Da un’iniziale poesia di radicamento nella tradizione storico-mitica irlandese, ma già nella prima raccolta, The New Estate (1976), con una spiccata tendenza al rifiuto dell’autobiografismo e dell’elegia, Ciaran Carson, nato a Belfast nel 1948, muove, con le raccolte The Irish for No (1987) e Belfast Confetti (1989), verso una poesia narrativa, incastonata su un ritmo da ballata e su una metrica fondata sulla musica tradizionale irlandese (volta a rappresentare situazioni esistenziali difficili nell’ambito della crisi politica e delle divisioni dell’Irlanda del Nord), tramite un humour macabro e inquieti elementi surreali, onirici o incongrui. In 3333, durante una corsa in auto, il protagonista nota: «questa località la conosco al pari del palmo della mia mano, solo / che la mia mano è mozzata dal polso». In Svolte ricorrenti, la mappa di Belfast rappresenta edifici che già non esistono più perché rapidamente vengono distrutti dalle bombe. In Dire ‘no’ in irlandese, compare «quell’uomo di affari di Belfast che si è trapanato / tredici fori in testa con un Black & Decker».

La denuncia della tragicità degli eventi è pronunciata all’interno di contesti ludici. I riferimenti colti (soprattutto a Keats) vengono al contempo rispettati nella loro altezza di modelli intertestuali e irrisi nell’aspetto lirico, che sarebbe inadatto a parlare di Belfast. Riformulati in un lucido tessuto linguistico e stilistico, con una lingua prevalentemente colloquiale e «per dare forma a quello che è stato», gli episodi restituiti in versi da Carson sono quelli di un narratore» che sceglie un percorso», alla fine del quale si domanda: «È stato davvero così? E: questa è una storia vera?» (Il villaggio di Amleto).

Il rapporto tra realtà e invenzione si qualifica in un terreno intermedio tra le formule realiste e gli strati onirici. Ci si trova di fronte a una innovazione, nel Novecento irlandese, in quanto Carson né si ritrae dalla rappresentazione della violenza e della guerra, né perde contatto col proprio percorso di innovatore del linguaggio, per il quale i significati si innestano sui significati, come in I coriandoli di Belfast, ove «piovono punti esclamativi»: la scrittura, indicata per sineddoche da quei punti esclamativi, e i proiettili, i referenti reali della metafora punti esclamativi», si associano in un tutto unico.

Nelle raccolte successive, mentre la presenza ossessiva di Belfast diminuisce, accade che significati e significanti più dilatati si dispongano a ventaglio su vaste tematiche aperte su un mondo di modernità globalizzata. La nuova poetica è inoltre orientata sui metalinguaggi: certe poesie nascono da lettere dell’alfabeto (nella raccolta Letters of the Alphabet, 1995); in altre si gioca coi generi della letteratura di massa (come il poliziesco in Quebec, nel volume First Language, 1993).

La poesia recente di Carson, tramite la poetica del linguaggio, parla dei paradossi della vita e della morte, di crisi e di incertezze generalizzate, facendosi così interprete delle vicende collettive. Proiettato in una fertile modernità, Carson parla da una prospettiva belfastiana dilatata in un universale spazio geografico e tempo storico; e diramata nei meandri della psiche, del linguaggio e dell’esistenza; con voce autorevole letterariamente complessa: voce che destruttura e depista per riorientare in direzioni di impegno e di profondità tematica e espressiva. Siamo, come in Raggi X (nel volume Opera et Cetera, 1996), in un ambito che sta tra il cosmico e il ludico, tra «l’alternarsi di ammicchi e di vuoti dell’inscrutabile eternità della notte, che costella / il cielo del Nord con palinsesti di falò di bivacchi di antiche guerre» e gli zigzag, le joyciane sperimentazioni di un cervello ribelle.

Roberto Bertoni

Il libro

Ciaran Carson
Il tempo è conversazione

Mobydick, 1998
A cura di Roberto Bertoni
pp. 125, L. 20.000

Il libro attualmente è fuori catalogo