lo aveva già anticipato Cecilia in Sabotaggio: “[…] Sapeva che ciò che è giusto non sempre corrisponde alla felicità. La felicità deve essere qualcosa di meschino ed egoista, avrebbe aggiunto, che riesce a imporsi solo a discapito di qualcun altro.”
La dialettica tra desiderio di libertà e vulnerabilità ha trovato una sintesi, fedele alla lezione più importante, la considerazione di: “quanto deve essere egoista un’intera esistenza, da riuscire sempre e comunque a trovare le branchie da cui respirare”.
I desideri sono una forma di sopravvivenza, ci dice Rossella Milone.
La parabola è conclusa, né ai morti, né ai vivi – viene da aggiungere – si deve nulla, se non la libertà di scegliere, di provare a strappare un proprio pezzetto di felicità. Non è in questo, forse, la salvezza?
Anja Widmann
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