There are things behind things behind things
There are rings inside rings inside rings (un motivo ridondante ascoltato da un amico in auto)

[Anne Carson]

Che cosa è l’imperduto? Una domanda ad un amico, un romanzo che non ti sei permessa di vivere, spezzoni sbiaditi di un filmato che gira solo nella tua testa e nel tuo cuore, l’altra strada tutte le volte che sei stata ad un bivio, solo desiderio che è sempre dolceamaro. L’alone sul muro dopo che hai tolto la foto. Una perdita tra le cose perdute. Un’evocazione. La malinconia delle cose, cose e persone che sono scivolate via. Tu che sognavi da bambina di levitare, tu che volevi volare e ti sei trovata con ali rotte tra le mani. I piedini sul muretto. Tu nascosta dietro una siepe ad aspettare. La distanza dalle cose che sono state così vicine, anche dentro di te. Lo scambio continuo tra memoria ed oblio. Una coscienza addormentata dentro di noi. Un neologismo di una traduzione impossibile. Perché comunicare con l’altro è un salto nel buio, una speranza senza speranza. Due pozze grigiastre. È arrivare fin lì, al limite di te stessa, the edge of myself ma come una specie di intrusione. Il vizio di camminare all’indietro. O di guardare chi cammina ancora dietro di noi. L’imperduto sta nel pozzo del cuore.

Era una frase che le diceva la madre, una frase senza senso, non fare come i morti che camminano all’indietro, forse una cattiva traduzione. “Do not walk / that is how”, “backwards, the dead go”. Per lei, per Anne Carson è diventata una forma di poetica, una specie di manifesto.

La traduzione è sempre sbagliata, non è un ponte perfetto per Carson, ma un fossato, a ditch tra parola e parola, tra parola e dolore presente (Nox). È la terza parola, perché l’equivalente in realtà non esiste: sono le tre parole, quella nella lingua d’origine, quella nella lingua d’arrivo, che è sempre una terza parola. Esse formano il poema in cui qualcosa si è salvato ed altro è andato perduto.

Anne Carson tradotta in Italia da Utopia ha un volto severo, zigomi, occhialini, riga a lato, caschetto lungo, indosso un completo di taglio maschile, in una foto in bianco e nero con un cravattino molto glamour. In una parola iconica, come lo fu Susan Sontag, di cui Carson riceve il premio per la traduzione nel 2010. Quasi un passaggio di testimone ed una parola che le lega: eros- Sontag ci invita ad una ermeneutica erotica, Carson scrive Eros e il dolceamaro. Per entrambe il pensiero e la comprensione passano per i sensi.

Quella di Carson attraverso le sue opere che non sono mai solo poesia, mai solo saggio, mai solo autobiografia, mai solo illustrazione è una ode allo sbaglio, the wrong norm, alla perdita che è l’unica spinta per ricordare e mettere assieme i pezzi. L’individualità per la classicista canadese è la linea che li unisce in modo imprevedibile.

Il poeta si sente sempre a cavallo tra due mondi. È l’eroe o eroina di un sentimento di perdita di qualcosa nel passo del tempo e delle generazioni. Oggi come non mai filosofi, sociologi, psicologi e letterati ci invitano a riflettere sulla disumanizzazione, sulla perdita dell’aura seguita alla riproducibilità delle cose e delle esperienze; la luce ci rischiara da dietro, ma davanti abbiamo solo il buio. La vita è cambiata e l’umanità con essa. Ci stiamo disintegrando assieme ai valori che ci hanno sempre guidato e costituito. I concetti di Benjamin continuano a guidarci ma sono stati talmente studiati e citati e rimasticati che si sono anch’essi usurati. Una retorica della perdita dell’umano ben schematizzata da Byung-Chul-Han. E di una elite culturale ultima testimone di una luce che si sta spegnendo. Carson stravolge tutto ed invece della perdita ci parla dell’imperduto. E lei in qualche modo lo resuscita sottoponendolo ad una scarica ad alto voltaggio. Movimento, luce ed imprevisto. Per compromettere l’ordine che ci vantavamo di preservare. Perché il poeta si dispone verso la realtà in termini negativi.

Anche Carson poeta ci parla di un poeta sconosciuto ai più, Simonide di Ceo, anche lui a cavallo tra due epoche. Nel passaggio dal dono, che era una estensione dell’individualità del donatore, alla merce. Da un sistema di scambi e favori che creano e solidificano un tessuto sociale e connettivo in cui l’ospite, lo xenos era chi dava ma anche chi riceveva, in un mondo in cui ci si “tagliava un pezzo d’osso in due”, verso un sistema di scambi commerciali, in cui tutto diventa valore, ed ogni bene e persona alieno ed alienabile. L’alienazione che porta con se la capitalizzazione si fa la nuova sostanza della poesia però. Una forma di disgiunzione, ognuno imprigionato nella propria interiorità, straniero. Da una società in cui la poesia era un dono, che era anche un calcolo ma una forma più nobile di calcolo: io oggi faccio questo per te così che tu domani farai quest’altro per me; ad una società in cui la poesia è una prestazione, è moneta di scambio. Eppure la poesia resta.

Economia verbale, lapidario, selezione delle parole, elisioni, giustapposizioni sono il segno distintivo dello stile simonideo. Avarizia di memoria e di parole da coniare in un tempo di spreco tra i balbuzienti e le ripetizioni e il vaniloquio quotidiano. Memoria ed esattezza. Ma anche misura, “Celan sta misurando la superficie entro la quale le parole rimangono valide”.

La linea che congiunge Simonide a Celan al di sopra o dentro duemila anni e guerre terribili e stermini che li separano o piuttosto uniscono è proprio l’imperduto, il costo dell’arte. Questa linea è piuttosto una “grata linguistica” “l’invenzione poetica deve emergere dall’ignoto attraverso una grata linguistica”. Per Celan da cui Carson trascina via il concetto di unlost, questo imperduto (unverloren) è stata la lingua della madre, il tedesco, la lingua del carnefice (i genitori di Celan furono deportati) e la lingua in cui lui decide di scrivere le sue poesie. “raggiungibile, vicina e imperduta tra le perdite, rimase solo questo: la lingua”. Resta incastrato tra i denti.

Unlost, imperduto non è solo il valore della poesia, quella frazione dell’epitaffio che non è moneta; ma è qualcosa che ci riguarda come umanità. Non solo il poeta. Un residuo di verità che resta attaccato alla parola nonostante lo scambio commerciale; ciò che sopravvive in una economia di perdite e non di guadagni. Non i calcinacci di un crollo ma la struttura che li teneva insieme.

Del resto, la stessa Carson aveva ribadito, in un’intervista del 2013, che “le cose che pensi di poter collegare in realtà non sono sotto il tuo controllo […]. È solo ciò che sei, ciò che si scontra nel mondo. Ma il modo in cui le colleghi è ciò che mostra la natura della tua mente. L’individualità risiede nel modo in cui vengono creati i collegamenti” (Sam Anderson The Inscrutable Brilliance of Anne Carson. «New York Times», 14 marzo 2013).

Su Lucy sulla cultura ho letto a proposito di Carson: L’imperduto per Carson coincide proprio con l’inessenziale, una scoria del niente, un’altra definizione del nulla. L’inessenzialità della cosa imperduta si muove nel quasi invisibile, (come un bellissimo titolo di Mark Strand) un luogo dove risiedono cose come – certe volte – la poesia”.

Non è proprio così: l’imperduto è quello che resta è l’essenziale, il corpo nudo, distillato, qualcosa di indomabile, il cristallo, le parentesi non il vuoto in mezzo, le parentesi a custodire quello che una volta c’era ed è andato perduto. Tutto ciò che non è stabile, strutturato o rassicurante. Quello che non va sprecato. Esattezza. Le sillabe che stanno tutte intorno.

L’imperduto è l’attenzione che permette di trasformare la pietra in memoria (quello che faceva Marguerite Yourcenar, l’ho già scritto da qualche parte). Una specie di alchimia. E così arricchiti da tutte le perdite, passando attraverso di esse, da Simonide, Celan e Carson, l’imperduto siamo noi, o una parte di noi, quando smettiamo di possedere le cose ed iniziamo a guardarle e a desiderarle.

Provo ad uscire da dietro di quella siepe, e a mettermi esattamente sulla strada della bellezza. Ci vuole disciplina mi dice mio padre.

Silvia Acierno