Le celle di Turi, reclusorio fascista di coscienze prima ancora che di corpi, eccedono la funzione di semplice sfondo storico e si impongono come forma di conoscenza e di interrogazione dell’umano: una macchina di privazione che non si limita a comprimere l’esistenza ma la riconfigura esponendola a una grammatica inedita del dolore e della tenuta. Qui la politica perde ogni pregnanza e si deposita nella materia elementare del vivere: il freddo, il silenzio, la malattia, la veglia forzata e la disarticolazione del tempo.

All’interno di tale regime esperienziale l’avvocato ligure Pertini e l’onorevole sardo Gramsci, il socialista e il comunista in una topografia capovolta, emergono come due modalità irriducibili di abitare la medesima compressione storica. Nel libro di Cosimo Damiano Damato, candidato al Premio Strega, non assumono mai i tratti dell’eroismo canonico né quelli, altrettanto neutralizzanti, dell’icona memoriale. Il testo opera piuttosto una sottrazione programmatica alla retorica, restituendoli a una vulnerabilità originaria, a un’esposizione senza schermi. La loro rilevanza non risiede dunque nella monumentalità ma nella qualità dell’essere consegnati alla privazione. In filigrana affiora così una soglia ulteriore: «i poeti fanno il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo».

Pertini incarna un’etica della coerenza che si traduce come rifiuto della mediazione. Il gesto decisivo, il diniego di chiedere la grazia, non rimanda a una semplice opposizione tra clemenza concessa o negata ma dischiude la natura eminentemente politica del meccanismo: accettarla equivarrebbe a iscriversi nel linguaggio del potere, riconoscendone implicitamente la legittimità. Il suo “no” non è un moto reattivo bensì una forma, una linea morale priva di cedimenti. La coerenza, in questa prospettiva, non è sintesi degli opposti, ma intransigenza etica, impermeabilità alla logica della concessione e della connessione.

Gramsci per contro si inscrive in una temporalità altra. Mentre il corpo, già compromesso, si deteriora, il pensiero, bersaglio primario della repressione fascista che vuole che smetta di pensare, non si estingue ma si intensifica, quasi trovasse nella privazione una propria affilatura. La tenuta si disloca così dal gesto alla durata del riflettere dentro l’interruzione del mondo. Il carcere non sospende l’attività intellettuale: i quaderni persistono, dispersi e clandestini, ma la trasformano in esercizio limite. Pensare diventa pratica di sopravvivenza, disciplina interiore e lavoro continuo su una soglia instabile tra esaurimento e lucidità, e insieme responsabilità verso l’esterno. Il «pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà» cessa di essere formula e si fa prassi: vedere il peggio per sottrarre l’azione alla paralisi. E mentre il pensiero si contrae fino al minimo vitale, l’esistenza di Gramsci si àncora a gesti elementari, la cura di un’aiuola, come ultimo spazio di intervento possibile.

Il loro rapporto, maturato nella condivisione degli anni e delle ore d’aria, non approda mai a una sintesi conciliata. Si configura piuttosto come asimmetria produttiva. Nel carcere non convergono: si espongono, l’uno all’altro, come differenze irriducibili. Pertini riconosce in Gramsci la potenza di un pensiero che non necessita del gesto; Gramsci scorge in Pertini la densità di una coerenza refrattaria alla riflessione. Nessuna complementarità ma una tensione che mantiene aperto il campo della tenuta come pluralità di forme. Qui il carcere si rovescia in paradosso: non luogo di annientamento ma occasione di rivelazione dell’essenziale, due soggettività sorelle, messe da parte le rivalità politiche, insieme dentro e oltre la propria rivoluzione. L’ora d’aria diventa allora soglia simbolica e concreta: «l’ora di religione, l’ora delle parole, l’ora che sbarra la porta della solitudine…». Non abolisce l’isolamento ma lo incrina, rendendolo condivisibile. La libertà non si dà come presenza bensì come immaginazione dello sguardo, ultima estensione non ancora colonizzata.

Accanto a queste figure Luponio introduce una torsione ulteriore, quella di una soggettività deformata dalla violenza storica. «Cane anarchico mannaro», egli non articola opposizione ma incarna una metamorfosi traumatica. Il carcere non lo disciplina ma lo trasfigura. La politica in lui cessa di essere progetto o etica e diventa deposito corporeo della violenza subita. È il segno che la repressione non produce soltanto antagonismo ma anche scarto, eccentricità, alterazione irreversibile e scritte sui muri dove trovano posto le sue parole.

In tale orizzonte il titolo Nessuna grazia si articola come costruzione semantica a più strati. Da un lato designa la negazione del perdono quale tecnologia di sovranità, dall’altro il rifiuto di inscriversi nella sintassi della colpa imposta dal potere. Ma vi è un terzo livello, più sottile: la grazia come leggerezza sottratta. Nulla, nel testo di Damato pubblicato da Rai Libri, concede armonia o levità perché tutto è attrito, peso e resistenza. E tuttavia proprio questa assenza produce una forma paradossale di grazia: non estetica ma etica, non forma ma tenuta. Una fioritura costante di rovi perseveranti contro la dissoluzione.

Il carcere di Turi si configura così come figura del tempo storico degli anni Trenta: un ambito in cui la libertà non appare mai come dato ma come residuo, tensione minima che si oppone alla riduzione dell’umano. Il «rumore del niente», il silenzio che si fa lamento, il buio che si tinge di rosso sangue non sono immagini ma strumenti percettivi, tracce della trasformazione dell’esperienza sotto il regime della privazione di tutto il privabile.

Pertini e Gramsci, in questa prospettiva, non declinano un’unica idea di opposizione ma danno luogo a due ontologie della soggettività politica. L’uno custodisce la coerenza del gesto contro la mediazione; l’altro la continuità del pensiero contro la sua interruzione. Entrambi si sottraggono alla definizione imposta dal potere ma secondo linee divergenti: coerenza come rifiuto, coerenza come durata. Sempre con il proposito di coltivare una rosa bianca, in luglio come in gennaio, per l’amico sincero che mi dà la sua mano franca.

È in questa irriducibile divergenza che il libro condensa la propria verità più esigente: non nell’apologia della opposizione ma nell’indagine delle sue faglie interne. Turi cessa così di essere luogo della memoria per divenire un laboratorio concavo in cui l’umano, nell’istante della massima spoliazione, persiste oltre la propria riduzione. Come nei personaggi dostoevskiani la verità eccede ogni forma che pretenda di contenerla: deborda, tradisce, si sottrae, quasi che la colpa stessa non basti più a circoscrivere l’enigma che nomina.

Claudio Musso

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