“Indignity is the theft of time disguised as a natural duty. It is the expectation that you disappear into the gestures you perform, until you become nothing more than the function of someone else’s needs.” Lea Ypi

Il mio posto di lavoro è un tavolo basso tra la cucina e il resto della giornata. Sopra c’è un portatile, il silicio è un po’ untuoso per la vicinanza alla cucina e al resto delle cose. Un libro, due, un quaderno e una penna a casaccio, a volte trafugata dall’astuccio di scuola di una delle figlie. So che non è un posto di lavoro questo eppure lo è. Cazzo deve esserlo. Come tutto il resto, le mie attività quotidiane nel resto della casa, nelle altre stanze, lo sono eppure non lo sono. Soprattutto sono gratuite. Visibili (a me) e invisibili (a tutti gli altri): è sempre lo stesso gioco, la stessa incongruenza.

Continuo a svolgere quel lavoro domestico che non è mai stato ufficialmente lavoro perché non retribuito. Dove finisce la cura e dove inizia la produzione? Consumare e creare, divise da una mezza parete. Non c’è neanche la porta (è un open space, direbbero) si sente lo sfrigolio. Neanche le pagine che scrivo lo sono perché il lavoro culturale in Italia è sottopagato o non è pagato affatto ma non per colpa delle persone che si riuniscono attorno ad una idea e ci credono. Ma per l’avidità di tutte le altre. Così, mi dico, parlare di violenza, piccoli e grandi abusi (ma qui le grandezze mi sembrano così fuori luogo, la misura e la proporzionalità attorno a cui si costruiscono l’universo politico e quello giuridico  mi sembrano così inadeguate) sul posto di lavoro non si applica a questa mia situazione lavorativa e non. Un certo imbarazzo quando mi chiedono: e tu a cosa ti dedichi? Senza poter nemmeno potermi lamentare degli effetti perversi dell’homeworking: i miei straordinari per malattia (degli altri abitanti della casa non mia), la reperibilità 24 ore non si applicano.

Senza denaro e senza un nome, difficile definire e quantificare impegno e impiego. Siamo nel dominio della dipendenza, dei disequilibri, degli obblighi coniugali (in Francia qualcosa comincia a cambiare, la secolarizzazione avanza), delle cose inalienabili. Insomma cose di cui vergognarsi. Economia di perdite e non di guadagni.

Quando mi siedo a quel tavolino basso senza colleghi (con cui condividere il lavoro e fare team) o superiori (che mi potrebbero molestare o discriminare) ho comunque qualcosa che è stata lasciata lì sospesa come un gas nella stanza; mi gira nella testa, una frase appena detta, che non è sempre la stessa eppure lo è. “Sei un maschio dominante travestita da pecorella”. Una certa ironia che  mi stizza. Vulnerabilità e svalutazione sono le intenzioni con cui raccolgo parole e panni da terra. Li tolgo dal cesto e li divido in due cumuli: panni bianchi e panni scuri. Luce e oscurità. Due regni. Le parole e le cose. Non è solo una faccenda domestica. Osservo il cumulo sul pavimento, una specie di tumulo. E ci scrivo sopra l’epitaffio. Al tempo sacrificato. La gloria nelle ambizioni soffocate.

Ci vuole tempo per sbarazzarmene, per cacciare quelle parole fuori di me. Ma poi arriverà la prossima frase detta così un po’ a caso, e solo un po’ per ferire. Sono sfumature, aeriformi, qualcuno direbbe sono solo parole, non sono niente. Donne non facciamone un dramma!

Tradwives, le donne tradizionali che da donne in carne ed ossa, si sono trasformate in immagini social: scimmie che scimmiottano la donna tradizionale senza possederne i nervi e il puzzo. Un bosco finto, un grembiule immacolato, una riserva piena di cibo healthy, una pentola su una linda cucina economica, pulcini, bambini, fiori, accessori; un set cinematografico. L’estetica della tradizione, una scelta estetica e politica senza memoria. Lavatrici, pranzi e cene, figli con cui giocare, mariti da accudire. Ordine e gerarchia. Servire, è esattamente il verbo usato nelle svariate pagine social, andate a guardare. In fondo è naturale, è quello che abbiamo sempre fatto. Anche se le mie nonne non ricordo che speziassero l’espresso con la cannella ed altre raffinatezze. Non avevano tempo. Erano sciatte, come befane. A volte facevano paura. La cucina economica nel cucinotto sull’aia della bisnonna emanava un odore nauseabondo che entrava nei pori del tufo delle scale. La tromba della scala puzzava fisso.

Da me c’è il caos. La frase successiva sarà questa: “è un caos continuo, sei una hippie, una bambina”. Io sono una strana bestia, una strana forma di donna tradizionale senza essere una come le chiamano tradwife. Sono uno scarto di una donna passata, qualcosa di cui non sono riuscita ad emanciparmi. Una evoluzione che non è stata portata a termine. Sento la sostanza, centimetri di pelle e di tempo; ma sono anche un simulacro, un’immagine ricevuta e sapientemente costruita senza bisogno dei social. Un tema fuori tema; a ben guardare non ho nessun diritto di scrivere per questo capitolo di unite azione letteraria, visto che non ho una esperienza sul posto di lavoro da portare alla vostra attenzione; nel lessico che separa e classifica e ordina, dove le vite non hanno dignità, vi sto raccontando un’altra cosa per cui è pronto il nome mobbing domestico.

E invece no, vi vorrei proprio raccontare come le violenze non possono rinchiudersi in spazi e in geometrie, in classificazioni e distinzioni tra pubblico e privato, bianco o nero. Ma avvengono proprio nell’incertezza, negli spazi incustoditi, negli spazi di nessuno, superfici scivolose e apparenze che ingannano, Le violenze abitano i luoghi, ma anche i non luoghi, il-non-lavoro-che-è-lavoro, dove i confini sono sfumati, il tramezzo, dove il consenso è anche una specie di ricatto o dove il potere è esercitato in modo ambiguo. Avviene nei vicoli bui di notte, negli sguardi che si voltano dall’altra parte. Ma anche alla luce del sole, dentro e fuori, a casa e a lavoro. Abitano anche nei vuoti legislativi e nelle parole che il legislatore sceglie, dissenso invece di consenso.

Tra due punti di fuga: quello della vittima che si restringe e quello della collettività che fa domande stupide. Ve l’avevo detto: è sempre questione di visibile e invisibile.

Il  cestello della lavatrice ha finito di girare.

Silvia Acierno

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla #unite #rompiamoilsilenzio