Guia Soncini fa parte di quella che Sontag chiama altrove la repubblica dei letterati. È una giornalista e scrittrice, con ospitate televisive e spazio su riviste e giornali. Nella rubrica L’avvelenata, tra articoli apparentemente satirici e controcorrente, all’indomani dell’assegnazione del Nobel per la letteratura alla poetessa canadese Anne Carson, non ha salvato nessuno: né chi ha celebrato la notizia, ognuno a modo proprio, né la stessa Carson. Il bersaglio del testo non sembra tanto Carson ma noi, pubblico di riferimento, la massa di incolti che ci gratifichiamo a basso sforzo. Che ci fingiamo colti. Anche Carson è trattata come un’impostura intellettuale.
Pur di rispecchiarci in questo nuovo totem, in questa scrittrice malata di Parkinson che era in Islanda ad ascoltare il vento, avremmo, secondo Soncini, sospeso il senso del ridicolo. Solo che un’altra scrittrice, Rachel Cusk, in un saggio raccolto in un libro chiamato Coventry, parlava proprio della sospensione dell’incredulità, che qui vorrei intendere come quel momento esatto in cui i parametri normali o consueti di giudizio non funzionano più. Quando l’arte non è rassicurante preferisco questa forma di sospensione dell’incredulità, molto più carsoniana, alla sospensione del senso del ridicolo evocata da Guia Soncini.
Il tono è quello della provocazione e del dissenso rispetto all’entusiasmo per la decisione svedese. Ma il righello è corto.
L’Accademia svedese ci avrebbe assecondato in queste nostre velleità, avrebbe dato il pane alla midcult a cui, secondo il testo, apparteniamo. Soncini torna sul premio Nobel di Ernaux, anche lì un abbaglio, anche lì la letteratura confessionale così facile da scrivere. Per Soncini noi ci vendiamo come lettori di Carson di cui forse non abbiamo neanche letto una poesia.
Ma Carson non è facile né fuori dal tempo per il suo legame con i classici greci, neanche quando nell’intervista, alla richiesta di consigliare un libro dell’ultimo anno, risponde di leggere testi risalenti al 500 a.C. Così come Ernaux non ci raccontava i suoi drammi e basta.
Lasciamo per un attimo questa polemica e passiamo alle motivazioni dell’Accademia e alla critica internazionale. Anne Carson non è più un prodotto della midcult ma una poetessa e scrittrice radicale, d’avanguardia. Carson ha liberato l’immaginazione. Ha fatto dell’erudizione un’emozione devastante. Ha fatto del dolore più intimo, lirica e verso libero.
Nella motivazione solenne del premio si legge: «Per la sua opera audace e inventiva che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea». Quel playful, tradotto con giocoso, aveva catturato la mia attenzione. Il gioco e il piacere del gioco in una motivazione così istituzionale, così seria. Una parola che colpisce anche pensando agli scrittori uomini, a cui si è spesso concesso il lusso del pastiche e dell’ironia, del gioco come massima sofisticazione formale, per ammantarli però di serietà all’ora della ricezione del premio di turno. Colpisce anche pensando ai più recenti Nobel al femminile e a quanto spesso alle scrittrici si chieda di testimoniare il dolore, il trauma, insomma di essere serie. Ma qui non farò il discorso delle quote rosa al Nobel per la letteratura. Penso che quella rivoluzione sia già avvenuta in quel consesso, non solo negli anni pari come sostiene Soncini. Una rivoluzione è quella parola playful, perché aderisce imperfettamente a Carson e perché vuol dire che non abbiamo più bisogno delle vecchie categorie, che il gioco si è fatto serio. Ma per riconoscere questa rivoluzione bisogna essere disposti a stare al gioco. La provocazione, da sola, rischia di restarne fuori.
Ma torniamo a quello che dice Sontag sulla repubblica internazionale delle lettere e al privilegio e responsabilità di parlare da una piattaforma. Qual è il punto di Sontag? Proteggere la complessità e la comprensione reciproca attraverso la letteratura. Almeno questo è il senso che do all’idea di un “impatto” della letteratura. Il beneficio per l’umanità richiamato dal testamento di Nobel offre un orizzonte a questa riflessione. Che Carson stia elevando il discorso non ho nessun dubbio. Che lo stia facendo l’articolo della Soncini non credo. Il giudizio sui lettori crea una barriera tra chi sarebbe in grado di riconoscere il valore letterario e tutti noi con i nostri abbagli.
Utilizzare uno spazio editoriale di rilievo per suggerire che siamo dei finti colti che celebrano ciò che non capiscono non produce dibattito culturale. È un esercizio fine a se stesso che si autoalimenta. Invece di usare la piattaforma per spiegare perché Carson possa essere o meno un Nobel meritato analizzando i testi, l’articolo propone una lettura dei comportamenti del pubblico, concentrandosi sulle presunte motivazioni di chi la celebra. Spiegare Carson avrebbe richiesto un confronto più approfondito con la sua opera.
Anche la provocazione rischia così di diventare quel prodotto pop e prevedibile che vorrebbe criticare.
Per fortuna Carson mi ha insegnato che le parole rimbalzano, che se le lasci fare fanno quello che vogliono fare e quello che devono fare.
Silvia Acierno
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