L’interruzione volontaria di gravidanza è da sempre un tema molto discusso, un tema su cui si sono fondate battaglie ideologiche, campagne elettorali.
Come se l’utero di ogni singola donna divenisse di patrimonio condiviso, un luogo di gestazione per obiettori e abortisti, una camera embrionale nella quale quella che dovrebbe essere una scelta dolorosamente personale diviene scelta politica collettiva, sulla quale soprattutto gli uomini si sentono di esercitare il diritto di scelta. Che in ultima analisi spetterebbe solo alla donna.
Simona De Ciero, abile firma de Il Corriere della Sera, scrive per la Corte Editore un libro, che oltre a un’analisi accurata della situazione socio-politica odierna a livello internazionale, raccoglie tante storie, testimonianze di donne, stralci di vissuti femminili che sono il substrato reale su cui basare la riflessione sul diritto alla libertà dell’autodeterminazione.
Ci sono le storie di Kingsley del South Dakota, le italiane Stefania e Francesca, Mia che viene dalla Cina, storie di donne che ad ogni latitudine si sono imbattute in gravidanze non volute o a lungo desiderate, ma sulle quali il diritto di scelta è sempre stato demandato a entità esterne al proprio volere.
Al proprio corpo.
Abbiamo sentito De Ciero che ha saputo dirci da dove sia nata l’urgenza di questo libro, quali riflessioni abbia determinato poi.
Qual è stata la scintilla d’innesco di questo volume? E, perché il diritto all’aborto è ancora un tabù?
Ho scritto il mio libro mossa da un impeto di rabbia e dal bisogno di approfondire, dopo la sentenza americana Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization. Quella decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel 2022 ha ribaltato Roe v. Wade, eliminando il diritto costituzionale federale all’aborto, mi ha colpita profondamente, e sentivo il bisogno di reagire, di trasformare quella rabbia in parole. E in conoscenza.
Perché l’aborto non è un tema solo femminile e non è un tema univoco (riferimento a quei paesi in cui l’aborto smette di essere l’esercizio di un diritto di scelta – vedi Ungheria, Polonia e sempre più gli USA – e diventa invece uno strumento imposto dall’alto per un controllo della natalità e una selezione di genere)?
Anche se l’esperienza concreta della gravidanza è biologicamente femminile, le decisioni e le politiche sull’aborto riguardano diritti, libertà e giustizia sociale, quindi toccano l’intera collettività. Le norme che regolano l’interruzione volontaria di gravidanza incidono sulla parità di genere, sul ruolo della famiglia, sulla responsabilità maschile e sul rapporto tra individuo e Stato. Le scelte sull’aborto riflettono valori culturali, morali e religiosi condivisi (o imposti) nella società: non si tratta quindi solo di una questione privata o “di donne”.
Coinvolge anche gli uomini e le istituzioni. Gli uomini, come partner o cittadini, partecipano alla costruzione del contesto sociale in cui le donne compiono le loro scelte riproduttive. Le leggi sull’aborto sono create e applicate da istituzioni — spesso guidate da uomini — che decidono in che misura riconoscere o limitare il diritto all’autodeterminazione femminile. Quindi, il tema non è mai “solo” femminile: è un tema di potere, responsabilità e libertà condivisa. L’aborto può assumere significati molto diversi a seconda del contesto politico, culturale ed economico in cui si colloca. Nei paesi dove è riconosciuto e garantito (es. in molti Stati europei), l’aborto rappresenta, o meglio dovrebbe rappresentare: un diritto individuale e un atto di autodeterminazione; uno strumento di tutela della salute fisica e mentale della donna; una componente delle politiche di uguaglianza di genere. In altri contesti, invece, l’aborto è usato come strumento politico o demografico, perdendo il suo carattere di libera scelta.
In Cina (soprattutto durante la politica del figlio unico) o in alcune regioni dell’India, è stato imposto o incentivato per controllare la natalità o selezionare il sesso dei nascituri (aborto selettivo femminile). In Ungheria, Polonia e sempre più negli Stati Uniti, l’aborto viene invece limitato o negato, non per promuovere la vita in sé, ma per riaffermare un modello ideologico e politico di società (nazionalista, conservatore, religioso), in cui il corpo femminile torna a essere uno strumento del potere statale. In entrambi i casi — sia che venga imposto sia che venga vietato — l’aborto smette di essere una scelta libera e diventa un mezzo di controllo sul corpo e sulla vita delle donne.
Il tuo libro sembra un coro greco dal quale man mano si alza a turno una voce che racconta la sua storia: come hai fatto a entrare effettivamente in contatto con le persone che hanno con coraggio raccontato la loro esperienza?
Sono entrata in contatto con le mie testimoni e i miei testimoni attraverso più canali. In primis, ho attinto a reti già esistenti (associazioni per i diritti delle donne, consultori, gruppi femministi, operatori sanitari), che mi hanno segnalato persone che volevano raccontare la propria storia. Poi, però, quando il raggio di azione si è allargato e si è sparsa la voce che stessi scrivendo il mio libro, sono state direttamente le persone a cercami per voler, attraverso la loro storia – molte complesse ed estremamente dure – aiutare altre donne e uomini, a emanciparsi. Le “mie” storie sono state presentate con nomi di fantasia o in forma protetta, per rispetto della privacy e della sensibilità del tema. Per proteggere le fonti più fragili e a rischio.
Che impatto emotivo ha avuto su di te entrare in contatto con queste persone e con il loro carico di emozioni?
Entrare in contatto con persone che hanno vissuto esperienze delicate significa ascoltare storie piene di paura, dolore, coraggio e resilienza. Per questo, ho provato un forte senso di empatia con ciascuno e ciascuna di loro. Perché ogni storia è un frammento di vita che merita rispetto e attenzione. Raccontare esperienze così personali comporta la consapevolezza di avere una grande responsabilità: riportare la voce delle persone senza tradirne le emozioni, proteggendo la loro privacy e sensibilità. Questo per me ha significato una forte tensione emotiva, tra desiderio di rendere giustizia alle storie e il bisogno di farlo in maniera corretta. Confrontarmi con la complessità delle scelte individuali, il coraggio, il senso di solitudine e le sfide sociali delle protagoniste e dei protagonisti, poi, mi ha fatta crescere molto, sia emotivamente sia sotto il profilo intellettuale. Allo stesso tempo, poi, ascoltare e raccogliere storie così intense è stato anche estremamente faticoso: il carico di emozioni – tra trauma, gioia, solitudine e forza – ha pesato molto, e in parte pesa ancora, sul mio cuore e sulla mia mente.
Cosa spinge una giornalista a diventare una giornalista ma anche a impegnare una consistente quantità di energie per scrivere un libro come questo?
Ogni giornalista ha la responsabilità di portare alla luce realtà che spesso vengono ignorate o banalizzate dai media tradizionali. Nel caso de Il diritto di scegliere, poi, il tema dell’aborto in Italia e nel mondo è ancora stigmatizzato, con disinformazione e pregiudizi. E scriverne ha significato dare voce diretta alle protagoniste, superando i limiti della semplice cronaca giornalistica. Il libro, poi, nasce dall’idea che la difesa della libertà di scelta sia un diritto fondamentale a rischio. E scrivere il libro mi ha permesso di documentare, contestualizzare e sensibilizzare: non solo raccontare singole storie, ma inserire dati, normative e riflessioni culturali. In questo senso, io credo, un giornalista assume anche il ruolo di difensore dei diritti, usando il proprio lavoro come strumento di cambiamento sociale. Infine, mi piacerebbe davvero che questo libro diventasse uno strumento per tutte le donne che sono nelle condizioni di dover scegliere … “Non sentitevi sole – vorrei dire a ciascuna di loro -. Sono milioni le persone che si sono ritrovate nella vostra stessa condizione. Sentitevi semplicemente libere di scegliere, qualsiasi sia la vostra decisione. Nessuno dovrebbe prenderla al posto vostro”.
Intervista a cura di Angela Vecchione
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