Luca Rastello
6 luglio 2025
Lo sguardo che ci manca
Sara Beltrame
Una delle tante cose che ricordo di Luca è il suo modo di ascoltare.
Mettersi all’ascolto significa prendere posizione e per questo ascoltare è un atto politico, è l’occupazione di uno spazio. Al contrario di quello che raccontano certe geografie ereditate, gli esseri umani, se volessero, sarebbero in grado di occupare lo spazio dell’ascolto anche aprire frontiere, non solo per chiuderle. Questo faceva Luca, ascoltando.
Ultimamente me lo immagino con uno sgabello di legno con la seduta in paglia stretto sotto il braccio. Gira, si sposta e lo piazza saltandoci su ogni qualvolta ha intenzione di sentire una storia. Riprende lo sgabello, lo posiziona in un altro luogo e si rimette all’ascolto. Quando ha un bel po’ di materiale, si ferma. Ora è lui a raccontare. Ci restituisce il racconto costringendoci a mettere il dito sulla mappa e a guardare lì dove nessuno aveva visto nemmeno la parvenza di un territorio.
Lí, nessuno ci appoggerebbe nemmeno la punta del piede.
I luoghi in cui il corpo di Luca si muove e poi si ferma, sono dissestati e marginali. Sarebbe un conforto dire che oggi quei luoghi hanno fatto pace con se stessi ma la verità è tutt’altra e non vale la pena nemmeno spiegarne i perché.
A dieci anni dalla sua morte, l’opera di Luca Rastello continua a parlare con una lucidità devastante. Non lacererebbe così tanto se fosse ancora qui o se le cose andassero diversamente. Giornalista, scrittore, intellettuale inquieto, Rastello ha attraversato i nodi più spinosi del nostro tempo — la guerra, la cooperazione internazionale, il sistema carcerario, le migrazioni, i margini del potere — con uno sguardo che rifiuta le comodità ideologiche. Per questo, rileggerlo oggi non è solo un esercizio di memoria, ma un atto necessario per ricollocarci dentro al caos.
Senza cercare colpevoli, la sua scrittura non è mai un rifugio morale perché smonta le impalcature di un pensiero pigro e adagiato nel silenzio. È una qualità rara in un’epoca che tende a ridurre il complesso al binario o a deviare l’attenzione su “altro” o sull’“altro”. Il suo lavoro mantiene solidità perché mette a disagio e costringe a riconoscere le ambiguità anche nelle buone cause.
A dieci anni dalla sua morte, manca la sua voce per quello che avrebbe detto, ma anche per il modo in cui lo avrebbe fatto: senza appartenenze, senza slogan, senza paura di dispiacere, senza compiacere nessuno. In un’epoca dove tutto tende a polarizzarsi, Luca Rastello ci allerta: per alcuni pensare è un esercizio solitario e per questo va realizzato pluralmente con rigore e costanza.
Rileggerlo oggi è un modo per non perdere il senso critico e per allenare la nostra capacità di dubbio che è il primo passo verso la comprensione del presente.

Ogni anno, quando arriva questo giorno, pongo sempre la solita domanda: “Luca, quando torni?”.
Non so a chi io lo chieda, se qualcuno ascolti e vada a riferirglielo, se arrivi ogni anno direttamente a lui. Chissà dov’è, cos’è?
Oggi invece non glielo chiedo “Luca, quando torni?”, perché ho capito dopo tanti anni che Luca mi abita.
Abita il mio parlare, il mio scegliere, il mio muovermi nello spazio. Lo consulto sempre, sempre. E ricordo bene le direzioni che mi dava allora, oggi, domani. Perdura, vivo più che mai. E io e noi siamo la sua casa.
Lo consulto sempre, ma il bello è che Luca non mi diceva mai “Dovresti fare, dovresti andare, dovresti dire”. Mai. Luca raccontava come si era mosso lui, cosa aveva fatto, detto, costruito. Luca raccontava le avventure, gli incontri, gli insuccessi, gli errori, le incomprensioni, i successi, il bello che aveva trovato, il marcio che aveva scavato, l’amore che aveva ricevuto e provato, le lacrime amare, i sorrisi dolci che aveva raccolto.
E io muta, e io in ascolto. Delle sue parole e di me. Perché Luca mi ha sempre dato gli strumenti per parlare, scegliere, muovermi nello spazio in autonomia. Viaggiare anche senza altre sue parole. Andare avanti e oltre anche senza Luca. Un Maestro.
Chissà dov’è, cos’è? So chi è, per me, per tutti noi che lo portiamo come si porta un orecchio, come si chiudono gli occhi, come si sente freddo, come si avanza con piedi radicati.
Grazie Luca.
Benedetta Mincarini

Quello che proprio mi piaceva di Luca era il modo con cui contemporaneamente ascoltava una storia e pensava a come restituirla sulla pagina, si vedeva dagli occhi che stava mettendo in atto questa operazione di riscrittura. Tutte le storie che mi ha raccontato attraverso i libri, forse in virtù di questo suo talento, erano originali, precise, inquietanti e molto coraggiose.
Antonio Pascale
9 luglio 2024

Con Maurizio Giusto. Foto di Paolo Siccardi
La foto è stata scattata all’inizio dell’estate del 1993, il clima è mite anche a Lučko, dopo averci fatto assaggiare i – 20 gradi di gennaio. Abbiamo 2 auto e due furgoni: il comitato ha dispiegato le vele dell’accoglienza e le persone le portiamo in salvo sono sempre più numerose.
Arriviamo coi fax (le famose dichiarazioni di accoglienza), portiamo abiti, medicinali e cibo e ripartiamo con gruppi di persone, via, verso le famiglie ospitanti che le attendono.
Litighiamo Luca e io.
E lo scatto coglie due fatti non rari: che lui e io si discuta, che lui sia impettito e battagliero come ogniqualvolta avvertiva la seppur remota possibilità di perdere in una disputa.
Voleva fare un giro ampio, Luca.
I compagni di viaggio e io, no. Mandarono avanti me, a dirglielo.
Pochi giorni prima, 29 maggio 1993, un convoglio di aiuti umanitari che da Brescia andava a Zavidovići in Bosnia centrale, era stato assalito. Sergio Lana, Guido Puletti, Fabio Moreni vennero uccisi mentre Agostino Zanotti e Christian Penocchio si salvarono scappando nei boschi.
Avevamo paura, ma secondo Luca la paura non doveva averla vinta.
Accettò, brontolando e il suo dissentire fece da sottofondo agli 800 chilometri che ci separavano da casa, dove però arrivammo interi, stanchi, sfiniti, sporchi, affamati, ma salvi!
Luisa Mondo
9 luglio 2023
Dal Barbiere

In questa foto Luca è già entrato dal barbiere.
Non c’è stato modo di ribattere alla sua decisione.
E perché farlo, tutto sommato?
In questa piccola foto in bianco e nero, è settembre.
È il 1996.
Siamo a Tuzla.
Il 25 maggio del 1995 qui ebbe luogo il massacro della Kapija da parte dell’esercito della Repubblica Srpska, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.
Alle 20.55 una bomba a frammentazione esplode. Sono civili quelli che muoiono, la maggior parte di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni. Duecentoquaranta feriti, settantuno vittime, cinquantuno delle quali vengono sepolte tutte insieme nel cimitero di guerra del parco, alle cinque della mattina, di quattro giorni dopo.
La sequenza scattata nel 1996, in viaggio in Bosnia con Luca, continua.
Nelle foto successive: lui è seduto su una sedia in legno, la testa reclinata, ha le guance ricoperte di schiuma da barba; il barbiere – un signore piccolo, con baffi e capelli bianchi – affila la lama sulla coramella compiendo un gesto che fino a quel momento ho solo visto raccontato in altri formati (foto, film, film muti); la lama del rasoio sfiora il mento di Luca; quando la lama arriva alla gola, Luca sorride in quel modo, sotto la schiuma da barba.
Sta per dire qualche cosa, dopo quel sorriso. Sarà di un’ironia nera, tagliente. Capirò una minima parte di tutti i sotto-testi contenuti nella sua frase; mi preparo a gestire la frustrazione di non potergli chiedere ulteriori spiegazioni. Sarebbe peggio. Sorrido. Scatto. Sorrido e scatto. Taccio.
Qualche minuto prima di entrare nel “Salon” (e non qualche minuto dopo esserne uscito), Luca racconta la storia di Tuzla dicendo che i ragazzi massacrati stavano partecipando a un concerto, quando la bomba è esplosa. Non ho trovato conferma di questo particolare mentre online cerco – oggi – di ricostruire il fatto storico. Google mi propone invece attività amene da svolgere a Tuzla, su Tripadvisor.
Luca racconta il fatto, poi mette una pausa di silenzio, poi entra dal barbiere. Scatto. Sorrido.
Quando quel settembre del 1996 arriviamo noi, lì c’è un bel sole. Il cielo è azzurro e la gente ha improvvisato un mercatino sul ciglio della strada. Si vende di tutto, dalle forchette alle coperte. Le cose sono appoggiate per terra, tra la calce bianca e i sassi. Le strade si chiamano “strade” ma non lo sono, le case “case” ma non lo sono, le persone “persone”. Prima di arrivare a Tuzla, Luca ci dice che vuole andarci per farsi la barba.
A un certo punto vede un CD di Bjork poggiato per terra, lo raccoglie, senza esitare paga, me lo regala. È “Post”. È uscito in Giugno del 1995, un mese dopo il massacro. Lo conservo ancora? Lo conservo ancora, sì.
Continuiamo a camminare, a ogni passo una storia perché è così che va con lui.
A ogni passo c’è una narrazione, ci sono nomi e cognomi, ci sono luoghi, coordinate, ci sono tutti i dettagli di uno sguardo che conosce il significato della parola “cura”, dei verbi “prendersi cura”, “curare”.
Ho la sensazione di stare vicino a un extraterrestre.
Questa è la scusa che mi racconto per non riuscire a sintonizzarmi con le sue frequenze. “È un extraterrestre, non si può capire tutto. Proprio tutto. È impossibile. Non parliamo la stessa lingua. Abitiamo pianeti diversi.” O anche uno che parla con gli Déi, se ci piace di più una metafora classica. Il risultato non cambia. Riesco a collocare nella mia personale bibliografia di ventenne borghese trevigiana, un dieci per cento di quello che Luca racconta. Forse un cinque. Per il resto posso solo mostrare la mia infinita ignoranza, prendere appunti mentali, in un silenzio che durerà giorni. Dura da anni. Ora, trent’anni dopo, le cose non sarebbero diverse. L’ignoranza è una distanza davvero molto, molto complicata da accorciare. Per quanto una si sforzi, sarò sempre a corto di esperienza e d’altronde lui è un extraterrestre.
Sia come sia quello che riesco a fare adesso, oggi, che mi è data la possibilità di ritornare con la mente a quei giorni, è rileggere e comprendere che cosa – finalmente -, che cosa ci fosse di così straordinario di stare con Luca Rastello in quella terra martoriata, stipati in una macchina bianco sporco tutta scassata, che a un certo punto perde una gomma.
Vista da qui, quella specie di avventura – curioso, no?, che si possa definire “avventura”, quel viaggio? Non la dice forse lunga sul territorio che abitavo e abito tuttora? – vista da qui quell’avventura possedeva una costante che ha a che vedere con quell’essere umano che entra dal barbiere a Tuzla nel Settembre del ’96.
Sarebbe a dire: la caparbietà di compiere gesti ordinari dentro al caos.
L’eleganza di compiere gesti ordinari dentro al caos.
La sfrontatezza di compiere gesti ordinari dentro al caos.
La forza di compiere gesti ordinari dentro al caos.
L’ironia nera di compiere gesti ordinari dentro al caos.
Il talento di compiere gesti ordinari dentro al caos.
Compiere gesti ordinari dentro al caos e renderli straordinari.
In ogni luogo in cui arriviamo, in Bosnia, la prima cosa che Luca fa, è un gesto ordinario. Lì dove io cerco di mettere ordine alle emozioni, se non posso mettere ordine allo sguardo, lui comincia da zero. Si toglie le scarpe, fa il caffè, va dal barbiere, stappa vino rosso, si gratta il lato destro del collo con la mano sinistra, sorride.
E chi glielo ha insegnato?
E dove lo ha imparato?
E quanto allenamento ci vuole per ballare la vita dentro la morte?
Sara Beltrame
9 luglio 2021
Carlo Greppi ricorda Luca Rastello in occasione del suo 60° compleanno.
“Luca è stato un grande indagatore del reale, soprattutto delle ferite aperte, delle faglie che nel nostro presente in qualche modo condizionano la vita soprattutto di chi vive ai margini della società. Dalla guerra al narcotraffico, dai migranti all’alta velocità, dal disagio psichico al complesso tema del terzo settore, del male che si nasconde anche nel bene, Luca ha sempre cercato di sbatterci in faccia, anche con forza, con convinzione, la complessità del reale.”
La casa editrice Chiarelettere ha pubblicato in questi giorni una raccolta di articoli di Luca Rastello dal titolo Uno sguardo tagliente.
9 luglio 2020
29 settembre 2019
Livio Milanesio recensisce il libro postumo di Luca Rastello
La riga incompiuta
6 luglio 2018
Gabriele Vacis legge per exlibris20 un brano tratto da Piove all’insù di Luca Rastello, Bollati Boringhieri, 2006.
Luca Rastello era uno scrittore, un giornalista, un amico; e anche il direttore responsabile di exlibris, quando era una rivista cartacea.
Il 5 luglio scorso è stato pubblicato un libro postumo di Rastello: Dopodomani non ci sarà. Sull’esperienza delle cose ultime per la casa editrice Chiarelettere e a cura di Monica Bardi.
Grazie a Giovanna Giovannozzi che ha scelto il brano di Luca e a Gabriele Vacis e Roberto Tarasco che hanno contribuito con noi a questo ricordo.
Ricordate e leggete Luca Rastello!
Roberto Tarasco è il regista del video.
Torino è la location.
6 luglio 2017

Qual è l’algoritmo della memoria? Può uno sguardo, una voce, una parola o un’emozione essere la risposta che cerchiamo nella rete infinita di dati che compongono il nostro vissuto? Vorrei poter attingere ai miei ricordi inserendo delle keyword e aprire con quelle chiavi i cassetti della memoria. Sbirciarci dentro, e ritrovarmi. E ritrovarti, Luca.
Si sa, affinché una qualsiasi ricerca conduca a risultati efficaci è essenziale un’accurata selezione di parole chiave. Ecco, partirei da qui. Ti cercherei alla voce ‘amico’, ma anche ‘maestro’ e ‘compagno di viaggio’ e poi, giusto per farti incazzare, digiterei nella mia ideale finestra di ricerca anche la parola ‘intellettuale’.
Invio le mie chiavi e aspetto le risposte.
Al primo posto, senza troppi giri di parole, la tua voce in grassetto sottolineato che rimanda al mittente l’offesa più grande: “Intellettuale lo dici a tua sorella!”
Provo ad aprire la pagina e trovo una classe di giovani holdeniani entusiasti e un po’ sbruffoni ammutolita di fronte al tuo sdegno. Avevi un bagaglio di conoscenze che ammaestrava con voce semplice le nostre inquietudini. Sapevi sciogliere i nodi complessi della politica internazionale svelando interessi e connivenze, ne raccontavi gli intricati retroscena trasformandoli in narrazioni avvincenti. Amavi i Balcani in ogni loro espressione: il cibo, la grappa, la letteratura. E amavi parlarne, mentre io amavo ascoltarti. Un affabulatore, un professionista della narrazione, un imbonitore di anime curiose. Uno scrittore, un giornalista, un saggista. Insomma, qualunque cosa. Ma non un intellettuale: troppo infarcito di certezze, troppo lontano dalla vita.
Il secondo risultato è la tua Uno color carta da zucchero che percorre le strade accidentate della ex Jugoslavia con a bordo noi quattro. Tu il maestro e noi tre gli allievi, in viaggio attraverso paesi bombardati, ponti crollati, paesaggi desolati, frontiere, dogane, incontri emozionanti e fughe da pericoli improvvisi. Tu alla guida che racconti di elfi e di Islanda, noi che ascoltiamo rapiti. “Un paese è salvo finchè c’è magia, che è innocenza, che è come essere bambini” dici. Poi ti guardi intorno, indichi il paesaggio devastato dalla guerra “Qui hanno dimenticato che gli elfi esistono, e che non bisogna infastidirli”. Io che ti chiedo di ascoltare Fossati, tu che detesti le consonanti trascinate che puntellano i versi delle sue canzoni, io che insisto, tu che lanci la cassetta dal finestrino della tua Uno color carta da zucchero. Io non ti ho mai perdonato quel gesto.
E poi ci sei tu, al terzo posto tra i risultati più rilevanti della mia ricerca. Anzi non ci sei.
È l’8 luglio del 2015, sono al Monumentale di Torino. Arrivo dal lavoro, accaldata e senza fiato. I dolori alla schiena sono insistenti, ma non ci bado. C’è tanta gente… me ne rallegro. Poi scopro con un certo orrore che ci sono diverse sepolture, ingressi distinti, invitati separati. Ti aspetto all’ingresso principale. Ci sono alcune facce note. Meno di quante mi aspettassi. Conto le assenze e mi stupisco. Te ne vorrei parlare, “Perché non sono qui?” Sono tante le cose che vorrei dirti. Vorrei chiederti scusa. Per non essere venuta alla festa per l’uscita dell’ultimo libro. Per non averti cercato quando è iniziato il tuo ultimo giro in ottovolante (così chiamavi i cicli di chemioterapia). Per non aver saputo coltivare negli anni questa nostra amicizia. Coltivare sì, coltivare. Sporcandosi le mani, piegando la schiena, faticando e sudando, così si alimentano le amicizie. Io con te non l’ho saputo fare. Mi sono lasciata distrarre dalla piccola quotidianità, mi sono persa quei pezzi di me che tu conoscevi e apprezzavi (magari anche esagerando un po’). Vorrei ringraziarti per avermi fatto leggere La guerra in casa prima ancora che diventasse un libro. Per l’omaggio che hai fatto alla nostra amicizia consegnandomi quei capitoli ancora in bozze. Per avermi raccontato di Srebrenica facendomi piangere e incazzare. Mi hai regalato storie che sono diventate parte di me.
Vorrei dirti tutto questo mentre l’afa mi annebbia i pensieri. Ti cerco tra la folla. Mi aspetto di vederti sorridere in mezzo ai tuoi amici. Ma tu non vieni. Sono qui per salutarti, ho creduto ingenuamente che bastasse la comunione di persone che ti hanno amato, che mettere insieme i nostri dolori ti avrebbe portato tra qui. Magari non vivo e reale, ma vicino e sentito.
Ho imparato quel giorno e noi giorni che l’hanno seguito che non avrei mai potuto abbracciare le tua assenza. Ero li, davanti al Monumentale ad aspettarti. Ma tu non sei venuto.
Premo il tasto canc. Annullo lettera dopo lettera le chiavi di ricerca. I ricordi tornano in ordine a popolare la memoria sedimentata. E l’algoritmo rimanda solo assenza.
Giovanna Giovannozzi
A come Srebrenica è un testo teatrale di Giovanna Giovannozzi, Roberta Biagiarelli, Simona Gonella nato dopo il viaggio in Bosnia con Luca Rastello ricordato nelle parole di Giovanna Giovannozzi. Da quasi venti anni Roberta Biagarelli porta in scena questa narrazione civile per tenere viva la memoria dell’ultimo genocidio compiuto in Europa dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Roberta Biagiarelli scrive: “In Italia ancora troppe poche persone sanno cosa è accaduto a Srebrenica 20 anni fa, nel luglio del 1995, non si studia sui libri di scuola. Manca ancora oggi una piena assunzione di responsabilità da parte dell’Europa tutta per questo luogo dove è stata scritta una delle pagine più oscure del Novecento. Il Memoriale delle vittime di Srebrenica a Potocari non è ancora un memoriale europeo, dolore e vergogna nascono come gemelli, e chiedono che l’Europa si ripensi a partire da un’altra prospettiva, quella appartenente all’umano.”
Così abbiamo deciso che questo testo mai pubblicato in Italia sarà scaricabile da questa pagina fino all’11 luglio giorno in cui avvenne il genocidio a Srebrenica.
Grazie a Roberta Biagiarelli per il lavoro di questi venti anni e a Giovanna Giovannozzi per aver condiviso i suoi ricordi con tutti noi e per aver scritto questo testo che non ci sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stato il suo incontro da allieva con il maestro e poi amico Luca Rastello.

27 giugno 2017
Due anni fa un articolo di Repubblica annunciava che Luca non c’era più e lo diceva con questo titolo che mi colpì molto: Luca Rastello, il lungo addio degli amici di tutte le vite.
Il 27 giugno di venti anni fa io sono stata parte di una delle vite di Luca Rastello, una di cui si conosce poco o niente.
Il 27 giugno 1997 Exlibris veniva registrata al Tribunale di Avellino e dopo un anno di “prova” diventava ufficialmente una rivista. Per essere registrata una rivista aveva bisogno di un Direttore Responsabile che fosse un giornalista. Io non lo ero (e non lo sono) e quando ho dovuto cercarne uno, la mia amica Sara B. mi propose di chiederlo a Luca Rastello.
Io Luca l’avevo incrociato un anno prima nei corridoi della Scuola Holden. Lui era lì come docente a tenere un seminario sul libro Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek. Io non avevo frequentato quel corso, ma i miei compagni che lo fecero capirono subito che davanti a loro avevano una persona speciale. Un giornalista, uno scrittore, un uomo appassionato. È impossibile descriverlo con una sola parola o immagine, lui era un uomo che non raccontava semplicemente (gesto già di per sé complesso se lo si fa bene), ma lui osservava, viveva, agiva, sbagliava, studiava, andava avanti. In uno degli ultimi libri che ha scritto insieme ad Antonio Pascale dal titolo Democrazia: come può fare uno scrittore? (Codice Edizioni) diceva “La tensione alla verità (il senso politico pure) non va raccontata, va praticata: lo scrittore deve togliersi la toga e farsi cittadino.” Lui era quello che predicava: era cittadino e poi scrittore.
Tornando alla “nostra” piccola storia.
Per me lui era un eroe moderno. Una persona che aveva contribuito a salvare dei profughi della guerra in ex-Jugoslavia portandoli in Italia e salvandoli dall’atrocità del conflitto (quel conflitto a due passi da casa) mentre la nostra vita andava avanti normalmente: questo faceva di lui un eroe moderno.
Perciò all’inizio mi vergognai di fargli quella proposta. Lo chiamai e gli chiesi se aveva voglia di essere il Direttore Responsabile di questa rivista nata al Sud ma di fatto realizzata da giovani provenienti da tutta Italia. Lui stimava Sara (con cui fece un viaggio insieme ad altri compagni in ex-Jugoslavia) e accettò perché lei garantì in qualche modo. Ma Luca fece di più nel tempo: mi parlò tanto, mi consigliò, mi rimproverò, mi sostenne, ma mi lasciò libera di continuare la mia strada. E poi venne ad Avellino, passò qualche giorno con noi e si presentò alla città dove raccontammo pubblicamente di questa nuova avventura.
Luca era generoso. Era lì con noi ragazzi (quelli che vedete in foto) quasi sconosciuti in una città a lui nota solo per la DC e per le vecchie partite di calcio Avellino-Toro. Lui in quei giorni (in quella foto) faceva parte di noi perché Luca credeva negli altri, senza retorica. Quella serata fu speciale. Lui amava raccontare e noi eravamo incantati ad ascoltare. Non ricordo (e questo mi dispiace un sacco) tutte le cose che furono raccontate. L’unico ricordo che ho è sentimentale (e kitsch di kunderiana memoria, direbbe Luca) come tutto questo racconto: era nata da poco sua figlia Elena e ne parlava con un amore immenso. Era un racconto spontaneo, senza filtri. Elena l’ho vista due volte: la prima volta in foto da bambina e la seconda da donna due anni fa al Cimitero. Entrambe le volte l’ho vista sorridere.
Ora che exlibris20 è tornata non potevo non ricordare Luca e ci saranno ancora altri due momenti per farlo su questo spazio. I ricordi scelti sono quelli personali, non dell’intellettuale, ma della persona. Perché io sono riconoscente a Luca: lui era quel tipo di persona, intelligente acuto ma capace di parlare con tutti; era in grado di trasmettere sapere anche solo raccontandoti una storia mentre ti accompagnava in macchina a casa.
Luca Rastello va ricordato e studiato come intellettuale. E tante persone lo fanno benissimo. La sua lucidità sul presente è importante oggi più che mai.
A noi che abbiamo fatto un pezzo di strada insieme (magari anche poco noto) va il compito di ricordarlo nel suo essere uomo e intellettuale. Amico e maestro.
Lea Iandiorio


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