«Betsy». Un nome pronunciato senza grado di parentela come se dire: «mia madre», «mia nonna», «mia sorella» significasse riconoscere una genealogia che per decenni la famiglia ha preferito lasciare indeterminata. Basta riverberarlo perché qualcosa cambi: «una modifica impercettibile della qualità dell’aria, qualche contagiosa difficoltà di respirazione, una nausea improvvisa, una tensione di tutti i muscoli, una repentina immobilità dei corpi appesi a questo nome». È da questa zona sigillata che la giovane Adèle Yon fa riemergere la sua bisnonna, quasi fosse un palombaro che tenti di riportare alla superficie una vita rimasta troppo a lungo sul fondale. Ma il movimento del libro non è quello di una discesa negli abissi seguita da una risalita ordinata, assomiglia piuttosto a fiumi che, da direzioni diverse, convergono verso lo stesso estuario. Vi confluiscono ricordi, conversazioni, messaggi vocali trascritti, dialoghi quasi teatrali, lettere, fotografie, documenti, cartelle cliniche, testimonianze familiari e ricerche d’archivio. Ogni corso d’acqua porta con sé la propria velocità, temperatura e anche verità, tuttavia nel punto d’incontro le correnti si mescolano e diventa impossibile stabilire da quale sorgente provenga ciò che si vede.

È una forma narrativa che riflette il problema da cui Yon prende le mosse: come restituire al reale una persona che nessuno ha mai raccontato interamente? Le domande di Adèle raggiungono immagini non dimenticate ma mai sollecitate, rimaste per una vita intera in una sorta di silenzio protettivo: «la memoria non ritorna parlando, anzi si ritira a ondate, rifluisce fino alla melma», fino a lasciare «le parole chiave, i ricordi automatici, i piccoli monticelli di sabbia che la marea sfiora ritirandosi». Interrogare significa allora riportare alla luce ma anche alterare ciò che si credeva sepolto. La memoria non è un archivio, è un organismo che cambia forma mentre la si tocca. E così procede anche il lettore: ogni frammento sembra avvicinare Betsy e, al contempo, sottrarla a una possibile definizione.

Le voci che affiorano compongono infatti una figura continuamente cangiante. Una nipote, figlia della sorella di Betsy, racconta una donna che «sconfinava da tutte le parti» e che la famiglia, soprattutto nella sua componente femminile, ha faticato ad accogliere. Le numerose maternità a cui Betsy viene sottoposta diventano uno dei fili più inquietanti della vicenda: i figli vengono affidati alla madre e alle sorelle, mentre lei rimane ai margini della propria maternità; il marito è spesso lontano, intrattiene altre relazioni, ma da Betsy continua a essere richiesto il rispetto del ruolo che le è stato assegnato. Le gravidanze si susseguono mentre lei si ribella sul senso di mettere al mondo figli che non può crescere, amare, nemmeno avvicinare senza che altri stabiliscano per lei quale debba essere il suo posto. «Ecco, ci risiamo. C’era da aspettarselo»: la reazione della famiglia legge così ogni suo gesto di plateale dissenso in conferma di anomalia che pretende di descrivere.

Un’altra nipote la definisce «lo scarto della famiglia», parla di una vita sulla quale «si è accanita», fino al ritorno nella casa dei genitori, quando, dopo cinquant’anni e sei figli, Betsy scopre che per lei non c’è più posto. «Questo vuol dire essere rinnegata». Eppure Yon non accompagna il lettore ad una spiegazione univoca. Anche André è ambivalente: nelle lettere e negli scritti dal fronte appare un uomo religioso, affettuoso, preoccupato per la moglie e per l’unità della famiglia, convinto che Betsy si trovi su una «china pericolosa»; altre testimonianze lasciano di converso emergere un marito autoritario, infedele, forse persino brutale. È possibile che abbia creduto di doverla proteggere ma è altrettanto difficile non chiedersi se quelle premure non coincidano con la necessità di ricondurre una donna ‘eccedente’ entro una forma accettabile nella società del secondo dopoguerra.

La questione si fa allora più intima perché riguarda la stessa Adèle. Per lungo tempo sembra accompagnarla la paura di avere ereditato dalla bisnonna i suoi presunti «geni malati» come se nella discendenza potesse trasmettersi la follia. Ma il confronto con le altre donne della famiglia introduce un dubbio più insinuante: forse ciò che passa da una generazione all’altra non è una malattia bensì una disposizione, una certa intensità, anche irosa, l’insofferenza per i ruoli, persino un’idea diversa di essere donna. La metafora del mancino costretto a comportarsi da destro acquista qui peso: l’essere diverso pertiene non solo a chi non si conforma ma anche al gesto con cui si tenta di correggerlo perché talvolta ciò che una famiglia chiama deviazione è una direzione che non sa percorrere.

È forse questa inquietudine sull’eredità a spiegare il bisogno di Yon di rivolgersi al supporto degli archivi. Betsy viene sottoposta a lobotomia per volontà del padre e del marito e trascorre diciassette anni ricoverata: dietro queste poche parole si apre un vuoto che la famiglia ha cercato di colmare con formule, reticenze e racconti parziali. La scrittrice tenta allora un’altra via. Gli archivisti che ricostruiscono le cartelle e provano a «mettere un po’ di ordine in tutti quei destini» passati tra le loro mani sembrano diventare, senza saperlo, i suoi compagni di lavoro. Anche Yon raccoglie, dispone, confronta e ricostruisce.

Ma ciò che spera di trovare nei documenti, una successione di fatti capace di restituirle almeno una versione parziale e attendibile di Betsy, si sottrae proprio nel momento in cui sembra avvicinarsi. Gli archivi sono «paraventi», come lo sono i racconti che gli adulti costruiscono per proteggere i bambini e, in fondo, sé stessi: lasciano intravedere qualcosa e occultano il resto. Adèle crede che il sapere possa sottrarla alla cecità della famiglia, che le biblioteche, i libri e i Livres de la Loi offrano un lessico altro da quella delle omissioni e manomissioni tra i parenti. Arriva anche a pensare di poter «salvare una parte di se stessa attraverso un’altra» e «mendicare l’affetto con la conoscenza». È una delle dimensioni psicologicamente più puntute: la ricerca della bisnonna non è mai solo genealogica perché sotto la domanda «chi era Betsy?» ne circola un’altra: «che cosa di Betsy c’è in me?».

E quanto più Adèle, ricercatrice di professione e, per necessità, di memorie, procede, tanto più questa domanda si sottrae alla risposta biologica che all’inizio la inquietava. Forse non ha ereditato una patologia ma una certa forma di sensibilità, non si trova nei meandri di una diagnosi ma in quelli di una disposizione dello sguardo, non dunque soltanto nelle quinte della follia che la famiglia ha normato ma nella difficoltà, che vale ancora oggi, di riconoscersi nella parte assegnata ad una donna. In questa prospettiva Betsy diventa una possibile antenata di un’altra idea di femminilità, più sotterranea, che non passa attraverso i modelli trasmessi ma sulla strada di ciò che quei modelli non sono riusciti a contenere.

La lunga parentesi dedicata alla lobotomia costituisce, in questa ricerca, uno dei passaggi il cui il testo sembra cambiare passo. Yon ne ricostruisce la storia non soltanto come pratica psichiatrica, diventata presso di gran moda e attuata non sempre in seno alla medicina, ma come dispositivo culturale: il «prima» e il «dopo» delle tante donne, il modo in cui la guarigione veniva riconosciuta nella loro capacità di tornare docili, ordinate, domestiche, riabilitate ad occuparsi dei figli, del cucito e dei lavori di casa. La definizione di lobotomia come «chirurgia dell’indifferenza» condensa questa prospettiva: le emozioni possono restare ma separate dall’esperienza che dovrebbe dare loro un senso, fino a rendere la persona meno oppositiva. Yon colloca così la pratica nella zona grigia «fra la riparazione e la punizione» dei comportamenti che la società patriarcale non sa accogliere.

Sono, quest’ultime, pagine dirimenti perché danno una dimensione storica a ciò che altrimenti rischierebbe di restare un destino familiare inspiegabile. Sono anche quelle in cui l’equilibrio narrativo, nutrito da una scrittura corposa e vivace, ben restituita nella traduzione dal francese di Sonia Folin per Neri Pozza, appare meno persuasivo. Per un tratto la scrittrice sembra allontanarsi da quella particolare scrittura “con il lettore” che aveva reso così viva la prima parte e lascia spazio alla documentarista. La materia storica si fa più estesa di quella biografica e il lettore può avvertire una pesantezza. È una riserva che non diminuisce l’interesse di queste pagine ma segnala una tensione interna al libro: proprio quando Adèle teme che i frammenti familiari non bastino, accumula documenti e contesto, quasi che una maggiore quantità di sapere possa colmare il vuoto. Ma quest’ultimo, come scoprirà presto, non è sempre e solo ciò che la ricerca deve colmare.

Perché accanto alla Betsy ricostruita dalla medicina, dagli archivi e dai ricordi ne esiste un’altra, più sfuggente e forse proprio per questo più viva: la donna che un familiare ricorda «in pace», abile nel ridere insieme agli altri quando dice qualcosa di incongruo, trasformando persino ciò che può apparire come un sintomo in una forma di umorismo. Anche i tratti che alcuni discendenti riconoscono in sé stessi, l’ossessione, la rabbia, la tendenza alla depressione, non vengono necessariamente percepiti come una condanna. La presunta ereditarietà della follia perde così i suoi contorni deterministici e lascia affiorare qualcosa di più difficile da nominare perché ciò che si trasmette potrebbe essere forse un modo di non aderire perfettamente alla misura comune e di oltrepassarla.

È qui che la ricerca di Yon si libera dal desiderio di classificare e si fa riflessione sul modo in cui costruiamo le persone attraverso i racconti che ne facciamo. Una stessa frase infatti può essere sintomo, scherzo, errore o intuizione; una stessa donna può essere, a seconda dello sguardo che la raggiunge, malata, eccentrica, vittima, incomprensibile o persino felice. Le storie familiari sono anch’esse paraventi: mostrano qualcosa e ne occultano altro, proteggono e deformano nello stesso istante, «tessuti cellulari costantemente corrosi» che la memoria tiene a galla ricucendoli ogni volta che un frammento si dissolve.

Per questo continuiamo a raccontare, anche quando sappiamo che tale narrazione non restituirà mai intatta la realtà. Nel tentativo di riportare alla luce la bisnonna, Adèle scopre Betsy: i capelli rossi, due cicatrici alle tempie, il volto avvolto in un blu di Prussia. Ma forse, a quel punto, scopre anche che il titolo del libro può essere letto diversamente. «Il mio vero nome è Elisabeth» non sembra riferirsi soltanto alla donna che cerca: quel «mio» può lentamente spostarsi dalla bisnonna alla pronipote, dalla genealogia alla propria identità. Adèle parte per sapere chi sia Betsy ma finisce per interrogare ciò che di lei può essere rimasto nella propria maniera di guardare, di pensare, di abitare i confini assegnati.

Betsy non torna alla luce come la soluzione di un enigma. Yon ci fa incontrare una persona, certo, ancora parziale, contraddittoria, indecifrabile, ma finalmente sottratta alla sola parola con cui era stata tramandata: pazza. E forse è proprio questo che Adèle eredita dalla sua ricerca: non una risposta su chi fosse la bisnonna ma la possibilità di chiedersi quanta parte di noi cominci proprio là dove una famiglia ha smesso di guardare.

Claudio Musso

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