L’edizione attuale, pubblicata da elèuthera, è del 2013, ma il libro, nelle due parti che lo compongono, nasce in tempi diversi. Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti, di Franco La Cecla, accompagnato da Non siamo mai soli. Oggetti e disegni di Luca Vitone, mette insieme due punti di vista, quello di un antropologo e quello di un artista. Entrambi riflettono sulle cose quotidiane, entrambi ragionano su un mondo che si definisce materialista, ma che allo stesso tempo ha perso la capacità di relazionarsi con la materialità dell’esistenza.

Gli oggetti sono dappertutto, e forse proprio per questo rischiano di diventare invisibili. Li acquistiamo, li consumiamo, li sostituiamo, ne conosciamo il prezzo molto più facilmente di quanto ne conosciamo la storia.

La società contemporanea produce e accumula cose in quantità mai viste, ma proprio attraverso il consumo finisce per svuotarle della loro essenza. Gli oggetti industriali, infatti, sono prima di tutto merci, sostituibili e riproducibili. Ma in realtà, quelle stesse cose così apparentemente anonime, nel momento in cui entrano nella vita di qualcuno per essere usate, conservate, ereditate o regalate, divengono portatrici di storie e relazioni. Divengono “oggetti affettivi”, che ci accompagnano e spesso ci sopravvivono.

“Le immagini pubblicate in questo libro”, scrive Vitone, “riproducono una serie di lavori da me pensati e realizzati nell’estate del 1994. Si tratta di quindici oggetti accompagnati dal disegno dell’appartamento in cui l’oggetto si trovava”. Rendere evidente la disposizione degli oggetti nell’arredamento delle diverse stanze significa per l’artista provare a suggerire i possibili itinerari di vita intorno agli oggetti e dimostrare così come le cose siano “condensatori di relazioni”.

Passando dalle immagini alle parole, l’antropologo Franco La Cecla rintraccia nell’etimologia stessa della parola “cosa” la capacità degli oggetti di intessere relazioni, di condensarle e di trasportarle nel tempo e nello spazio. “Cosa: viene dal latino causa, che attraverso il senso di “affare” sostituisce res. Questa è la stessa origine del francese chose. Il significato originario dell’inglese thing e del tedesco ding sarebbe un’assemblea, una riunione di persone. Cosa starebbe per la presenza di un’entità, anche astratta, che sta in mezzo a due o più persone. […] Come se le cose per loro natura avessero la qualità di stabilire relazioni tra esseri umani, di rendere concrete queste relazioni”.

L’“oggettualità” delle cose, dunque, sarebbe per La Cecla proprio la capacità di entrare in relazione con chi le usa e di modificare l’esperienza di chi le incontra. Non siamo noi soltanto a usare gli oggetti: in qualche modo, gli oggetti trasformano anche noi.

“Le cose sono troppo cariche delle interazioni tra noi ed esse, del rapporto di soddisfazione e assenza, per essere ovvie. Esse costituiscono quelle che Wittgenstein chiama le «forme di vita», il dato, il contesto della nostra esperienza singolare e locale”.

Se dunque parliamo di una relazione reciproca tra cose e persone, per conoscere noi stessi, per capire la nostra umanità non possiamo fare altro che passare attraverso gli oggetti, i feticci moderni tanto agognati, i vecchi giocattoli dell’infanzia, gli oggetti di famiglia ereditati, regalati o dati in pegno, quelli buttati via e diventati rifiuti. Perché in fondo, conclude La Cecla nel paragrafo intitolato Anch’io come cosa:

“È la nostra concezione della materia inerte che, lungi dal difenderci dalle seduzioni degli oggetti, ci conduce invece verso di essi. Nella loro presenza inesplicabile e ostinata, nel loro resisterci, c’è proprio la fonte originaria del nostro desiderio di impossessarcene, ma anche di diventare come loro […] il nostro corpo è oggetto e soggetto allo stesso tempo e lo è tanto per gli altri quanto per noi, ma è la sua ambigua materialità che ci apre la conoscenza del mondo circostante. Noi siamo parenti delle pietre, delle fonti, delle costellazioni e della polvere.”

Loredana La Fortuna