Quando a marzo 2025 è uscita la lista degli 81 titoli candidati al Premio Strega, su exlibris20 abbiamo deciso di leggerli tutti. O quantomeno provarci. Un esperimento collettivo, che ha coinvolto redazione, collaboratori e lettrici e lettori abituali. Il risultato non è solo una raccolta di recensioni: è un tentativo di capire che cosa sta raccontando oggi la letteratura italiana. E, forse, che cosa sta diventando.

Una narrativa abitata dal dolore

I romanzi del 2025 sono abitati da traumi, lutti, memorie ingombranti. Le storie raccontano bambini sotto le bombe (Il cielo sopra Gaza non ha colori di Morena Pedriali Errani), ragazze violate nel Settecento (La dolciera siciliana di Annamaria Zizza), famiglie disgregate dalla Storia (Patrilineare di Enrico Fink), territori svenduti al turismo selvaggio (Bestie in fuga di Daniele Kong), amori malati o perduti (Istella mea di Ciriaco Offeddu). L’Italia contemporanea – e spesso quella del passato prossimo – si rifrange in queste storie come in frammenti di specchio.

Non si tratta più di costruire una “bella storia”. Molti dei romanzi sembrano scritti per urgenza: di ricordare, di riparare, di nominare ciò che brucia. Il romanzo si fa dispositivo memoriale, più che narrativo. Anche le forme si ibridano: memoir, saggio, romanzo storico, autofiction, inchiesta, racconto orale, grafico. Alcuni testi si costruiscono per accumulo, altri per sottrazione, altri ancora per balbettii. La molteplicità formale, però, non sempre si accompagna a un respiro largo. In molti casi, il romanzo si chiude sul suo stesso io.

Autofiction: ferita e filtro

L’autofiction è una delle modalità più diffuse nella narrativa italiana contemporanea. Una postura che nasce da una necessità: dare forma a un vissuto, nominare un dolore, attraversare un trauma. Non si scrive più per inventare: si scrive per testimoniare. Questo, nel bene e nel male, è un segno dei tempi.

Eppure, non tutto ciò che è personale è automaticamente interessante. Come ha scritto Byung-Chul Han in La società della stanchezza, l’epoca contemporanea è segnata da un eccesso di esposizione di sé, dove l’io viene continuamente mobilitato, raccontato, monetizzato. “Auto-realizzazione e auto-distruzione troppo spesso coincidono”, scrive Han. Anche nella letteratura, la continua tensione a raccontarsi può diventare un gesto chiuso, autoreferenziale, “uno sguardo dalla serratura”.

Ma quando l’autofiction riesce a compiere un salto, allora accade qualcosa di raro: il particolare si fa universale. È quello che succede nei romanzi più riusciti proposti per lo Strega 2025, dove la dimensione personale non è fine a sé stessa, ma si apre a una forma, a una lingua, a una visione.

In Purgatorio di Ilaria Palomba, la depressione si fa struttura del testo, viaggio infernale che ricalca e reinventa la Commedia. Chiudo la porta e urlo di Paolo Nori è costruito come un flusso continuo che rifiuta la sintassi tradizionale, per restituire il ritmo spezzato della coscienza. L’anniversario di Andrea Bajani è l’elegia di un lutto mai detto, dove la sottrazione è tutto, e il vuoto è pieno di significato. In questi casi, l’io non è un recinto, ma un filtro: e attraverso questo filtro passa il mondo.

Claudia Durastanti, in un articolo uscito su Lucy sulla cultura, ha parlato di una “iperpoliticizzazione senza politica” del romanzo europeo: la consapevolezza c’è, ma non genera trasformazione. Forse è vero anche per molta letteratura italiana di oggi. Ma quando l’autofiction si fa lingua, quando inventa una forma per dire il dolore, allora si apre un varco. E è in quel varco che può ancora accadere la letteratura.

La lingua: un corpo in trasformazione

Accanto ai temi e alle posture, ciò che più colpisce è il lavoro sulla lingua. Non si scrive più in una lingua neutra, borghese, invisibile. La lingua nei romanzi migliori è corpo, vibrazione, materia. Sporca o rarefatta, spezzata o lirica. Nei libri di Nori, Palomba, Ruol, Rasy, ogni frase è una scelta di tono, ritmo, intensità.

Ma la lingua italiana è anche un territorio in crisi. Pochi scrittori oggi sembrano capaci di inventare una lingua nuova. In molti casi, ci si rifugia nella semplicità, in un lessico minimale, in una sintassi piana. È una scrittura che a volte sembra avere paura della sua stessa forza. Non è un caso che alcuni autori tornino al dialetto (come in Aqua e tera) o si rifugino nella lingua poetica (come in Perduto è questo mare), quasi a cercare un altrove linguistico. La nostra lingua narrativa contemporanea è viva, ma affaticata. Servirebbe, forse, più rischio anche sul piano stilistico.

Conclusione: cosa resta, cosa manca

Guardando ai romanzi dello Strega 2025, si ha l’impressione di una letteratura viva, ma stanca. Ferita, ma resistente. Come ha scritto Claudia Durastanti, il romanzo europeo (e italiano) ha perso parte della sua capacità trasformativa. Rimane la testimonianza, ma non sempre la visione.

Eppure, proprio nella stanchezza, nella frattura, nella lingua che inciampa, ci sono ancora tracce di verità. La letteratura oggi serve a non dimenticare. A dire che c’eravamo. A dare parola a chi non ce l’ha. Anche quando balbetta, anche quando scrive di sé, anche quando non sa dove andare. Scrivere oggi è, ancora, un atto necessario.

Lea Iandiorio