“Sotto tutto questo sporco il pavimento è davvero pulitissimo”: con questo esergo di Lydia Davis si apre Stellario, raccolta di diciassette racconti, edita da Revolver e scritta da Alessandra Minervini, autrice, editor e docente di scrittura. Rileggendo questo esergo le lettrici e i lettori ricevono una specie di avvertimento o un mappa, attraversare i racconti senza fermarsi ai primi dettagli, guardare alla vicenda con gli occhi dei personaggi, pensare alla realtà come a una stratificazione, appunto: sotto lo sporco, c’è una dimensione altra.
Realtà e quotidiano, fatti di cronaca e immaginazione si alternano e si mescolano sin da subito nelle storie di Stellario: Alessandra Minervini riesce a catturare l’attenzione unendo alla trama del racconto, ironia e malinconia, disseminando riferimenti cinematografici e letterari, che hanno la funzione di attualizzare, attivare il meccanismo del reale, quando stiamo per scivolare nello sconvolgente.
Come per una delle sue ispiratrici, Grace Paley, anche per Minervini la complessità del reale si condensa, in trame brevi e in immagini potentissime, che svelano l’attenzione, la cura per l’imperfezione umana. Ecco perché ognuno dei diciassette racconti si legge con la febbre di giungere alla svolta, alla lente di ingrandimento su una vicenda o una personaggia.
È un libro che parla di donne, di ogni età e di ogni generazione: affronta la tematica della maternità, ma non in senso classico ed edulcorato, di violenza, come quella che squarcia i ricordi della protagonista in “Friday I’m in love” in cui i The Cure e un amore tossico consegnano un epilogo nero, di bambine magiche che attraversano il mare come “Dall’altra parte del mare” per tornare o meno, non si capisce, si interpreta e si spera.
Parla di donne che si ribellano agli abusi come in “Femminile Plurale” in una Bari degli anni ’90, ferrosa e marina, sfacciata come le due migliori amiche protagoniste, donne che amano nell’ombra come succede in “Gli allori” e poi Nina, che sparisce il 19 dicembre, nel racconto che prende il suo nome: “Stellario è la parola che mi hai insegnato. Con la mano sinistra intrecciata alla sua destra, mi spiegava che ogni stella corrisponde a una preghiera. Stringi una stella. Esprimi un desiderio. Chiudi gli occhi. Esprimi. Desidera”.
“Per chi sono questi fiori” è un racconto letterario che evoca fantasmi e che parte dal fischio nella testa di Antonia Pozzi, che mescola i ruoli di Italo Svevo e Giuseppe Berto in una triangolazione mai esistita nella realtà ma che è reale e in cui la protagonista cerca di generare, senza riuscirci: “I miei pensieri stasera assomigliano a quest’acqua bambina che corre a passettini d’argento dietro tutte le barche”.
Ogni singolo racconto prende per mano le lettrici e i lettori per mano e li sfida con la sua quotidiana follia, i tasselli e i simboli che fanno da impalcatura narrativa a trovare una verità, come dice il messaggio di “Fish and Chips”: “Buonasera, sono qui perché ho bisogno che qualcuno mi dica la verità”. L’autrice sembra osservare e raccontare sia la verità narrativa che quella della vita, spesso mescolate insieme. Stellario non ha eroine, personagge ( e personaggi) vincenti che appunto possiedono verità e risoluzioni: alcune sono vittime, altre si trasformano in carnefici, alcune soccombono al dolore, altre lo condividono, altre si sentono intrappolate nelle regole sociali: “Per fortuna mi scambiano per pazza e ogni giorno come madre e come moglie me la cavo bene. A mio marito piace, una pazza in casa fa comodo”.
Il rimando alla grande tradizione delle short stories americane è potente, un’eco di sirena che sole le grandi personalità narrative possono sentire e padroneggiare: come nello stile della statunitense Robison, a Minervini bastano due dettagli per calarci in un contesto che fino a qualche rigo prima era sconosciuto. E come per lei sue storie sono abbracciate a tutto ciò che è fragile e decadente. Eppure interessante.
Alcuni passaggi conservano la cura dei lampi di quotidianità che aveva un’altra maestra di racconti, Katherine Mansfield, pervasi di un umorismo agrodolce che fotografa una perdita come in “Il Gran Sasso” o la storia di un incesto, come in “La puzza del lavoro”.
“La scrittura esiste per chi la compie?”: questa frase apre una riflessione enorme sul potere delle storie, su chi le scrive e chi le legge, le sottolinea con una matita spuntata.
L’ultima parte di Stellario, “Una bella fetta di torta” è quella più intima, segue un mood epistolario, scopre nervi, mutazioni e ammette di non avere soluzioni se non la ricerca della verità dei propri occhi, come suggerisce il fantasma di Pollock col suo cicchetto di pesce. E qui Minervini ci ricorda che la letteratura non è affatto salvifica come a volte si dice, in primis per chi la fa, per chi scrive: ma può riconsegnare un senso nuovo, può far succedere cose. E nelle storie spezzate, messe insieme come uno stellario, a volte abbagliante e a volte impolverato e cupo che questo libro succede. E attraversa. Esattamente come la vita.
Antonella De Biasi
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