Quando la nonna ballava sotto la pioggia di Trude Teige (edito da Fazi e tradotto da Lucia Barni) è un romanzo che si inserisce nel solco delle saghe familiari contemporanee, ma si distingue per la capacità di riportare alla luce una pagina poco conosciuta e profondamente scomoda della storia europea. Attraverso una narrazione che intreccia passato e presente, l’autrice costruisce una vicenda intensa in cui memoria, trauma e identità si riflettono tra generazioni diverse.
La storia segue Juni, una giovane donna in fuga da un marito violento, che trova rifugio nella casa dei nonni su un’isola norvegese. Un luogo di pace che però le riporta alla mente anche il difficile rapporto con una madre alcolizzata di cui non è riuscita a comprendere i silenzi e l’infelicità e una nonna che amava dipingere, vestiva di rosso, indossava Chanel n.5 e ballava sotto la pioggia. Proprio in quella casa, tra oggetti e ricordi, ritrova una fotografia che ritrae la nonna Tekla accanto a un soldato tedesco nel 1945. Chi è quell’uomo? Quale storia si nasconde dietro quella fotografia? Da questa immagine prende avvio un’indagine che conduce Juni in un viaggio alla scoperta di un passato familiare rimasto a lungo sepolto.
La narrazione procede quindi su due piani temporali: da un lato il presente di Juni, dall’altro la storia di Tekla durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Quest’ultima linea narrativa risulta la più potente e la più convincente anche dal punto di vista letterario. Tekla, giovane norvegese innamorata di un soldato tedesco, si trova a vivere una condizione di emarginazione come una delle cosiddette “tyskerjente”, letteralmente le sguadrine dei crucchi, donne stigmatizzate e punite nel dopoguerra per le loro relazioni con i nemici, che per questa condizione perdevano la nazionalità e venivano ripudiate da amici e familiari. Una vicenda che ha segnato un intero Paese, la Norvegia, tanto da convincere la Prima ministra nel 2018 a chiedere ufficialmente scusa a quelle donne per quanto erano state costrette a subire.
Ed è proprio questo il punto di forza di questo romanzo: la ricostruzione di eventi reali, come il dramma di suicidio di massa di Demmin, quando centinaia di civili tedeschi, in particolare donne e ragazze stuprate dall’esercito dell’Armata Rossa, si tolsero la vita durante l’avanzata. Su questo sfondo tragico, Trude Teige costruisce una storia intima e dolorosa che evita facili giudizi morali, restituendo tutta la complessità delle scelte individuali in tempi estremi. E riporta in vita pagine di storia poco conosciute o volutamente trascurate.
Accanto alla dimensione storica, il romanzo affronta con sensibilità il tema del silenzio e della trasmissione del trauma. Ciò che Tekla non racconta non scompare, resta sedimentato nel tempo, influenzando le generazioni successive. La ricerca di Juni assume così un valore più profondo: non è solo un’indagine sul passato, ma un tentativo di dare voce a ciò che è rimasto inespresso, interrompendo una catena di dolore e incomprensione.
Quando la nonna ballava sotto la pioggia è una storia familiare, un romanzo storico, un’indagine privata sulla sofferenza e sulla resilienza, sul rapporto fra amore e dolore, sulla violenza che genera violenza. Ma è anche un romanzo sulla rinascita, sulla possibilità di rappacificarsi col passato e da lì riprendere in mano la propria vita, come Juni che trova la forza di abbandonare il marito violento e di pensare al futuro per la prima volta dopo tanto tempo. Noi lettori e lettrici invece aspettiamo il seguito di questa trilogia, curiosi e felici di sapere che avremo ancora modo di immergerci nelle storie e nella Storia in cui ci condurranno le parole di Trude Teige.
Carola Messina
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