Ovvero di come Capote sia entrato nella mia scrittura. E non ne sia mai più uscito.
“I tre di Villarbasse, ammanettati e incatenati l’un all’altro come bestie da macello destinate alla mattanza finale ,ombreggiavano ricurvi e rassegnati nella fioca luce delle torce che illuminavano il corridoio diaccio delle Carceri Nuove di Torino quella fredda alba d’estrema unzione.
Era il 4 marzo del 1947, un martedì.
Le febbricitanti prime luci del giorno esitavano a farsi strada in mezzo alla polvere d’umida notte trascorsa insonne che ricopriva come un sottile velo funebre i tetti delle case operaie.
Padre Ruggero, il cappellano della casa circondariale torinese,
somministrò loro la comunione mentre i trentasei “scelbini” del plotone d’esecuzione ricevevano trentasei proiettili di cui diciotto a salve
per non gravarli di «inutili scrupoli di coscienza».”
(Incipit di Domenico Mungo Il suono di Torino – Racconti urbani con colonna sonora punk Miraggi Edizioni, 2018).
Era il 20 Novembre 1945.
Ottant’anni fa.
L’efferata Strage di Villarbasse.
“È la sera del 20 novembre 1945. In casa dell’avvocato Massimo Gianoli, nella campagna torinese, tutto è pronto per la cena. Approfittando del buio misto a nebbia, quattro figure nere penetrano nella vigna, irrompono nell’edificio e da quell’istante… cala la notte su Villarbasse…”.
Io quella storia me la ero studiata tutta all’epoca in cui facevo l’obbiettore a Sandigliano in provincia di Biella. Era la torrida estate del 1997. E quello fu il momento in cui nella mia vita entrò, per interposto avvenimento ed interposto mentore, l’estro narrativo di Truman Capote. Sveglio, sfrontato, esibizionista, omosessuale dichiarato negli oscurantisti anni Cinquanta: Truman Capote (pseudonimo di Truman Streckfus Persons, New Orleans, 1924 – Bel Air, 1984) è stato uno degli autori più importanti della letteratura americana dello scorso secolo e, sebbene sia morto a soli 59 anni, ha lasciato in eredità parecchi capolavori, come A Sangue Freddo e Colazione da Tiffany. Certo, ma non solo quelli. Ha scritto tantissimi racconti, opere teatrali, saggi, reportage, sceneggiature, interviste, romanzi, spesso ricchi di frammenti della sua personalità poliedrica o di esperienze vissute – ricordiamo che è stato un vero e proprio personaggio influente, sempre presente agli eventi mondani della New York del Novecento. Nato a New Orleans, il piccolo Truman ha sempre vissuto una sorta di dualità interna tra una maturità intellettuale arrivata troppo presto e le fattezze ancora infantili, con il suo metro e sessanta d’altezza e la sua vocina prepuberale che lo accompagnerà fino alla tomba. Feste, interviste, party esclusivi, tour con band famosissime, film. Ma anche solitudine, droga, abbandono, autolesionismo, crisi d’identità. Un vero e proprio modello letterario, influente e dannato come una rockstar, prototipo di tutto ciò che all’epoca inturgidiva i miei spasmi imitativi dal punto di vista artistico, umano e mitopoietico. Eppure in quel 1997 lo conoscevo poco, sommariamente. In paziente attesa sugli scaffali della mia libreria che cresceva a vista d’occhio in quella prolifica e febbrile vita mia di metà anni Novanta. Inserito tra gli autori a cui avrei dedicato del tempo dopo essermi sfamato completamente della produzione letteraria di quell’Altra America: da Ernest Hemingway a Raymond Carver; da Gertrude Stein a David Foster Wallace; da T. S. Eliot a Bob Dylan; da Arthur Miller a David Mamet: ovvero il secolo americano raccontato attraverso la sua narrativa, la sua poesia, il suo teatro più destabilizzante, meno consolatorio, contro-bigotto ed antisistemico. Quel Secolo Breve che ci avevano filtrato Cesare Pavese e soprattutto Fernanda Pivano. La Fernanda Pivano che entra in contatto con la beat generation, introdotta da Gregory Corso che aveva conosciuto in Italia. La Pivano che porta nel Belpaese On the Road di Jack Kerouac nel 1959 (scritto nel 1951, ma uscito in America solo nel 1957), dopo numerosi rifiuti da parte degli editori, e solo dopo aver convinto di persona Arnoldo Mondadori. Che ci fa sballare con Allen Ginsberg, conosciuto a Parigi nel 1961, dopo uno dei tanti pomeriggi passati in casa di Alice Toklas ascoltandone gli aneddoti su Gertrude Stein. La Pivano divulgatrice del movimento beat in Italia, colpita ed ammaliata dal senso di libertà che quella prosa emanava: il dirompente urlo (Ginsberg scrisse Howl nel 1956) contro il conservatorismo di stampo autoritario-fascista della politica di Eisenhower e soprattutto del senatore Joseph Mccarthy, cieco persecutore di tutto ciò che poteva essere sospettato di “comunismo”, quindi una minaccia per la sicurezza nazionale. L’ordine precostituito veniva messo in discussione, non solo nella letteratura, ma soprattutto nei costumi e negli ideali, non a caso la generazione beat è stata definita quella del dissenso culturale, che avrebbe portato qualche tempo dopo, previa una politicizzazione strumentalizzata, alla controcultura ed al movimento hippie. Tuttavia nella beat generation vi erano già ben radicati i semi della protesta: il culto del viaggio (fisico e spirituale) come metafora della libertà universale, la demonizzazione del materialismo, del consumismo, degli schemi tradizionali in cui inglobare la vita dell’uomo. In On the Road è lo scanzonato viaggio coast to coast a ritmo di beep hop, in Bomb di Gregory Corso è il pensiero anti-militarista ed anti-nucleare come arma contro l’odio (“Il vero nemico dell’uomo è l’odio”), in William Burroughs è la destrutturazione del linguaggio tramite un cut-up allucinato come medicina al controllo delle menti, nei Peyote Poems di McClure è un rapporto uomo-natura portato a livelli inediti, in Allen Ginsberg è la deflagrazione di tutte le consuetudini e storture prodotte dal sogno americano. Era questo quello che amavo della letteratura americana. Oltre che ovviamente i classici di Huxley, Orwell, Salinger e Scott Fitzgerald, il cyberpunk di P.K. Dick, di Ballard e Pynchon ed i coevi Palaniuk, De Lillo ed Ellroy.
Ma per Capote non avevo ancora il tempo. Non mi aveva ancora ammaliato. Aspettavo la scintilla che avrebbe innescato gli amorosi sensi
“Voi che per li occhi mi passaste ‘l core / e destaste la mente che dormia…”
per dirla con Guido Cavalcanti.
Ecco quello attendevo inconsapevolmente. Ed inopinatamente arrivò.
Era la torrida estate del 1997, dicevamo. Sandigliano è un borgo situato nel cuore della pianura biellese, alla sinistra del torrente Elvo ed è attraversato, da nord ovest a sud est, dalla ferrovia Biella-Santhià e dalla Statale Biella-Cavaglià. Tutto il territorio è estensivo, privo di zone gibbose e, fenomeno particolarmente curioso, privo di acque a scorrimento. Nessuno dei torrenti che scendono a valle passa sul territorio del paese. Un inferno apocalypsiano now infarcito di zanzare tigre, notti umide ed insonni e massacranti cattolici turni quotidiani di assistenza ad una dozzina di ragazzi e ragazze speciali da accudire ininterrottamente.
Un sonnolento pomeriggio di luglio, l’inerzia lentissima della canicola incombente, il sonno pesante postprandiale di quasi tutti i ragazzi, compreso il bebè sieropositivo, la ragazza albanese sottratta al racket della prostituzione della riviera romagnola ed il guerrigliero colombiano in esilio, mi permettevano di girovagare per le stanze fresche della casa famiglia alla ricerca di qualcosa.
Ed in quel disperato errare avvenne l’incontro fatale. Il mio personale ed autodidatta matto e disperatissimo studio trovò un approdo accogliente. Uno scaffale incendiato dalla luce che sbriciolava il vetro incandescente della finestra mezzana attirò il mio occhio. Una serie di libri ben allineati dai titoli invitanti. Guarda un po’ cosa si cela nel ventre di una casa famiglia rigorosamente cattolica appartenente all’arcipelago missionario internazionale della Papa Giovanni XXIII.
Come guidato da un misterioso ed ipnotico ronzio mi indirizzai subito sul dorso di un libro di Gian franco Venè, giornalista e saggista che io, non so per quale recondito motivo, all’epoca già conoscevo.
Il libro era un Oscar Mondadori,
LA NOTTE DI VILLARBASSE si intitolava in un regolare stampatello maiuscolo declinato di rosso,
illustrato fin dalla copertina di Ferenc Pintér affinché si intuisse che il suo contenuto aveva a che fare con la campagna postbellica o comunque un mondo rurale squallido e abbruttito dalla violenza: una stanza spartana, dalle mura sberciate ed infiltrate da umidità, fango e merda. Una finestra buia blu notte, un letto disfatto da una fuga precipitosa, un paio di scarponi militari abbandonati ai piedi del letto. Sulla destra un tavolaccio di legno, una bottiglia vuota di vino rosso ed un bicchiere tipico delle piole piemontesi. Poco più in là un cappottone sgualcito e liso, macchiato di fango e forse di sangue rappreso e chiaramente riconducibile alla divisa di qualcuno degli eserciti invasori che aveva violentato l’Italia tra il 1943 e appunto quel 1945 citato nel sottotitolo
A “Sangue Freddo” nell’Italia del 1945 – Prefazione di Fruttero e Lucentini
Tutto a questo punto prendeva forma in me. Conoscevo già almeno cinque elementi di quel titolo
- Venè – ricordai dopo con affetto del perché lo conoscessi già, ovvero per aver studiato il suo saggio del 1988 Mille Lire al Mese mentre preparavo l’esame di Storia Contemporanea all’università,
- Villarbasse: per essere “un comune adagiato sulle basse colline della Val Sangone, presso le sponde settentrionali del torrente Sangone a sud di Sangano, Bruino, Rivalta di Torino e Rivoli.
Più a ovest, il comune tocca Trana, Reano e Buttigliera Alta, mentre a nord è separato da Rosta attraverso un’area selvatica e semimontana detta “Collina Morenica”. C’ero stato più volte, ok lo conosco.
- I Fruttero&Lucentini pre-fattori – sono quelli de La Donna della Domenica e che te lo dico a fare…
- L’Italia del 1945 e sticazzi, per me aspirante storico militante, era la my cup of tea
- E quel A sangue freddo mi rimandava a quel Truman Capote che mi aspettava da qualche parte, sugli scaffali nostalgici di casa mia, ad un centinaio di chilometri da quell’afa biellese.
Il libro di Venè parlava della strage di Villarbasse, ovvero di un notissimo ed efferato fatto di cronaca nera che sembrava essere una macabra e spietata propaggine della guerra civile, prolungata criminograficamente fino all’autunno successivo alla primavera del vento che fischiava. Nella prefazione Fruttero&Lucentini ne dettagliavano chirurgicamente le affinità elettive con la narrazione cruda della realtà, dal realismo della Storia Antica di Tucidide, a quello merovingio e fondamentale all’agiografia medioevale di Gregorio di Tours fino appunto alla narrativa americana contemporanea, crudele nel dettaglio dell’orrore e della ferocia del male, immerso nella sua banalità, nell’esecuzione lucida ed esasperante, nella sua lentezza minuziosa, effigiate in quelle “belve umane” della porta accanto che appunto Truman Capote descrisse in quello che sarà il romanzo che inaugurerà addirittura l’intero genere crime non-fiction novel, il romanzo verità: A sangue freddo, appunto.
La storia è questa: quattro ombre in marcia nel buio delle campagne torinesi, quattro siciliani sbandati che la guerra ha portato dalla provincia di Messina al Piemonte seguendo traiettorie casuali e spietate: chi borsista nero e delinquentello da quattro soldi, chi aggregato alle bande partigiane più per inerzia all’opportunismo e alla violenza che per credo politico, chi in cerca di fortuna, vizi e donne al nord, chi assassino per caso.
Quattro ombre che si imbattono nella Cascina Simonetto, posta sulla collina tra Villarbasse e Reano in provincia di Torino, di proprietà dell’avvocato Massimo Gianoli, sessantacinque anni, dirigente dell’Agip Piemonte fino al 1940, che quella sera stava cenando nella casa padronale acquistata nel 1920, servito dalla domestica Teresa Delfino. A fianco, nella casa dell’affittuario Antonio Ferrero, si festeggiava la nascita di una nipotina e, oltre all’affittuario, erano presenti sua moglie Anna, il genero Renato Morra, le domestiche Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, più un bimbo di due anni e il nuovo lavorante Marcello Gastaldi.
Quattro ombre nel buio, quattro uomini – Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti e Pietro Lala (all’epoca degli eventi si celava dietro la falsa identità di Francesco Saporito e aveva lavorato per alcuni mesi nella cascina) – che alle otto di sera fecero irruzione nel casale, sequestrando tutti i presenti per compiere una rapina in quanto sapevano che l’avvocato teneva in casa ingenti somme di denaro; poi però a uno dei rapinatori (il basista) cadde improvvisamente per terra la maschera che ne celava il volto. Una delle donne sequestrate ebbe un sussulto e riconobbe in lui l’uomo che, fino a pochi giorni prima, aveva lavorato con loro nella cascina come garzone. I rapinatori, ormai scoperti, decisero allora di uccidere tutti i possibili testimoni e portarono le vittime, a una a una, in cantina e le colpirono con un bastone, gettandole poi in una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che si trovava nell’aia. L’unico a tentare una difesa fu Renato Morra, ex capo partigiano, che riuscì a ferire al volto La Barbera con il filo di ferro col quale gli erano state legate le mani. Vennero uccisi nello stesso modo anche i mariti delle due domestiche, Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, che erano venuti in seguito alla cascina alla ricerca delle mogli. Solo il bambino fu risparmiato, in quanto non avrebbe potuto riconoscere nessuno dei criminali.
I rapinatori salirono di nuovo in casa e rubarono 200 000 lire, un paio d’orecchini d’oro e altri oggetti di scarso valore (quattro salami, tre paia di calze, dieci fazzoletti). Giovanni D’Ignoti continuò la vita di tutti i giorni a Torino mentre Puleo, La Barbera e Lala tornarono in Sicilia, a Mezzojuso, dove quest’ultimo fu ucciso in un regolamento di conti fra mafiosi.
Le indagini scattarono immediate: dapprima, non trovando più nessuno nella cascina si ipotizzò che i residenti fossero stati rapiti, in un tardivo refolo di guerra civile, dalle brigate comuniste refrattarie ad abbandonare armi e velleità rivoluzionarie e regolare i conti con i borghesi correi del regime fascista. Ma poi grazie all’intuito a la Maigret di un giovane sottoufficiale dei Carabinieri – tale Armando Losco – la pista sicula apparve in tutta la sua inoppugnabile coerenza. Vi risparmio i dettagli, ma i quattro – anzi i tre, a Lala ci avevano già pensato i suoi corregionali, vennero intercettati e processati, nello sdegno e nell’infamia nazionale che riversò sui tre gli strali di un sottile razzismo che serpeggiava in quell’Italia postbellica che non aveva ancora l’Italia fatta e tanto meno gli italiani.
Il processo, un vero evento mediatico per quei tempi, si concluse con l’ultima condanna a morte prima che la Repubblica antifascista abolisse la pena capitale.
Firmò, de facto, la condanna rifiutandosi di concedere la grazia, De Nicola presidente della Repubblica ad interim prima del referendum del 2 Giugno 1946.
Questi tre siciliani furono fucilati a Basse di Stura vicino Torino nel marzo del ‘47.
Fu un fatto di cronaca cruento e che proseguiva in un certo senso la guerra civile di sei mesi.
Ci furono anche polemiche perché il fatto che fossero siciliani portò ad un presunto sottile razzismo nella sentenza definitiva.
Comunque ammazzarono quella povera gente della cascina in maniera tremenda e li calarono in un pozzo legati a testa in giù…
A sangue freddo…
E fu allora che nella mia testa iniziò il processo di Capoteizzazione narrativa, ovvero del mio cercare di raccontare la realtà che vedevo intorno a me in maniera dettagliata, chirurgica, crudele, sistematica. Iniziai progressivamente a disvelare le allegorie, gli anthem, gli slogan di cui infarcivo i testi delle canzoni che scrivevo per la mia band punkrock in una direzione narrativa più strutturata. Dalla forma canzone declamata come una sorta di proclama melodico passai ai racconti brevi. A risme di fogli, foglietti, fogliacci, diari, rubrichette, moleskine, fazzoletti sfibrati e tovaglioli di carta unta intrisi di appunti, descrizioni, situazioni, dialoghi, pensieri che potessero essere la corteccia cerebrale del romanzo che prima o poi avrei scritto. Non sapevo perché ma sentivo che quegli appunti sarebbero tornati utili. Ed era Capote a suggerirmelo. Attraverso Venè ovviamente, una sorta di medium, un guru laico.
Dieci persone abbattute per rapina, con un blocco di cemento legato ai piedi e gettate semivive in una cisterna sotterranea, ritrovati dopo una settimana in cui le ricerche si erano concentrate laffuori ovunque, ma non dentro la cascina stessa perché nessuno poteva pensare ad una siffatta mostruosità, nemmeno alla fine della guerra più disumana della storia dell’umanità.
Era quello il modo di raccontare efficace che cercavo. Un paradigma che mi consentisse poi negli anni a venire la crudele cronaca dei fatti del G8 di Genova 2001 di cui fui testimone militante e attivo-passivo nella minuziosa ed estenuante narrazione fatta in Avevamo Ragione Noi (Eris Edizioni, 2015 – seconda edizione 2021) dei crimini polizieschi, delle torture cilene, dell’omicidio di Carlo Giuliani e delle storie violentate di migliaia di Ragazz* di Genova 2001 di cui mi ero ritrovato a narrare con la stessa casualità- causalità di quando nel 1959 Truman Capote si recò in Kansas sulla scia dell’efferato sterminio di una tranquilla famiglia di agricoltori in un altrettanto piccola e paciosa comunità rurale.
Era quello che cercavo di razionalizzare nei mei caotici appunti urbani, che ponevano la città, anzi La Mia Città – Torino – al centro di un guazzabuglio narrativo in precario equilibrio tra il neo-simbolismo beatnik ed il più crudo neorealismo che sfocerà nei 30 racconti urbani punk rock a sottintendere il romanzo antiromanzo Il Suono di Torino che uscirà solo nel 2018 e che considero toutcourt il mio romanzo noir- verità per – umile – antonomasia.
E proprio Il Suono di Torino verterà sull’architrave narrativa degli orrori di Villarbasse. Un treno che attraversa nel tempo e nelle nebbie la Pianura Padana ma che parte e ritorna sempre a Torino. Che della Strage di Villarbasse fa allegoria per raccontare almeno una ventina di storie in cui è Torino ad assassinare sé stessa ed i suoi figli: ora a Villarbasse come già detto, ora nella Strage Fascista di Porta Susa 22 Dicembre 1922 Anno primo dell’Era Fascista, ora nel Cinema Statuto il 13 febbraio del 1983, ora nel rogo della Thissenkrupp il 7 dicembre 2007, ora ancora negli anarchici Sole e Baleno sacrificati sull’altare di un treno ad alta mortalità nel 1998, ora in un bambino figlio della deportazione del padre in Fiat dei primi anni Ottanta, che ama il mare fino ad immergersi e scomparire nello Jonio dopo un estenuante nostos accovacciato nel ventre di una 126 Fiat Special in viaggio da Torino alla Calabria, ora in un giovane tatuatore londinese che muore assassinato a colpi di pistola nella nuca esplosi a bruciapelo dal suo migliore amico in un bosco vicino a…Villarbasse.
Oppure di quella Pianura Padana – la nostra Emilia Paranoica come la definì qualcuno – narrata nel disco Totozingaro Contromungo- La Grande Discesa (L’Amico Immaginario, 2006) in cui nella canzone Furiosi Treni la mia voce narra in maniera salmodiante un contro-coro alla canzone di Luigi Bonizio dove parlo di
Pianura Padana che scorre dietro un finestrino appannato e algido di trasparenza. Torri degli Asinelli e forme di parmigiano ammuffite, disastri umani, fabbriche che chiudono, invasioni extracomunitarie, musica, musica, giovani suicidi, depressioni assortite e frustrazioni bibliche, omicidi efferati e senza apparente movente se non la noia, stragi del sabato sera e risse della domenica pomeriggio (…).
Pianura Padana, attraversata da un folle treno in corsa. Paesaggi che si confondono – laddove il recinto della casa appena scorta dal finestrino non è ancora del tutto scomparso dalla retina, ecco che la barriera acciaio-bullonata di una sopraelevata a reticoli ti nasconde il depresso panorama periferico che stai attraversando. E poi nella campagna per centinaia di chilometri, tutto uguale a se stesso. Paesaggi pianeggianti, case e boschi e nebbia, foschia e brina, rugiada al mattino e orride oscurità di notte. Nebbia e gelo. Pianura Padana in treno. Ombre nel buio.
Pertanto devo riconoscere che contrariamente a quanto si ritenga diffuso tra i miei venticinque lettori ed in me medesimo, cioè che il mio stile pseudo-narrativo sia un milieu di iperrealismo contemporaneo, ardite e posticce infatuazioni futuriste e cyberpulp ed un miscuglio di cultura trash, pop e postpunk mediata da una dignitosa formazione classica, la verità è che ho cercato di rifarmi all’ancestrale modo che Capote aveva di raccontare il male. Sì è vero, linguaggio giornalistico, dettagliato, ricostruito nei minimi particolari ma imbevuto di una lentezza ancestrale, primitiva, primordiale. Dieci colpi di bastone sferrati dai banditi siciliani sulle povere vittime di Villarbasse, sono i dieci e dieci e dieci colpi di Tonfa, il manganello speciale in dotazione alla Celere, delle cariche sugli asfalti di Luglio e del massacro sacrificale della Scuola Diaz a Genova 2001. I corpi trascinati verso il basso nelle cisterne ancora agonizzanti equivalgono al ferroviere anarchico Ferrero, sventrato dai fascisti, legato per i piedi ad un camion e trascinato per i corsi ortogonali di Torino nel Dicembre del ’22.
Capote è riuscito a spiegarmi ciò che mi toglie il fiato in quella lunga scena di terrore che Venè descrive: l’impersonalità dell’orrore, come in un glaciale stritolamento geologico tutto avviene laboriosamente, spassionatamente, quasi neutralmente, sicuramente come una cosa normale e non straordinaria. Ciò che poi ci atterrisce ma che ci/mi affascina è la visione del Male come di una cosa semplice, elementare, naturale, e perciò non correggibile, non sradicabile, ineluttabile alla natura umana tutta. Parte oscura di noi. Lì pronta ad emergere e sopirsi solo se esorcizzata dalla Catarsi del racconto.
Quelle quattro ombre nel buio sono io, siamo noi. Noi che usciamo da una notte antichissima, dove la letteratura è solo un inganno della realtà, un sogno mai concluso, un abisso in cui tutti siamo più o meno indirettamente stati inquilini ed in cui potremmo tutti di nuovo precipitare, con un piccolo passo, primitivo, de-umano, belluino, lento, lento, lento, furioso, lento, lento… a sangue freddo.
Domenico Mungo
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