“Io non voglio essere quieta in un mondo di ingiustizie”: in questa frase pronunciata da Rossana Rossanda sta il nodo di questo libro 🔗Tutto il mondo è cosa mia. Rossana Rossanda, edito da Electa e scritto da Giorgia Antonelli che ripercorre brevemente la sfolgorante vita di una delle donne italiane più note, fondatrice de Il Manifesto, partigiana, scrittrice, critica d’arte, deputata, traduttrice.
Proprio in quell’inquietudine che ha mosso sempre Rossanda nelle sue vite va ricercato il motore pulsante di quell’Io Politico incapace di tacere davanti alle ingiustizie, di mettere in un angolo il dubbio e che l’ha guidata, rendendola una delle figure femminili più carismatiche del secolo scorso.
Electa ha deciso di realizzare la collana “Oilà” accendendo una torcia sulle donne che hanno fatto il Novecento e lo ha fatto con un formato piccolo come un’agendina, abbracciando le vite di 🔗Amelia Rosselli, Germana Marucelli, 🔗Elena Gianini Belotti, Rosa Genoni, Eva Mameli Calvino, Lica Covo Steiner, 🔗Goliarda Sapienza, Lora Lamm, Lisetta Carmi. Non si tratta di mere biografie ma di “passaggi di testimone” come la stessa autrice, Giorgia Antonelli, editrice di Liberaria e docente, ha raccontato. Dopo il suo incontro a “La Grande Invasione” con la direttrice di collana, Chiara Alessi, discorrendo su temi importanti come maternità, felicità collettiva e individuale che Rossanda aveva ripreso più volte nei suoi dibattiti, è nata l’esigenza di narrare una figura talmente importante e affermata anche in un contesto allora riservato al maschile.
“Rossana Rossanda 🔗La ragazza del secolo scorso come si intitola la sua autobiografia ha attraversato il Novecento e i suoi movimenti, senza perdere l’acuto spirito critico e la luce scintillante della sua autonomia di pensiero, sempre armata di una pervicace idea della libertà come obiettivo politico”.
Ma Antonelli lo dice subito: “Tutto quello che si potrebbe dire su Rossanda lo ha già scritto lei nella sua autobiografia e questo libro è il tentativo di comporre un’idea, del tutto personale, della sua eredità per il XIX secolo, di mettersi in ascolto di una vita”.
Rossana Rossanda nacque a Pola, capoluogo dell’omonima provincia italiana (annessa poi alla Croazia jugoslava nel 1947), il 23 aprile del 1924, dal padre Luigi, notaio, e Anita Rossanda, appartenente ad un’importante famiglia, rovinata poi economicamente con il sopraggiungere della Grande depressione.
I suoi la tengono lontana dalla Storia e dalla Politica, fino a quando Rossana sente di dedicare la sua vita alla cultura e rompere il guscio delle convenzioni.
“La scrittura entra prepotentemente nella sua vita, per diventarne perno, corollario, indispensabile alleata, Rossana decide che lettura e scrittura saranno la sua vita”.
Il suo modello famigliare di riferimento è la zia Alma, “la strana”, quella che viveva da sola pur essendo sposata e che era l’emblema di una donna ironica, intelligente, disinteressata ai giudizi della gente.
“Una donna che con il suo esempio avrebbe lasciato a Rossana l’idea di una femminilità diversa per consentirle di diventare una donna per sé, una donna nuova, una donna che parla in testa a un esercito di donne silenziose”.
Ci sono anche due uomini-guida nella sua vita: il professore Matteo Marangoni, docente di storia dell’Arte e Antonio Banfi, docente di filosofia, che diverrà anche suo suocero.
Sarà quest’ultimo che la indirizzerà presso una professoressa di Como che la introduce nella Resistenza partigiana con il nome in codice di Miranda e le affida l’incarico di aiutare a scappare di prigione il partigiano Luciano Raimondi.
Quando arriva la Liberazione, Rossanda è una donna combattente che usa la cultura per comprendere il mondo per perseguire una sua idea di felicità collettiva o individuale che ripeterà anche nel 1992 durante il convegno sulla felicità come antidoto al capitalismo.
Rossanda discuteva di libertà come una questione politica: “libertà significa essere in condizioni di realizzare se stessi, e questo dipende esclusivamente dalle condizioni sociali, dai rapporti sociali che ci sono dati… la libertà, diversamente dalla felicità, è qualcosa che riguarda tutti o nessuno” disse durante la conferenza “Se la felicità. Per una critica al capitalismo a partire dall’essere donna”.
Non era femminista come “etichetta” e la sua amicizia con Simone de Beauvoir che Antonelli racconta come un legame nato dalla loro similitudine, ne è la prova.
Entrambe pensavano moltissimo non tanto a loro stesse quanto al bene comune, a cui hanno messo a disposizione impeto, cultura e conoscenza.
Ed è per questa energia che Rossanda entra in politica, dapprima eletta consigliera comunale a Milano, prende la tessera del Pci sentendosi un’attivista, una donna in prima linea ed è così che la politica la conquista e la impegna, sempre di più.
“Segue da vicino i rapporti dell’Italia con l’Urss., lavorando alacremente per la fondazione dell’associazione Italia-Urss ed è proprio in questa veste che compie il suo primo viaggio a Mosca con Ranuccio Bandinelli, Antonio Banfi e Maria Luporini”.
Al ritorno da quel viaggio, come Antonelli racconta con una scrittura veloce e precisa, le viene affidato l’incarico di dare nuova luce alla Casa della Cultura di Milano, che diventa, sotto la sua guida un laboratorio culturale vivissimo.
Nel 1956 due eventi storici importanti diventano spartiacque: il rapporto segreto di Chruščëv e l’invasione dell’Ungheria. Per Rossana Rossanda fu uno strappo decisivo, per le sue idee e la sua visione socialista.
“In quei giorni i capelli di Rossana diventano completamente bianchi. Aveva 32 anni”.
Rossanda ha saputo reinventare il suo modo di intendere la politica e il suo ruolo e quando arriva a Roma per gestire la politica culturale del Pci, rinnova e “licenzia” alcuni pittori, tiene buoni rapporti con il cinema di Antonioni e di Godart, mette mani alle riviste: scioglie legami e allarga orizzonti.
La morte di Togliatti, nel 1964, apre il problema della successione nel partito, una serie di decisioni che porteranno alla sua espulsione dal Pci nel ’69.
La crisi del socialismo reale diviene sempre più dura e Rossanda capisce che è giunto il momento di esprimere una nuova voce: il progetto editoriale prenderà il nome dal filosofo Karl Marx, semplicemente, “Il Manifesto”.
“Quando esce in edicola vende trentaduemila copie, poi ne vengono ristampate altrettante, fino a raggiungere le ottantamila copie” racconta Antonelli nel suo lavoro di ricerca che ci riporta a una storia contemporanea, poco conosciuta, studiata poco e male.
Nel rapporto col femminile Rossanda continuerà a portare il suo contributo prezioso, si chiede perché la politica è un territorio inospitale per le donne e si mette in discussione, coordinando delle parole chiave come libertà, uguaglianza, democrazia, stato, resistenza.
Per Antonelli Rossanda è un’emancipata, che ha agito nella Storia in quanto persona, essere umano, indipendentemente dal genere di appartenenza.
“È anfibia Rossanda, una ranocchia che salta tra le emancipate di inizio secolo e il nuovo femminismo, il dialogo con le sue sorelle è sempre aperto, amichevole, irresistibilmente dialettico, provocatorio ma mai ostile, costruisce e non separa”.
Antonelli tratteggia in un momento storico in cui il nutrimento dovrebbe essere il compromesso, un omaggio letterario che scuote le grandi questioni del momento che stiamo vivendo: la crisi della politica, il ruolo delle donne nella società e nello Stato, ma anche quello privato, schiacciato da fatti violenti, inaccettabili.
Perché come diceva Rossanda, serve il pane. E anche le rose.
Antonella De Biasi
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