I personaggi di Spazzatura si riflettono nella sintassi, ed è stata la prima cosa che mi ha colpito. Tre donne segnate dal confine, dalla famiglia, dai margini, dall’oblio. Tre donne che sono collegate più di quanto si veda e che riescono a trasmettere i loro mondi attraverso il modo in cui parlano.

Un linguaggio attraversato dall’inglese, uno spanglish imposto dai legami, un confine dove spuntano tutti gli effetti della disuguaglianza e dell’abbandono. Due delle protagoniste subiscono una violenza esplicita, l’altra le analizza in quel contesto. Ma in tutte e tre le storie ci sono le stesse domande: cosa scarta la società? Perché? Come si fa a vivere in mezzo alla spazzatura (figurata o reale)?

Prima conosciamo Alicia. È una bambina violentata fin dal primo minuto della sua vita. Vive con una donna in una casetta umile ma ben tenuta. Subisce violenze che non sa nemmeno spiegare. Il suo modo di parlare è diretto, lei è una persona senza giri di parole, senza sentimentalismi. E nella scrittura di Sylvia Aguilar Zéleny questo si riflette nella lunghezza delle frasi quando tocca ad Alicia parlare: sono cortissime. Dice una frase che è la chiave di lettura non solo del suo personaggio, ma di tutto il romanzo: “già da allora campavo con gli scarti degli altri. Io stessa ero uno scarto di qualcuno.”

La seconda che conosciamo è Griselda. È una professionista cresciuta tra professionisti, quindi il suo linguaggio è corretto persino nella punteggiatura. Collabora con colleghi degli Stati Uniti, il che porta più inglese nel suo discorso: non solo parole isolate o cliché, ma frasi intere. Griselda è segnata dall’oblio e dall’identità in un altro modo: è testimone del deterioramento cognitivo di sua zia e del degrado sociale delle persone che intervista per lavoro.

La nostra terza protagonista è Reina. Reina è uno spettacolo. Reina è una show-woman. Non lascia parlare gli altri, ascolta poco. È sempre autoreferenziale. Si fa domande e si risponde da sola. È curioso: parla sempre con qualcuno, ma in realtà il suo interlocutore è lei stessa. Incorpora le parole degli altri, ma sempre circondate dalle sue; non usa mai una citazione diretta. Nei suoi capitoli, il testo è un blocco enorme senza respiri, perché Reina non sa cosa sia una pausa.

Il potere sta in quella discarica come la spazzatura più vecchia, lo strato più profondo. Un potere che prende più di quanto dà, che estorce, che distrugge, che

abusa. Non importa il ceto sociale o il livello economico: c’è sempre qualcosa che ti tiene per le gambe mentre anneghi. Queste donne lo sanno bene, e sanno anche che potere e silenzio sono la stessa cosa; che i segreti a volte non sono destinati a essere scoperti. È un grande pregio che l’autrice non dia tutto masticato al lettore, ma lo spinga a tessere le relazioni che stanno sotto.

È un libro difficile da tradurre per la quantità di espressioni idiomatiche che ha, per quanto sia colloquiale la prosa, perché il punto di forza è quella sintassi pensata su misura per ciascuna. Ma la traduttrice, Serena Bianchi, fa un lavoro eccellente. Niente si perde di queste donne e del modo originale con cui Aguilar Zéleny le racconta.

Spazzatura è un libro che mostra tre modi di affrontare il mondo: accettare; mettersi in discussione; essere forti, ma mostrarsi vulnerabili. Il risultato delle infinite combinazioni è il prodotto delle circostanze che le protagoniste hanno attraversato per sopravvivere a un limbo dalle regole ambigue, perché “avanziamo in una città che per crescere alla svelta è cresciuta come ha potuto.”

Quella discarica in cui convergono le storie è, come dice Sylvia Aguilar Zéleny in un’intervista, “una versione in miniatura del mondo contemporaneo”. E perdersi la sua maestria nel descriverla significherebbe perdersi uno dei libri migliori che leggerete quest’anno.

Agustina Colaprete

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