La lettura di Nubifragio di Nicola Ravera Rafele è stata un’esperienza che, da (quasi) trentenne, rappresenta molto bene l’ansia di una generazione che vive costantemente immersa in quel senso di incertezza che, da ormai qualche tempo, sembra definire la nostra epoca. Non è il solito romanzo estivo da leggere in spiaggia; è un’istantanea di come stiamo vivendo oggi.

L’incipit sembra quasi banale. Gerry e Marta, una coppia di genitori quarantenni, sbarcano su un’isola vulcanica con la loro bambina di due anni, Bianca, in cerca di una “settimana perfetta” per staccare la spina dalla frenesia della quotidianità. Affittano una casetta che viene subito descritta come umile, ma comoda e adatta allo scopo che la famigliola si era prefissata. Intorno a loro si forma la classica bolla estiva: gli aperitivi, le chiacchiere, l’incontro con amici come Lorenza e Giovanni, la figlia adolescente di quest’ultimo, Blu, un celebre architetto un po’ sbruffone, Angelo De Masi, e una donna misteriosa che proviene dal passato di quest’ultimo, Claudia.

Ciascuno di questi personaggi ha un duplice scopo: ognuno di loro, infatti, non è solamente uno degli ingranaggi di questa storia, ma incarna anche tutti gli stereotipi della generazione che rappresenta. Gerry e Marta sono genitori da poco e rappresentano perfettamente la generazione mediana. Non sono ricchi e solidi come la generazione della rinascita economica e sociale postbellica e, di contro, non sono spigliati e avvezzi alle tecnologie e al mondo moderno come quella successiva. In loro cresce un’ansia e una crisi d’identità non da poco, specie nella sfera genitoriale.

Giovanni è un padre che fa molta fatica a interfacciarsi con una figlia complicata e scontrosa e di contro Blu è la classica adolescente frustrata e flagellata da un’incertezza che rischia di diventare strutturale nel mondo di domani e che la spinge a compiere una lunga serie di pessime scelte, spesso in ambito relazionale.

De Masi e Claudia sono i boomer: il primo è un uomo anziano con una carriera di successo e riconoscimento internazionale, ma di fatto senza mai troppo interesse per il prossimo e alla ricerca di soddisfazione in rapporti occasionali (cosa che i soldi e la fama garantiscono senza eccessive difficoltà). La seconda, invece, è una vecchia fiamma di gioventù di De Masi che, dopo un divorzio doloroso, crede che la sua vita sia terminata, rappresentando quell’usanza ormai tramontata di vedere la propria esistenza declinata solamente nel matrimonio.

Da un certo punto in poi, però, l’atmosfera riflessiva si spezza. 

Il nubifragio si abbatte sull’isola, trasformandola in una colata di fango che invade la casa.

È qui che il romanzo compie uno scatto ulteriore, perché il fango si trasforma nel grande livellatore. 

Di fronte alla forza della natura, le etichette, le differenze anagrafiche e sociali si dissolvono.

È una sensazione che in fondo, seppur con una connotazione diversa, conosciamo molto bene: ce l’ha insegnata il Covid pochi anni fa. 

Come è successo durante la pandemia, quando ci siamo ritrovati tutti isolati, fragili e impotenti davanti ad un virus che non faceva distinzioni di ceto, così i personaggi della nostra storia scoprono che di fronte all’emergenza i privilegi diventano irrilevanti.

L’azione diventa frenetica e claustrofobica. 

In questo annullamento delle differenze, Gerry cambia pelle: fino a un momento prima era l’emblema del quarantenne irrisolto, schiacciato dall’ansia e dal senso di inadeguatezza; ora, invece, l’unica cosa importante diventa la sopravvivenza della sua famiglia.
L’unica cosa importante diventa la sopravvivenza della propria famiglia, mettendo in evidenza come le nostre paure, le nostre inadeguatezze percepite e le nostre angosce diventino ben poca cosa di fronte alle vere tragedie della vita, come la perdita di chi amiamo.

È lo specchio della nostra realtà: continuiamo ad avere paura della nostra stessa ombra, a prenotare le ferie, a consumare e a litigare per sciocchezze, aggrappati all’illusione del controllo, mentre il disastro potrebbe arrivare in qualunque momento.
E solo li capiamo davvero cosa siamo, e cosa conta davvero per noi.

Eugenio Beatrice

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