Quando hai iniziato a parlarmi di dolcezza invece di correrci incontro abbiamo continuato a darci le spalle. E la dolcezza che dovrebbe essere un sentimento che unisce ha creato incomprensione. Una delle tante. Mi chiedevo perché, come fosse possibile. In fondo sapevo che era quell’idea di dolcezza che avevi, una specie di nostalgia per come ero, “prima eri così dolce con me”. Prima dei figli, della famiglia e del tempo. Nostalgia dell’inerzia. Sapevo che era una specie di rimprovero, una incapacità di stare al passo con il tempo e le trasformazioni che inevitabilmente porta. Ma anche un’idea sbagliata di quello che è la femminilità e di quello che un uomo si aspetta da una donna. Una aspettativa performativa. Sara Torres lo spiega molto bene in questo suo saggio, El Pensamiento erótico* (2026). Lega la dolcezza alle sue radici patriarcali in una società eterosessuale che ha fatto della eterosessualità il codice e la norma, l’unica sceneggiatura possibile. Talmente a fondo da essere la regista occulta delle nostre fantasie più strutturali.
C’è una storia molto crudele dei fratelli Grimm The willful child (Il bambino ostinato, ndr). Ancora più crudele perché la protagonista è una bambina disobbediente. Potrebbe essere gotica, ostinata ed irriducibile come il cuore del marito che Mary Shelly conservò fino alla morte, avvolto in un foglio di carta di cassetto in cassetto, come Brönte, Emily, quando immagina il fantasma di Catherine… È la storia di una bambina piena di vitalità, energia e tenerezza che viene punita dal destino e dal dio maggiore per questo suo eccesso. La bambina muore ma quando la stanno per seppellire, nonostante la morte, al di là della morte, alza un braccio in un estremo gesto di disobbedienza. Così non riescono a seppellirla e la madre (altra violenza del patriarcato obbligare le madri a farsi strumento dei valori di quella società, mutilare se stesse e le proprie figlie, ma questa è un’altra storia) le colpisce il braccio con una verga o zappa per permettere la sepoltura. È una storia terribile. Di una violenza inaudita. La racconta Torres che costruisce attorno a quel gesto assassino, a quella favola che seppellisce l’infanzia, una storia struggente di eros e dolcezza.
Mi stavi dicendo che avevo fatto cattivo uso della mia dolcezza, l’avevo sprecata, perduta. Per te era un tradimento (a ciò che ti aspettavi da me) per me era solo una fuga. È che non eravamo d’accordo su cosa fosse la dolcezza. Tu avevi ragione nella tua fortezza inespugnabile, io avevo torto nel cammino della vita che è sempre sbagliato. Per te la dolcezza era una specie di debito, io avrei dovuto restare l’angelo del focolaio, l’amante rassicurante del tempo di prima. Ti pregavo di cercare uno spazio di piacere e tenerezza fuori dei binari prestabiliti. Tu volevi la versione precedente di me stessa. Io volevo che capissi la mia nuova versione di me.
È possibile che solo una storia, solo una identità possano assicurarci la felicità? È quello che si chiede Torres, ed è quello che dovremmo chiederci tutti noi.
Lei ci invita alla dolcezza come fuga, una esistenza in fuga dalla normalità e dalle sue fantasie anch’esse normali. Una lengua deseante en fuga. Contro l’inerzia della fantasia eterosessuale. Contro quel linguaggio che rallenta la fuga. Per ampliare non solo il repertorio delle esperienza vivibili ma anche il desiderio stesso di vivere.
Il saggio di Torres potrebbe fare a meno di tutto quel repertorio linguistico legato ai gender studies e alla teoria queer, che spesso suona anche male nella lingua in cui si traducono quei termini. Di tutto quell’incessante susseguirsi di cis, etero, bianco, coloniale ecc. Il suo messaggio sarebbe ugualmente valido e potente. Perché non bisogna fuggire da uno schema totalitario (la cultura eterosessuale) per finirne in un altro (con il suo linguaggio purtroppo già codificato) ma restare in fuga.
Il cuore del saggio è un compasso, una fuga, quel ritmo basato sul contrappunto, tante voci che si rincorrono. Non è l’unisono né una melodia accompagnata. Non una fuga da qualcosa ma una fuga in avanti.
Se Anne Carson, maestra di eros e dolcemaro, ci ha raccontato il desiderio come una mancanza che deve restare tale per non tradire se stessa (se possiedi finalmente ciò che desideri smetti di desiderare) Sara Torres connota positivamente questa mancanza. Il desiderio diventa una presenza appassionata, una intensificazione positiva. Una capacità invece di una carenza. Capacità di movimento, creatività. Una maggiore sensibilità rispetto all’ingiustizia (in questa epoca, aggiungo, di grandi ingiustizie), rispetto al malessere. Una forma di resistenza. Un luogo abitabile. Un fine in sé che non è più al servizio di un progetto scritto da altri. Il cammino opposto alla retorica, all’affettazione, a quella finta oggettività, e razionalità, al controllo e all’angustia che ne deriva.
Tu volevi che la mia forza affettiva ritornasse nei binari, volevi canalizzarla nella coppia secondo il solito rito. Mi mettevi in bocca un sedativo. Già sapevi come sarebbe finito il racconto e avevi cancellato con forza e decisione l’inizio. Io invece assumevo tutti i rischi. Cercavo invano di farti commuovere di fronte al presente, alla forza dirompente della realtà e dei suoi occhi attenti ad ogni sussulto e pieni, traboccanti di amore, mentre tu la congelavi con distacco attraverso immagini prestabilite e immodificabili. La mia storia non aveva conclusione.
La dolcezza, cos’è allora? Un primo contatto, vissuto in modo corporeo, una fonte di energia a cui torniamo attraverso il ricordo quando ci manca. Niente a che vedere con corsi di meditazione, lifestyle e ricerca del benessere psicofisico (il mercato del benessere). Un fulgore, una reminiscenza. La dolcezza è quella categoria omessa nell’ordine simbolico patriarcale anche, omessa dal discorso politico. È una cosa di cui vergognarsi, di cattivo gusto, stigmatizzata. Perché nel mondo capitalista manca il tempo della dolcezza. E allora la sua resistenza, nonostante la censura e le infinite ridicolizzazioni (sei infantile, capricciosa, ecc.), ha qualcosa di animale e prodigioso. Un potenziale politico.
Anche la scrittura di Torres come composizione si trasforma, allontanandosi da categorie, abitando quello che c’è tra ragione e passione, corpo e mente, materia e spirito; agli angoli della normalità (dove ci sono i boschi che fanno ancora paura). La dolcezza (che sta al centro dell’erotismo di cui ci sta parlando Torres) si fa lirica e la pagina lirica uno spazio di resistenza politica; le pareti del saggio si aprono ai momenti di intimità e al mistero delle amanti; la biografia e la storia di una bambina che le domeniche d’inverno guardava interrogativa documentari sulla natura si converte nella forza del pensiero filosofico, in disciplina; le parole di Saffo, Carson, Monique Wittig, Audre Lorde, Anne Dufourmantelle (la psicologa morta nel 2017 per salvare dei bambini che stavano annegando), si rincorrono, si confermano, in un atto di creazione in cui l’arciera tende di nuovo l’arco. Lo diceva già Sontag: l’eros è una nuova forma di interpretare ed organizzare quella che chiamiamo realtà. Non c’è bisogno di interpretare l’opera d’arte, di alzare il velo, ma basta lasciarci abbagliare dall’esperienza presente (interpretare di meno e sentire di più).
Silvia Acierno
* Il saggio El Pensamiento erótico verrà tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Fandango nel 2027. In italiano è possibile leggere il romanzo Tutto quello che c’è, sempre pubblicato da Fandango.
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