Liza, protagonista di Playlist per quando torni di Beatrice Dorigo, è una ragazza che vuole capire, che ha bisogno di mettere ordine, di dare un senso a ciò che le è accaduto e a ciò che le sta accadendo.
Ha 19 anni e vive in una cittadina sul mare che, d’inverno, si svuota, riflettendo gli abbandoni che costellano la sua vita: è stata abbandonata dal padre all’età di dieci anni e, successivamente, dall’amica con cui è cresciuta, trasferitasi in una città più grande. Vive con una madre costantemente sdraiata sul divano, che la lascia sola nella gestione della quotidianità.
Come si possono costruire relazioni significative? Lei stessa asserisce: «Quando cresci con una madre che è sempre triste per i cazzi suoi, capisci subito qual è il tuo potere sulle emozioni altrui. Zero.»
Liza sente di non essere protagonista della propria vita, ma di subirla, di dover elaborare le conseguenze delle scelte fatte dagli altri.
Ogni abbandono lascia una crepa dalla quale, come afferma lei stessa, «esce quello che dovrebbe restarti dentro, protetto e sacro, perché senza, poi, funzioni male».
Qual è la formula per “funzionare bene”?
Nelle case lasciate vuote dai villeggianti incontra Milo, un ragazzo con cui scopre la sessualità e una nuova tavolozza di emozioni: un ragazzo bello, proveniente da una famiglia normale e portatore di quella stabilità emotiva che lei sta cercando.
Dopo un incontro con Milo, sintetizza così ciò che prova:
«Prendo questa tenerezza e la piego come un origami, mille volte richiudo su se stesso, come la lista della spesa che ti dimentichi di controllare e che ritrovi mesi dopo nella giacca, la apri e non sai nemmeno cosa c’era scritto sopra, ma sono sempre le stesse quattro cose di cui hai bisogno, quelle di cui hai bisogno ogni volta.»
Sempre le stesse quattro cose.
Che quando cerchi, chissà perché, sono finite e non le trovi mai.»
Entrare nelle case degli altri è, per Liza, come entrare momentaneamente nelle loro vite, sbirciare attimi di normalità, osservare da vicino quella stabilità che a lei è mancata.
Il libro inizia con una pagina vuota, in cui troneggia, scritta in corsivo, la frase: «E poi sono tornata a casa e lei non c’era più.»
A scomparire è la madre: da presenza inerme sul divano diventa un’assenza concreta, un altro abbandono, un’altra crepa. Liza, però, non racconta a nessuno della sua scomparsa, cerca anche in questa situazione di capire l’emozione che si genera in lei.
Decide così di creare una playlist: ogni capitolo ha per titolo una canzone scelta nel repertorio punk-rock dagli anni Ottanta agli anni Duemila, alla quale si può accedere attraverso un QR code alla fine del libro. Il lettore, ascoltando le canzoni prima o durante la lettura, segue le variazioni emotive della protagonista e diventa parte attiva della ricerca che Liza sta portando avanti.
La ricerca della protagonista diventa così anche la ricerca di ogni lettore: quella che inizia con l’adolescenza e che, forse, non ci abbandona mai. È la ricerca di un senso da dare a ciò che ci accade, ma anche di un volto concreto da dare al concetto di serenità.
I personaggi sono descritti in funzione del riverbero che hanno sull’anima della protagonista. L’azione è, in fondo, una lunga attesa che conduce Liza a fare i conti con le proprie crepe.
Durante tutto il libro, Liza sembra sconfitta, rassegnata. Eppure, la lucidità con cui analizza le esperienze che la vita le ha concesso le permette di comprendere che esse non devono necessariamente diventare un trampolino per sognare una vita illusoria, ma possono costituire la base sulla quale ricostruire, semmai, un nuovo sé: meno in balia degli eventi e più pronto ad affrontare le prossime sfide della vita.
È una scrittura concreta, quella di una ragazza che non cerca di fuggire dalla realtà né di impacchettarla con carta colorata: Liza trova le parole esatte per descrivere ciò che vive e ne prende atto. Sarà sufficiente questo per trovare la spinta necessaria a far ripartire la sua vita?
Laura Corazza

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