Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: «Conosco un solo dovere, ed è quello di amare». A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze. Albert Camus, Taccuini I

È il 4 gennaio del 1960 quando la vita di uno dei più conosciuti scrittori del XX secolo si spezza in modo improvviso e drammatico. Nonostante soffrisse di tubercolosi e fosse stato in pericolo più volte durante la Resistenza, Albert Camus muore in un tragico incidente stradale. Scritto da Elena Rui e finalista nella sestina del Premio Strega 2026, Vedove di Camus è un romanzo basato su fatti realmente accaduti. Nonostante si parli della morte del Camus premio Nobel e figura pubblica, la narrazione si concentra sul vuoto lasciato dal Camus uomo, che il lettore scopre attraverso un ritratto a mosaico creato dai ricordi e dai pensieri di chi lo conosceva molto bene, quattro donne che lo hanno amato.

Un lutto, quattro prospettive

Come suggerisce il titolo del libro, il lettore vive infatti l’elaborazione del lutto dal punto di vista delle donne più importanti nella vita di Camus, in un processo di analisi emotiva che lo fa uscire dalla leggenda, umanizzandolo in un modo con cui il lettore si può identificare. Ognuna delle donne è protagonista di una delle quattro parti del romanzo in cui vengono raccontati i rispettivi legami sentimentali profondi e spesso clandestini con il famoso intellettuale, così come i loro modi diversi di vivere la vedovanza. Particolarmente toccante è il fatto che ogni capitolo inizi con le ore immediatamente precedenti alla scoperta della morte di Camus, il lettore condivide quindi il momento molto intimo della transizione tra il non-sapere e la consapevolezza che la persona amata non c’è più.

Le quattro donne sono diversissime tra loro per età, esperienze di vita e tipo di relazione che hanno avuto con Camus, ciò che hanno in comune e che, per certi versi, le fa avvicinare tra di loro, sono l’amore e la perdita dello stesso uomo.

La prima è Francine Faure, moglie e madre dei figli di Camus. Al momento della disgrazia è l’unica che possa veramente vivere il proprio dolore pubblicamente e a cui sia riconosciuta dalla società circostante la possibilità di gestire l’eredità di Camus, in particolare quella intellettuale, per esempio riguardo ai manoscritti non ancora completati. La seconda, Maria Casarès, forse la sua amante più conosciuta e chiamata dallo stesso Camus ‘l’Unica’.  Questa relazione è molto più complessa di quello che potrebbe sembrare in apparenza, si rivela un rapporto alla pari che si basa sulle loro molteplici affinità sia nella vita privata che in quella professionale.

La passione condivisa per il teatro caratterizza anche il rapporto tra Camus e Catherine Sellers, attrice e musa ispiratrice, definita Sherlock Holmes nel romanzo, principalmente per la sua tendenza a cercare informazioni e notizie attraverso conoscenze e canali indiretti. Costretta dal suo stato di amante segreta a vivere il lutto privatamente, Catherine cerca di dare un senso alla sua vedovanza raccogliendo frammenti di dettagli e indiscrezioni che l’aiutino a ricostruire la dinamica di quanto accaduto.

La quarta donna è Mette Ivers, la più giovane e inesperta delle vedove, che accompagnò lo scrittore durante l’ultima parte della sua vita. Nel libro viene menzionata con l’abbreviazione ‘Mi’, un nome che Camus stesso usava per lei nei suoi appunti. Ancora in vita al momento della narrazione, questa è forse la vedova di cui il pubblico sapeva di meno ma che potrebbe essere in realtà una delle relazioni più significative nella vita di Camus.

Camus, vite parallele e un’esistenza spezzata all’improvviso

La testimonianza delle quattro donne ricostruisce un profilo di Camus attraverso i ricordi e le differenti relazioni create con ognuna di loro. Il lettore ben presto capisce che Camus ha vissuto delle vite parallele di cui solo negli anni successivi alla sua morte emergono sempre più dettagli. Si scopre anche che l’intellettuale aveva anche sviluppato dei rituali e degli atteggiamenti collaudati che, seppur in modo diverso, aveva utilizzato per sedurre tutte le sue donne. Era dunque un adultero seriale che, forse per vanità, forse per voler vivere la propria vita appieno, voleva continuare a sentirsi amato da donne diverse.

La sua vita viene spezzata improvvisamente dall’incidente automobilistico e quindi non sapremo mai come queste vite parallele si sarebbero intersecate e come sarebbe stata la vecchiaia di Camus. Dai suoi scritti emerge che l’intellettuale si stava preparando alla fase successiva della sua vita, sapeva che avrebbe richiesto pazienza e consapevolezza ma rispettava le leggi della Natura, anche se implicavano la perdita di vitalità e di energia. Il nostro eroe-antieroe però non avrà la possibilità di vivere questa esperienza, le sue vite parallele finiscono tutte insieme il 4 gennaio del 1960.

La creazione letteraria come collante narrativo

Elena Rui crea un romanzo coinvolgente che si legge tutto d’un fiato, anche grazie al fatto che riesce a trasmettere le differenze tra le quattro donne. Adattando lo stile letterario utilizzato a ciascuna di loro in modo da riflettere la loro specifica emotività e personalità, ottiene quattro voci diverse e uniche.

Il lettore capisce anche che le vite delle quattro protagoniste e il contesto che le circonda viene ricostruito quanto più accuratamente possibile grazie ad una ricerca meticolosa tra una vasta gamma di fonti storiche, che includono materiali d’archivio, scritti autografi e memorie personali delle quattro donne così come la corrispondenza tra le protagoniste e Camus, e i documenti di cronaca relativi all’incidente dello scrittore.

Rui però si spinge oltre alla semplice ricostruzione della storia. Riesce anche a colmare la mancanza di alcuni dettagli con la sua sapiente capacità di narrazione che, grazie a una brillante immaginazione e un tono narrativo sempre appropriato, funge da collante tra il rigore della ricerca e la creatività letteraria. Elegante e fluido, lo stile dell’autrice guida il lettore attraverso un racconto apparentemente lineare ma che nasconde un alto livello di introspezione psicologica e di analisi critica di temi universali come il vero significato del concetto di amore, e di quesiti esistenziali importanti come, per esempio, quelli legati all’eredità intellettuale di una persona, e in particolare di un artista.

Perché vedove di Camus e non ‘le’ vedove di Camus?

Come spiegato dalla stessa autrice, il titolo del libro riflette una scelta intenzionale di omettere l’articolo ‘le’ davanti alla parola vedove. In questo modo Rui vuole evitare di creare una categoria definita: le vedove, ma vuole concentrare l’attenzione del lettore sulle quattro donne e sul loro stato emotivo, non sulla definizione tradizionale del concetto di vedova. Vuole infatti creare un mosaico di voci differenti che raccontano i loro modi molto diversi di vivere questa esperienza, e le loro diverse impressioni di chi fosse Camus uomo. La mancanza di articolo vuole anche annullare qualunque gerarchia, davanti al lutto non è giusto quantificare il dolore o fare distinzioni tra un sentimento legittimo come quello della moglie e quello segreto di un’amante clandestina. Tutte sono vedove, stranamente accomunate e, in qualche modo, ravvicinate dalla perdita di Camus, l’uomo che hanno amato e che le ha amate.

Valentina Lorenzon

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