L’ultimo romanzo di Vito di Battista, Dove cadono le comete, edito da Feltrinelli (giugno 2025) è stato quest’anno incluso nella prima selezione per il Premio Strega, e anche se non ha poi proseguito la corsa arrivando nella dozzina, è, come tutti gli altri 79, oggetto di attenzione da parte della nostra redazione. La mia lettura ha avuto bisogno di tempo; si tratta di un libro corposo e intricato di storie e personaggi, così quando ho dovuto, per qualche motivo, interrompere la lettura, sono stata costretta a tornare un po’ indietro. Le scelte linguistiche, che lasciano spazio a costruzioni e assonanze del dialetto abruzzese, e anche a una dozzina di termini dialettali, conservati per riportarci in maniera più fedele alle atmosfere del 1938 – data di avvio la storia – hanno voluto significare per me, che non ho alcuna consuetudine con quel parlato regionale, un lento addentrarsi nella scrittura che è stato tuttavia a mano a mano più coinvolgente. Il linguaggio diventa un ulteriore personaggio del racconto, che conosci piano durante la lettura, e con il quale acquisti progressiva consuetudine.
Il materiale a cui di Battista attinge risiede nella sua storia famigliare, in particolare nelle memorie dei suoi nonni materni, tramandate peraltro essenzialmente in modo orale, sotto forma di racconto che ha accompagnato la crescita dell’autore. Per questo le voci narranti sembrano essere plurime, e spesso fanno riferimento a un’esistenza non più terrestre: sono voci del passato, sono radici e sono rami che si estendono, creando un albero delle genealogie, ma anche una rete intricata di strade che salgono e scendono, dando volto a un paese della costa dei trabocchi fatto di case più o meno comode, di botteghe; di scalini che scendono alla marina, di qualche villa signorile che guarda le palafitte dentro il mare; di campagne poverissime con casali isolati, e anfratti profondi offerti dalla terra.
Se si eccettuano i protagonisti in evidenza del racconto – Olimpo e Anita con il loro figli Giuseppe e Bianca e la serva Emma – la coralità è la dimensione della storia, che disegna il territorio e lo mette in rilievo. Il paese accoglie tutto, come un ventre che nutre le storie individuali, ma si fa contorcere dalla Grande Storia. Devo dire che ho amato molto i protagonisti: in particolare Olimpo l’impiegato dell’anagrafe poeta, che lascia la bottega di calzolaio dei genitori per seguire le sue filosofie profonde e il suo amore per Anita, la figlia del fornaio che ha perso mezzo braccio nell’impastatrice, l’unica bionda del paese. Insieme a lui ho amato Emma – la ragazza due volte “svergognata”, un’ultima volta non si sa da chi, e lo scopriremo solo in chiusura del libro – salvata dalla misera e sudicia stalla dove la propria famiglia l’ha rinchiusa, rinnegandola. Dato il figlio appena nato alla ruota delle monache, viene presa in casa da Olimpo per aiutare Anita ad allattare e crescere Bianca, in un atto di gratuita e indulgente lungimiranza. Per la bimba sarà una seconda madre, una madre dell’anima, con cui il rapporto diverrà più viscerale di quello con Anita che pure, l’ha portata nel ventre.
Dal Trentotto quando incontriamo queste genti, vediamo la comunità attraversata dalle vicende dell’Italia fascista, dall’inizio della guerra, e poi la troviamo schiacciata dentro l’angusta area della Linea Gustav, con la Repubblica Sociale Italiana al Nord e le truppe tedesche che la presidiano, per ritardare l’avanzata degli alleati da sud, fino al 1944 quando questi riusciranno a sfondare. I tedeschi, i partigiani, i prigionieri fuggiaschi o i superstiti che arriveranno al paese dalla montagna o dal mare, non li sentiremo mai chiamati qui col proprio nome: le varie presenze – con il loro portato di dolore, violenza amministrata o subita, libertà negata o ricercata – sono su uno stesso piano, e lottano per la sopravvivenza con gli strumenti che sono loro concessi; qualcuno restando a protezione della propria famiglia come farà Olimpo, senza mai negare alla ribellione contro l’oppressore il proprio supporto, anche a rischio della vita. Le comete diventeranno bombe, strumenti di morte che non sanno discernere, e senza discernere sventreranno le case e costringeranno gli abitanti alla fuga.
Olimpo ed Emma, che a differenza degli altri sanno “sentire” le voci della vita e quelle della morte, e fanno da raccordo tra le dimensioni, sono coloro che vedono i destini e leggono le forze superiori, coloro che tra i vivi e i morti aleggiano senza paura altra, forse, che quella di non poter offrire la propria protezione a chi, nella dimensione della vita terrena, vive più ancorato. Questi caratteri rimandano nella mia percezione ai fondatori di Macondo*, Josè Arcadio e Ursula. Sebbene qui non ci sia una selvatica Amazonia ma una ben più civilizzata costa abruzzese, è presente un realismo magico affidato alle suddette figure, alle visioni e intuizioni che da loro muovono.
Nell’ultima parte del romanzo troveremo i protagonisti dopo la ricostruzione, negli anni Settanta. Le loro esistenze post-belliche si muovono nel paese che ha ritrovato il benessere, e ambiscono a realizzarsi nelle relazioni e nelle professioni, senza paura di grandi cambiamenti. Alcuni segreti gettano qualche cono d’ombra che varrà la pena illuminare, per chiudere vecchi conti e ferite, ed essere pronti ad amare pienamente.
Avevo letto l’esordio narrativo di Vito di Battista con SEM, L’Ultima diva dice addio (febbraio 2018) una storia dalle atmosfere più rarefatte e misteriose, molto diversa da questa che è decisamente ambiziosa, ma risolta con grande partecipazione emozionale e aperture di riflessione profonda sul senso dell’esistenza umana.
Anna Bertini
*il riferimento è al romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez
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