Questa intervista è un’invenzione letteraria ispirata alla vita, alle opere e alla figura di Agatha Christie.
«Benvenuta.»
Agatha, in un completo di tweed dal taglio morbido, mi accoglie nel suo salotto di Greenway House, nel Devon, con un calore che spazza via in un attimo il ritratto di donna austera e riservata che avevo tratteggiato nella mia mente. Il sorriso che mi rivolge è genuino, condito da un guizzo malizioso che le attraversa le iridi azzurre.
«Si accomodi» mi dice, indicando un piccolo tavolo rotondo su cui, oltre al servizio da tè, è adagiata un’alzatina. Nel piatto superiore riconosco degli scones; in quello inferiore giacciono uno sopra l’altro dei sandwich ai cetrioli tagliati in piccoli triangoli. Due ciotoline, con l’immancabile clotted cream e della marmellata di fragole, colorano la tovaglia bianca, resa ancora più accecante dalla vicinanza delle grandi finestre che guardano verso il fiume Dart.
Prendo posto e lascio che mi serva il tè.
«Zucchero?» mi chiede con gentilezza.
«Un cucchiaino, grazie.»
La guardo mentre calibra la giusta dose. C’è una precisione quasi clinica nel suo movimento e non posso fare a meno di pensare che quella stessa mano, nelle pagine dei suoi romanzi, ha pesato con identica cura polvere di stricnina e gocce di cianuro. Prima di portarmi il tè alle labbra, osservo il liquido con sospetto.
«Non è avvelenato» mi rassicura con un’espressione sorniona. «Un po’ di latte?» incalza passandomi il piccolo bricco.
«Non le si può nascondere niente» confesso, lasciando che la tensione si sciolga nel calore della tazza. Aspetto che si sieda e, dopo un sorso rincuorante, rompo il ghiaccio.
«Agatha, mi dica la verità: le è mai venuta voglia di avvelenare qualcuno nella realtà, magari un critico troppo severo o un vicino molesto?»
Lei si serve senza guardarmi. «Oh, cara, quella tentazione è il pane quotidiano di ogni giallista, ma fortunatamente sulla carta si può uccidere restando impuniti. Il veleno, poi, è così disordinato nella vita vera. Molto meglio limitarsi a somministrarlo tra le righe di un capitolo, non crede?»
«Certo» asserisco. «Si corrono meno rischi. Il suo tè è ottimo» aggiungo senza piaggeria.
«È un Earl Grey. Viene direttamente dall’unico posto a Londra capace di bilanciare il bergamotto senza renderlo troppo invadente.»
«Mmh… Credo che persino Poirot non avrebbe nulla da ridire su questa miscela» dico, lanciandole un’esca narrativa. So bene che per lui il tè inglese è solo acqua colorata.
«Oh, Hercule! Avrebbe preteso della cioccolata densa come fango e si sarebbe lamentato della forma irregolare di questi sandwich. È un uomo impossibile.»
«Non si è mai pentita di avergli dato quel carattere?»
«A dire il vero, lo trovavo detestabile già dopo i primi libri. È un omino egocentrico e maniacale. Ma il pubblico lo amava, e un autore è, in fondo, un servitore del suo pubblico.»
Assaggio un sandwich. «Miss Marple invece sembra la zia che tutti vorrebbero. Lo so che le sembrerà una domanda banale, ma quanto c’è di lei in Jane Marple?»
«Non sono così vecchia!» scherza toccandosi i capelli grigi. «Le farò una confessione: c’è molto delle amiche di mia nonna. Quelle anziane signore che sembrano dedicarsi solo al ricamo o al giardinaggio, ma che in realtà stanno anatomizzando l’anima di chiunque passi per strada. Un po’ di clotted cream?»
Afferro la ciotolina e comincio a spalmare la crema su uno scone mentre perlustro la stanza. Le pareti sono piene di scaffali carichi di volumi, molti dei quali con la costola sbiadita dal sole. Non solo gialli, ma testi di archeologia, botanica e classici greci. Qua e là delle piccole statuette e varie ceramiche testimoniano i suoi viaggi.
«Lei ha vissuto due vite: una tra i giardini del Devon e l’altra tra le sabbie della Mesopotamia. Cosa cercava davvero quando lasciava la sua casa per il deserto? Era fuga o ispirazione?»
Lei segue la direzione del mio sguardo, poi torna su di me. «Né l’una né l’altra. È prospettiva. Nel deserto, tra le rovine di città morte da millenni, si impara che l’essere umano non cambia mai: le passioni e l’avidità che portavano al delitto tremila anni fa sono le stesse di oggi. E poi scavare nel passato è l’unico modo per non invecchiare. Anche se nel mio caso più divento vecchia, più mio marito archeologo mi trova interessante!»
Sorrido alla battuta arguta e mi verso ancora del tè. «Sappiamo che non ama la pubblicità. Cosa prova quando vede il suo nome ovunque?»
Sbuffa impercettibilmente. «Provo il desiderio impellente di nascondermi dietro una siepe o un fitto roseto. Scrivere è un piacere, essere ‘famosi’ è un inconveniente.»
«A proposito di scrittura: ha mai iniziato un libro senza sapere chi fosse l’assassino?»
Agatha guarda fuori dalla finestra un uccellino posarsi sul ramo di una magnolia. «Quasi mai» mi confessa. «Costruisco tutto nel minimo dettaglio. Se non conosci la fine, come puoi spargere i sassolini giusti lungo la strada?»
«Già… Sembra un lavoro che richiede molto ingegno. Ha mai avuto ripensamenti e se sì, qual è il suo segreto per mantenere la calma quando la trama non torna?»
«Mangiare una mela in una vasca da bagno piena d’acqua calda.»
Mi acciglio. «Mi prende in giro?»
«Oh no, dico davvero. Le idee migliori arrivano quando il corpo è intento a fare altro. Per questo scrivo ovunque: taccuini, fogli sparsi, quaderni che trovo in giro. Vede una scrivania qui?»
Scuoto il capo.
«Appunto. L’importante è saper cogliere l’attimo.»
«Mi permetta una domanda un po’ più incisiva: cosa pensa di lasciarci in eredità?»
Questa volta è lei ad accigliarsi. «Questa è davvero una bella domanda, mia cara. Vediamo…» solleva la tazza di tè davanti al viso e finge di pensarci. «Spero di lasciarvi del sano divertimento e, magari, l’abitudine di non fidarvi mai delle apparenze. Ho cercato di insegnare che dietro il giardino più curato o l’atteggiamento più cordiale può nascondersi un segreto terribile. Ma non per spaventarvi; solo per ricordarvi che la natura umana è un enigma affascinante, e che la verità è sempre lì, sotto i nostri occhi, se solo abbiamo la pazienza di guardare con ordine e metodo.»
Mentre pronuncia queste parole, lascia che la vista si posi ancora oltre la finestra, verso il fiume. Non c’è superbia nel suo tono, solo la serena consapevolezza di chi ha costruito un labirinto in cui milioni di persone si perderanno.
Il tè si è freddato. Sull’alzatina sono rimasti solo qualche sandwich e due scones.
«Agatha, mi permette un’ultima, personale, domanda?»
Prende tempo, portandosi alle labbra l’ultimo rimasuglio di tè. «Certo» mi concede alla fine.
«Se potesse parlare a quella donna che anni fa decise di scendere da un’auto e svanire nel nulla, cosa le direbbe oggi?»
Agatha posa la tazza. Il tintinnio del cucchiaino contro la porcellana sembra risuonare più forte nel silenzio della stanza. Non sembra offesa, ma la sua attenzione si rivolge altrove per un istante.
«Le direi che a volte, per ritrovarsi, bisogna prima perdersi completamente. Sa, il mondo vuole sempre una spiegazione logica per ogni cosa, che sia un movente o un colpevole non fa differenza. Ma il cuore umano non è un capitolo di un libro giallo. Ha le sue zone d’ombra dove nemmeno Hercule Poirot oserebbe entrare. E quel caso non fu un mistero da risolvere, fu solo il grido di una donna che aveva bisogno di silenzio. E il silenzio, mia cara, è l’unico lusso che la fama non può comprare.» Si alza e si sistema una piega della gonna; un gesto che sembra voler mettere non solo ordine nel tessuto, ma la parola fine a questa intervista.
Mi alzo anch’io. «Grazie di avermi concesso il suo tempo.»
«Il piacere è stato mio. Sia prudente al ritorno» mi dice prima di congedarmi.
Mentre mi incammino verso l’auto, sento il clic della serratura dietro di me. Metto in moto e, per un riflesso incondizionato, do un’occhiata allo specchietto retrovisore. Non c’è nessuno sul sedile posteriore, naturalmente.
Eppure, mentre guido lungo il viale alberato, non riesco a smettere di pensare a quel retrogusto di mandorle amare nell’ultimo sorso di tè.
Simona Fruzzetti
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