In Fierce Attachments (Legami feroci, Bompiani 2016 ndr) Vivian Gornick allude alla narrazione. I legami feroci sono quelli con la nostra infanzia, la sua in un block del Bronx, un secolo fa, il melting pot, ebrea tra famiglie ebree che vanno e vengono. I legami feroci sono quelli con sua madre, un’altra donna veemente e insopportabile; eppure, necessaria e perfetta nel suo giro cosmico. In uno degli appartamenti del blocco vive la signora Kerner, madre di Marilyn, amica di Vivian. Gornick è ipnotizzata da questa figura: una donna sognatrice, assolutamente disadattata, un disastro nelle faccende domestiche, è capace di abbandonare l’aspirapolvere per giorni nel mezzo del salottino. Perché ad un certo punto, la signora Kerner lasciava quel pesante aspirapolvere antidiluviano, lo poteva lasciare anche acceso e correva da loro a raccontare una storia che aveva appena letto nel quotidiano, ehi ragazze, ho letto una storia incredibile, una donna stava attraversando la strada con l’ultimo centesimo che le restava per andare a comprare il latte…
Gornick ci dice che la signora Kerner possedeva il dono dei narratori nati. E questo dono ha a che fare con la sensibilità, con la capacità di vedere nei frammenti dell’esperienza dei pezzi che stanno aspettando di essere messi assieme, che qualcuno gli dia forma e senso in un discorso narrativo.
Non solo. È come se ci stesse dicendo che in qualche modo anche la sua narrazione viene da laggiù, come una fonte, una specie di sorgente. Perché la narrazione, il dono della narrazione, sta dentro la narrazione, è un’immagine in profondità, un riverbero: l’immagine fugace di un’isola nel cielo che appare trascurata nei racconti di Gulliver ma che per qualcun altro diventa un mondo, un minerale prezioso attorno a cui il regista Miyazaki costruirà il suo castello nel cielo nel cui stagno, altro fotogramma fugace e trascurato, ci sarà tutta l’acqua del racconto animato di Flow di Zilbalodis. Ed anche una specie di eredità, un segreto. Se questa è l’arte del narrare allora potrà pure andare in crisi ma non si estingue perché fa parte di noi. Qualcuno, anzi molti avranno quella sensibilità di ascoltare e poi mettere assieme i pezzi. Preferisco questa immagine romantica e testarda della narrazione a quella che sembra propormi Byung-Chul Han, troppo nostalgica e scoraggiata di un impossibile ritorno a un’epoca aurorale e primordiale in cui la vita stessa era narrazione. Un metaracconto quasi religioso, educativo, formativo in un monoteismo sicuramente superato.
Devo riconoscere che, quando ho letto il titolo di questo saggio del filosofo sudcoreano, La crisi della narrazione, mi sono lasciata ingannare o autoingannata, confondendo velocemente la narrazione con la narrativa e quindi la scrittura. Poco sottile, certe sfumature le scopro col tempo. E quando le scopro sono anche un po’ asina e preferisco lasciarle ai dizionari, torri che custodiscono il linguaggio e ai loro cultori. Per me la narrazione moderna sfocia nella narrativa che non è un genere ma mutazione, pagine che cambiano forma, gusci abbandonati, mute lasciate in giro o divorate. Insomma, pensavo che si parlasse di letteratura: Peter Pan è una favola sulla crescita che una madre racconta ai figli, e che una figlia maggiore racconta ai suoi fratelli, e che quella figlia maggiore, una Wendy, racconterà ai suoi nipoti, e così via, mentre il narratore la sta scrivendo, in un corto-circuito temporale. Ma Byung-Chul Hann ci vuole parlare della capacità di narrarci storie, di generare racconti collettivi, del racconto orale, mitico: quella cosa dotata di una certa aura. In un tempo di scarsità in cui si utilizzava e riutilizzava tutto anche la carta di giornale. In cui, come avrebbe scritto Annie Ernaux, l’eplorazione del sé per i più era confinata ai sermoni del parroco di paese.
La nostra è oramai una epoca post-narrativa (il post non poteva mancare, dal post-modernismo al post-umano, quanto ci piace questo prefisso!). Viviamo in un’epoca di proliferazione delle narrazioni, che sono scadute in story-telling, storie per vendere e consumare, una aberrazione narrativa. Il grado zero della narrazione come ha scritto qualcun altro. Siamo al capolinea, ce lo dicono da un po’, abbiamo esaurito e consumato anche la nostra fantasia, con le sue soglie e transiti da un mondo ad un altro. Il nulla sta divorando Fantásia e non abbiamo nessun Bastian. Eppure, la fantasia non è per il filosofo un attributo della narrazione. Ci parla di aura e poi in un modo quantomeno ambiguo scrive che la narrazione è un ordine chiuso che dà senso e offre una identità. Uno strumento capace di creare un’identità collettiva, capace di creare e fondare una comunità.
Continuo a inseguire quella suggestione di Gornick, di una storia dentro ad un’altra storia, la sua dentro quella della signora Kerner, una scintilla lontana, un barlume, il giorno in cui lei ha imparato a raccontare, un incastro che poi si perde nella notte dei tempi, quell’Ulisse irriconoscibile che commosso racconta la sua storia al re dei Feaci, mentre un aedo sta raccontando le sue gesta, mentre un altro aedo l’avrà già raccontata tante di quelle volte, mentre Omero sta scrivendo l’Odissea. Di nuovo, come se tutto stesse avvenendo contemporaneamente.
Con la chiarezza e perspicacia che lo contraddistinguono Byung-Chul Han ci spiega come le narrazioni che corrono e si accavallano sui social, siano solo autoritratti pornografici e in fondo pratiche consumiste e di controllo (“il panopticon digitale”), facendoci sperimentare un senso di finitudine e contingenza insopportabili. In fondo tutto quello che accumuliamo sono informazioni e dati in una attualizzazione permanente che ci lascia solo disorientati. Crediamo di esserci emancipati ed invece ci siamo solo imbarbariti. Siamo dei sopravviventi di un mondo disincantato, che ha perso ogni incanto e mistero.
Quando cita Proust, il filosofo coreano sembra tornare alla narrazione come narrativa e ci dice che il compito ultimo del narratore è quello di “salvare il passato”. Eppure, ognuno di noi ha un passato da salvare, un attaccamento feroce da raccontare.
“Più osserviamo da vicino le parole, più la loro retrospettiva risale indietro nel tempo.”, scrive Byung-Chul Han. Guardando indietro, ma le parole non hanno solo un fondo o una profondità, più o meno salvifica (non ci credo). Stanno anche davanti, hanno anche un futuro che non deve essere per forza apocalittico. Preferisco allora inseguire la frase in quella corsa o danza che la filosofa Hélène Cixous, ha descritto e sperimentato nei suoi testi: nel mezzo e nella calca oppure sorvolando le micronarrazioni e stories che non ci interessano, frase, frase non scappare.
Silvia Acierno
Dialoghi è il viaggio condiviso con Humanist.life per indagare il presente e il futuro della narrazione.
Insieme alle contributor e ai contributor del magazine fondato Francesco Gavatorta pubblichiamo un articolo che sviluppa un rimbalzo ideale di stimoli, riflessioni, proiezioni e teorie sul come il raccontare stia mutando sotto i nostri occhi.
Il dialogo continua qui.
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